Sistemi elettorali misti

Di higuy il 9 aprile | ore 10 : 39 AM


La maggior parte dei sistemi elettorali, come già accennato, può essere distinta tra sistema elettorale di tipo maggioritario e sistema elettorale di tipo proporzionale. Oltre a queste due grandi famiglie, si parla anche di sistemi elettorali di tipo misto, ossia quei sistemi che inglobano caratteristiche dei sistemi elettorali maggioritari e caratteristiche dei sistemi elettorali proporzionali, riuscendo a collegare in un solo tipo di sistema il meglio dei due.

I sistemi elettorali di tipo misto possono a loro volta essere suddivisi in due classi; i primi propongono l’attribuzione dei seggi tramite un sistema proporzionale con scorporo, mentre i secondi vedono l’attribuzione dei seggi ai partiti maggiori che hanno più possibilità di vincere nei collegi uninominali. Con i sistemi elettorali di tipo misto, si auspica naturalmente che questi possano produrre effetti differenti rispetto ai sistemi di tipo maggioritario e di tipo proporzionale, non sono stati creati solo per essere un terzo tipo di sistema elettorale.

Naturalmente gli effetti di un sistema elettorale sono sia quelli che esso ha sui sistemi partitici, ma anche quelli che i sistemi partitici hanno sull’intero sistema elettorale. Un sistema misto deve creare un certo equilibrio all’interno dei sistemi partitici dove si fronteggiano le alternative maggioritarie e proporzionali.

I sistemi misti, ricordiamo, vengono definiti anche “sistemi corretti” poiché appunto, vanno a prendere gli elementi positivi del maggioritario, nel quale viene introdotta una quota proporzionale per sottrarre parte dei seggi assegnati nei collegi uninominali, così facendo si ovvia al fatto che i sistemi maggioritari non danno rappresentanza ai piccoli partiti; del sistema proporzionale invece, ciò che viene corretto dai sistemi misti è appunto il fatto della presenza dei partiti minori che possono creare instabilità governativa, ebbene i sistemi misti limitano la dimensione delle circoscrizioni elettorali e introducono la cosiddetta quota di “sbarramento”, ovvero una percentuale minima di voti che un partito deve raggiungere per  poter entrare in Parlamento.

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