Se il momento di aspettare finisce
Di Luigi Bruschi il 23 dicembre | ore 10 : 48 AM
Non amo la retorica anti-casta, sebbene sia assolutamente convinto che siano fin troppi i motivi storici che ne motivino l’esistenza e la crescente diffusione mediatica. Non amo, in genere, qualsiasi forma di generalizzazione, il cui confine con la discriminazione mi appare sempre piuttosto labile: dire che tutti i politici sono ladri, se mai cogliesse statisticamente nel segno individuando una maggioranza numerica di trafficanti della cosa pubblica con l’hobby della ruberia, non renderebbe affatto giustizia a quanti interpretano quotidianamente il proprio ruolo con onestà e rettitudine ed anzi, di fatto, li accuserebbe di essere ciò che non sono non riconoscendo loro il raro merito di essere come tutti dovrebbero essere. Una vera e propria ingiustizia, di fatto, se ci pensate.
Tuttavia, i comportamenti di una larga parte di politici nostrani, in uno dei momenti storici più difficili della nostra repubblica non lasciano solo perplessi, ma interdetti e quasi sgomenti.
Le decisioni sui vitalizi di consiglieri e assessori prese nello stesso giorno, indipendentemente, dalla Regione Emilia-Romagna e dalla Regione Lazio – tanto per fare un esempio bipartisan - lasciano intendere una percezione della realtà distorta e quanto mai alterata di molti dei nostri governanti.
Che evidentemente non hanno ben chiaro che oggi camminano fin troppo spavaldamente sul filo sempre più più sottile della disperazione sociale.
Il richiamo del Presidente Napolitano a moderare i toni dell’anti-politica è sacrosanto. Ma deve viaggiare di pari passo col richiamo severo alla classe politica affinché riacquisti rapidamente un senno che appare sempre più smarrito, raddrizzi il timone invertendo una rotta ogni giorno più rischiosa e imbocchi finalmente un cammino nel quale sia evidente a tutti lo sforzo di ridurre drasticamente privilegi e favoritismi per chi decide le sorti del nostro futuro, in un momento in cui gli unici a pagare gli errori di decenni sono verosimilmente i più inermi.
Lo dico senza mezzi termini: questo paese non si raddrizzerà mai se non decideremo tutti assieme, come collettività, che vogliamo per noi e per i nostri figli una società diversa.
Una società in cui va avanti il più onesto, e non il più faccendiere. Una società in cui i concorsi si vincono con le competenze e non con le conoscenze. Una società in cui i migliori cervelli non siano costretti a fuggire all’estero, svuotando la testa di una nazione e lasciandola in mano ai tentacoli spregevoli delle mafie e dei poteri forti.
Una società in cui vengano tutelati i più deboli e nella quale i più abbienti possano contribuire in parte al benessere di chi ha meno. So bene che una simile società appare un’utopia, se non addirittura una filosofia contro natura, in un mondo che appare ogni giorno di più la declinazione puntuale dell’homo homini lupus di Plauto, poi ripreso da Hobbes.
Nondimeno è quella la direzione da intraprendere se vogliamo darci una piccola speranza.
D’altro canto, Anna Frank ebbe a dire:
“Che bello il fatto che nessuno debba aspettare un momento particolare per iniziare a migliorare il mondo.”
Ecco, appunto.
Che sia ben chiaro a tutti: il momento di aspettare, oramai, è davvero finito.








