“Vota libertario”
Di Ennio Emanuele Piano il 25 dicembre | ore 09 : 58 AM
A dieci giorni dal via (ufficiale) delle primarie repubblicane, con la prima tappa del Caucus di Iowa City, il front runner, ovvero il candidato più avanti nei sondaggi, è il vecchio ginecologo libertario Ron Paul. Settantaseienne rappresentante texano al Congresso, Paul ha passato la seconda metà della sua vita a combattere (politicamente parlando) la crescente presenza dello Stato nella vita delle persone. Contrario alla guerra in Iraq, ai finanziamenti americani ai paesi alleati (Israele compreso) al pugno di ferro con l’Iran, alla costruzione di una recinzione al confine col Messico (che a suo dire, impedirebbe agli americani di recarsi nel Paese dei tacos), ma anche alla Social Security di stampo europeo, all’educazione di Stato e così via.
Ron Paul è insomma il più acceso sostenitore del libertarismo nordamericano, arrivando a punte di estremismo ideologico (come il totale isolazionismo Statunitense in politica estera) scarsamente condivise dall’elettorato conservatore. Eppure, in un periodo tanto difficile per l’economia americana, con una disoccupazione all’8,6%, un debito pubblico esorbitante ed in continua crescita, la ripresa che tarda ad affacciarsi eccetera, le parole di un così coerente e duro accusatore della politica di Obama.
Paul, come detto, è un ginecologo prestato alla politica, illuminato dalla lettura dei classici della scuola austriaca di economia e scienze sociali (il suo libro preferito, scrive il Washington Post, è “the Human Action” di Ludwig von Mises) decide di farsi promotore dell’utopia liberale, candidandosi per la prima volta alle lezioni presidenziali nel 1988 come candidato del Partito Libertario, finendo terzo e a lunga distanza dai contendenti principali: George H. W. Bush e Michael Dukakis. Il vecchio Paul (perché al congresso c’è un altro Paul, Rand, figlio di Ron e altro esponente libertario eletto grazie al voto degli elettori del Tea Party) si ripresenta come concorrente per le primarie repubblicane nel 2008, con scarsi risultati. Oggi ci riprova, forte di una lunga militanza antistatalista e della riconosciuta coerenza, in opposizione ai cosiddetti “flip-flopper” Gingrich e Romney, candidati che sembrano cambiare idea su praticamente ogni argomento dirimente e con una rapidità incredibile.
Ma, appena balzato in testa ai sondaggi (autorevoli istituti di statistica lo danno in testa in Iowa con addirittura il 28% delle preferenze) sono uscite fuori alcune questioni irrisolte che potrebbero ostacolare la vittoria nelle prime elezioni per le primarie repubblicane: alcuni messaggi di stampo razzista contenuti nelle mail che il parlamentare statunitense inviava ai suoi sostenitori (ma che non sarebbero state scritte da lui in prima persona né direttamente approvate), le parole usate subito dopo l’11 settembre che “giustificavano” gli attacchi come legittima risposta alle intromissioni degli Stati Uniti nelle questioni mediorientali e altre uscite poco felici dello stesso genere. Tutto questo, oltre alla sua apertura alle unioni omosessuali ed alla liberalizzazione delle droghe, potrebbero sgonfiare rapidamente le velleità presidenziali del candidato libertario. Ma possiamo stare tranquilli, gli americani non sono così irresponsabili da poter eleggere un personaggio del genere.
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