Under ’30: una generazione che fa comodo, all’occorrenza
Di Tommaso De Bianchi il 5 luglio | ore 18 : 59 PM
Ormai è diventata una moda, fastidiosa, certo, ma pur sempre una moda. Vedere da qualche mese a questa parte, così tanti esponenti di movimenti e Partiti di nuova formazione, da pochissimo comparsi sulla scena politica del nostro Paese, che si appropriano, giorno dopo giorno, di quelle che, a loro dire, sono le reali intenzioni della nostra generazione. Lo fanno in maniera velata, silenziosa, rispetto alle urla e alla forza delle parole che risuonano dai loro comizi.
Dalle ore immediatamente dopo il grande successo di grillini e SeL alle amministrative di Bologna, Milano e Napoli, fino alle ultime interpretazioni sullo spirito della protesta contro il TAV, passando ovviamente per il Referendum, da Beppe Grillo a Nichi Vendola, ci si fa in quattro per attribuire, con grande magnanimità, la vittoria delle proprie ragioni alle giovani generazioni.
Linguaggio colorito, spesso magari anche poetico, fatto sta che stiamo assistendo ad un continuo rincorrersi sulla scena, per attribuirsi il merito della ribalta che spetta agli under ’30 di questo Paese. Non ultime, le tante parole spese ovunque sul web per ringraziare i giovani che sono accorsi da tutta Italia, per manifestare contro lo sviluppo della nuova rete ferroviaria ad alta velocità, che collegherà il nostro Paese, per ora, da Torino a Lione, allacciandosi poi al resto dei nodi ferroviari europei: leggasi TAV.
C’è una sorta di fretta quasi schizofrenica, troppo ansiosa per essere normale e passare inosservata, nell’attribuire ai giovani di questo Paese il merito di certe battaglie. Se da un lato è indubbio e chiaro il ruolo avuto dai tanti ragazzi sul web nella riuscita del raggiungimento del quorum referendario, e ancor prima nella politica attiva durante le campagne elettorali di Giuliano Pisapia a Milano e Luigi De Magistris a Napoli, quello che sta uscendo pericolosamente dal guscio, sono le esternazioni di chi pretende di manipolare a suo piacimento il significato di quella partecipazione così sentita e schietta. E i modi per farlo sono molti, a cominciare dall’interpretare l’impegno messo nelle campagne elettorali e referendarie, come voglia di buttarsi nella mischia, come sfogo o, ancora peggio, rabbia.
Siamo così sicuri, verrebbe da chiedere a Beppe Grillo, che quei ragazzi volevano essere interpreti e attori della sua personalissima battaglia contro l’attuale sistema e le sue Istituzioni? Siamo davvero sicuri che è nell’intenzione di quelle centinaia di migliaia di giovani sparsi in tutta la penisola, trasformare, come lui fa quotidianamente, l’arena del confronto politico in un campo da battaglia?
O magari, quei ragazzi, volevano semplicemente tornare ad una politica fatta di parole, di confronto e di moderazione. Magari, vogliono solamente ritornare ad ascoltare amministrazioni e Istituzioni che sappiano discutere di tematiche all’ordine del giorno, dal mercato del lavoro, all’istruzione, allo sviluppo economico, in maniera finalmente tecnica, liberatasi dalle battaglie ideologiche. Tutto qui, forse. Semplicemente il desiderio di una politica che si spogli del ruolo di difensore a tutti i costi dei propri colori, per tornare ad occuparsi di tecnica, nel senso più autentico del termine, con competenza e responsabilità, oltre che con il confronto. In fondo, chi ce lo dice che quei giovani non vogliano ascoltare un sano dibattito sul ruolo o meno dei privati nell’Istruzione, o su una riforma seria e non assistenziale del diritto del lavoro?
Siamo così sicuri, caro Beppe, che stanno davvero interpretando la tua battaglia, e non il loro personalissimo e semplice contributo alla vita politica di questo paese?
Siamo davvero sicuri che stiano cercando di rovesciare tutto? Mentre, in realtà, stanno solo cercando di costruire.
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