USA-Iraq, problematiche e prospettive

Di Ennio Emanuele Piano il 2 ottobre | ore 19 : 33 PM


Checché se ne pensi della guerra in Iraq, una cosa è certa: ad oggi, il Paese del Tigri e dell’Eufrate è il più stabile della regione. La domanda da porsi, ora, è se lo sarà anche negli anni a venire. Questo perché entro l’anno, secondo quanto pattuito quattro anni fa tra il Presidente Bush ed il Premier al Maliki, le truppe americane dovrebbero lasciare il suolo iracheno entro la fine dell’anno, ed almeno secondo quanto dichiarato lo scorso agosto da quest’ultimo, nessuna base USA rimarrà nel Paese.

Molto probabilmente, però, a causa delle pressioni di Washington e di parte della classe dirigente irachena, almeno un piccolo contingente (nell’ordine di 3-4.000 soldati, sostiene l’ex capo della CIA e nuovo Segretario alla Difesa, Leon Panetta) dovrebbe rimanere a Baghdad per l’addestramento delle truppe locali. L’impegno americano in Iraq è sintomatico delle forti preoccupazioni dell’Amministrazione Obama nei confronti del nuovo grande nemico degli States: l’Iran. Quest’ultimo è il secondo maggior investitore economico in Iraq, con un export che si aggira sopra i 4 mila miliardi di dollari, un giro d’affari enorme. Ma il peso di Teheran è anche e soprattutto politico: nel Paese è infatti presente un partito filo-iraniano guidato da Moqtada al Sadr, l’ex leader dell’Armata del Mahdi (sciolta nel 2008), fedele a Khamenei, che ha dichiarato, a metà settembre, l’intenzione di non disturbare la ritirata americana con attacchi terroristici, minacciando però allo stesso tempo che essi “riprenderanno con più vigore” nel caso in cui il ritiro non avvenisse nei tempi stabiliti. Obama ed i suoi sono perfettamente consapevoli di non potersi permettere che l’Iran aumenti il proprio ascendente su Baghdad, e faranno di tutto per impedirlo. In questa direzione va inteso ad esempio l’appello del Presidente Iracheno affinché l’America mantenga la promessa di sempre maggiori investimenti nel Paese espressa da Hillary Clinton all’inizio dell’anno, in modo da rendere marginali eventuali pressioni politiche accompagnte dalla minaccia di ritorsioni economiche da parte di Teheran. Un Iraq dinamico con un’economia interconnessa con quella euro americana potrebbe diventare il faro del Medio Oriente, basti pensare che secondo le previsioni del FMI il Paese mediorientele nei prossimi due anni -grazie alla ripresa dell’esportazioni petrolifere- dovrebbe crescere più della Cina. Gli Stati Uniti, favorendo la crescita irachena e mantenendo il Paese fuori dall’orbita iraniana, potrebbero progressivamente sostituire l’Arabia Saudita con l’Iraq come primo referente politico nella regione, guadagnandoci sia dal punto di vista economico che da quello geopolitico. La settimana scorsa, infatti, il Premier al Maliki ha dato la sua disponibilità ad aiutare i popoli tunisino e libico nello sforzo di costruire due Paesi democratici e rispettosi del pluralismo etnico, politico e religioso, Paesi cui con i quali Washington necessità di intrattenere buoni rapporti sia per questioni di “immagine” (l’America sta con i popoli musulmani contro i tiranni) che per ottenere la collaborazione nelle operazioni di lotta ai gruppi terroristici che notoriamente, negli ultimi anni, si sono molto rafforzati in tutto il Maghreb.

A chiedere a gran voce un impegno più deciso in Iraq vi è la minoranza Curda, il cui maggior esponente è il Presidente della Repubblica federale Jalal Talabani. Innanzitutto perché i curdi sono i maggiori alleati degli States da metà degli anni novanta, quando Clinton assicurò una “no fly zone” sul Kurdistan iracheno sotto attacco da parte di Saddam (come cambia il mondo, quindici anni fa i curdi venivano massacrati e oggi uno di loro occupa la massima carica dello Stato), poi perché i Pasdaran iraniani stanno bombardando da mesi i loro “fratelli” sul suolo iraniano, e cercano a Washington un appoggio politico-diplomatico per far terminare tali violenze. Un attrito è però venuto in seguito alla notizia che gli Stati Uniti avrebbero fornito alla Turchia i mezzi per combattere il PKK, composto questo dalla minoranza curda in Anatolia, tanto che un membro del parlamento iracheno ha accusato l’America di “aiutare la Turchia nello sterminio dei curdi”.

Esteri Global Primo Piano , , ,

Related Posts

Scrivi il tuo Commento

Ricorda che non sono consentiti: contenuti offensivi e diretti all'autore, razzisti, diffamatori, che contengono turpiloquio o contrari alla legge italiana, pubblicitari, copiati o privi di significato; commenti privi di nome, cognome e indirizzo email.

*

Sondaggio

La tua considerazione di Berlusconi negli ultimi 3 anni?

View Results

Loading ... Loading ...

About us

DailyBlog.it - Testata giornalistica iscritta, con ordinanza n. 4/2010, presso il Registro Stampa del Tribunale di Vasto (Ch).

P.IVA 02328460692 – ROC n. 20166

Direttore Responsabile: Alessandro Olivieri - More >