Titoli faziosi, la classe non è acqua
Di Luciano Izzo il 7 settembre | ore 16 : 18 PM
Stracquadanio ha dichiarato che il precariato fa bene. «Vergogna!», «Sono indignato!», «Sporco pidiellino!». Chi non l’ha pensato? Lui in realtà ha fatto un’affermazione un po’ diversa, ma perché lasciarsi sfuggire l’occasione di scrivere un titolo altisonante solo per una simile minuzia?
Il caso è quello di «Giornalettismo», che oggi pubblica un articolo in cui riassume alcune cose dette dal senatore Pdl a KlausCondicio. Il titolo è appunto «Il precariato fa bene», con tanto di virgolette che fanno intendere che queste parole siano uscite in effetti dalla bocca di Stracquadanio o che ne rappresentino il senso stringato e compiuto. È così?
Ebbene no. Ed è sufficiente scorrere il testo dell’articolo per leggere una più puntigliosa citazione delle parole usate. Ve le riporto così come le vedo scritte:
Il lavoro precario è educativo e formativo. Soprattutto per l’avvio di una professione. Non è necessario avere un contratto a tempo indeterminato, perché anche quello non salva dal fallimento di un’impresa. Il problema è che non si può essere precari tutta la vita. Non si può passare da un lavoro all’altro quando l’età avanza e l’esperienza aumentano. Per questo vogliamo introdurre un sistema di incentivi per cui chi ha più stabilità deve avere meno quattrini di chi ne ha meno. Detto questo, ci sono molti che partono da esperienze di lavoro che capitano per caso e che si sviluppano in attività professionali o in nuove imprese produttive grazie al fatto che non hanno aspettato che arrivasse il lavoro bello, se lo sono creato con le loro mani. Il problema vero è il precariato permanente, che genera incertezza e aumenta il senso di distacco dalle ambizioni, generando comportamenti imprudenti. Non si può non mettere su famiglia perché non si sa se il mese dopo ci sarà lavoro. È questo che limita e lede la libertà.
Stracquadanio si serve inizialmente di due aggettivi per descrivere il precariato. «Educativo» e «formativo». Educazione e formazione sono positive, ergo, se l’onorevole si fosse limitato a dire questo, citarlo nel titolo scrivendo che il precariato fa bene sarebbe stato più che ragionevole. Peccato che Stracquadanio abbia anche detto altro, chiarendo che «non si può essere precari tutta la vita» e che «il problema vero è il precariato permanente». Perché non inserire anche queste frasi nel titolo? Perché un titolo parziale?
Per essere buono (non buonista) lo stesso titolo sarebbe potuto essere impostato più o meno in questa maniera: «Stracquadanio (Pdl): “Fa bene essere precari, ma non per tutta la vita”». Niente Pulitzer, ma la formula è già più carina, non vi pare? Tuttavia, l’incompletezza del titolo non è l’unico elemento che fa di questo modus operandi un esempio da non imitare quando parliamo di modelli giornalistici. A dare manforte ci si mette anche l’occhiello introduttivo, che recita testualmente: «Il deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio colpisce ancora». Insomma, ‘sto Giorgio Stracquadanio è proprio un Darth Vader. Per fortuna che ce ne siamo accorti in tempo, prima di sapere cos’avesse mai detto per corrompere le nostre menti deboli.
Guerre stellari a parte, gli effetti di un simile uso delle parole (ahimè assai di moda) si deducono già a partire dai commenti all’articolo, che recepiscono il messaggio nemmeno tanto subliminale per cui Stracquadanio, sotto sotto, è in sé un individuo deprecabile e che spara solo cose risibili. Un effetto – forse – non desiderato, ma che di sicuro indica qualche lacuna in termini di perizia.
Ps. Mi si potrebbe ribattere che «sì, il titolo è fazioso, ma l’articolo no». È vero, ma attenti a non cascare nell’ingenuità di chi crede che i giornalisti non sappiano che la maggior parte dei lettori si “informa” leggendo solo titoli, occhielli e – se va grassa – il primo paragrafo.
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