Referendum: perché votare SI

Di Paolo Gallazzi il 7 giugno | ore 14 : 19 PM


Referendum SI

Il 12 e 13 giugno l’intera Nazione sarà chiamata a rispondere ad un appello di straordinaria importanza. Attraverso quattro quesiti, noi cittadini italiani avremo la possibilità di esercitare un diritto fondamentale: quello di esprimere liberamente la nostra volontà. Non si tratta di una cosa da poco. In questi ultimi mesi abbiamo assistito, a volte con sgomento, altre con profonda partecipazione, allo spargimento di sangue ed alla dura repressione che milioni di persone sono costrette a subire per conquistare quel basilare diritto che è l’autodeterminazione popolare e la libertà di decidere del proprio futuro.

Noi questo bene, tanto prezioso che, non lontano dai nostri confini, uomini e donne sono disposti a dare la vita per conquistarlo, lo possediamo già. Ed è quantomeno ironico notare come, mentre al di là del Mediterraneo, nella Penisola Araba ed in Medio Oriente si muore, sul suolo italiano da anni si arranca nel tentativo di raggiungere il minimo fisiologico della partecipazione popolare alla vita pubblica. I popoli oppressi lottano per conquistare i diritti civili, noi lo facciamo per ottenere il quorum.

Almeno che non si sappia in giro. Soprattutto che non giunga alle orecchie degli insorti di Bengasi e Misurata, dei contestatori di Assad in Siria o dei manifestanti yemeniti. Se dovessero sospettare che dopo solo qualche decennio di libertà ne saranno talmente assuefatti da svenderla per noia, forse si convinceranno che, dopo tutto, il gioco non vale la candela. Con un po’ di ironia, che ci auguriamo perdonerete, abbiamo voluto dimostrare quanto sia vano il semplice possesso di un diritto se poi questo non viene esercitato. Ora, evitando di addentrarci sull’insidioso terreno del populismo e della demagogia, e se ci concedete qualche minuto, vorremmo illustrarvi perché è così importante votare SI a tutti e quattro i quesiti.

Inutile negarlo: il risultato di questo referendum, quale che sia, avrà delle forti ripercussioni politiche. Tuttavia non si tratta di un voto politico. Questo deve essere chiaro. In nessuna delle quattro schede si leggerà la richiesta di sostegno o sfiducia al governo Berlusconi. I temi dei quesiti sono molto più importanti e vanno oltre agli equilibri parlamentari od alla conferma dell’esecutivo. Le scelte che faremo influenzeranno la nostra società anche quanto l’attuale legislatura avrà concluso da un pezzo il proprio ciclo vitale.

Andiamo con ordine.

Parliamo di acqua pubblica, ovvero dei primi due quesiti. In base al “decreto Ronchi” la gestione dei servizi idrici integrati dovrà essere affidata, entro la fine del 2011, ad una società privata o ad una mista (con quote sia pubbliche che private). Questi servizi comprendono la captazione, la depurazione e la distribuzione dell’acqua. Nel decreto si afferma che acqua e rete idrica (ovvero gli acquedotti) rimarranno di pubblica proprietà ed il governo tiene a sottolineare che non intende mettere in saldo nulla che appartenga ai cittadini. Questo è vero, ma di fatto si tratta di puro funambolismo. L’acqua sarà sempre nostra, le cisterne nelle quali verrà raccolta saranno nostre, così come le tubature dove scorrerà. Ma non i rubinetti. Sarebbe come pagare il noleggio dell’auto di cui siamo proprietari ogni volta che la usiamo. Per quale motivo dovremmo versare dei soldi ad una società privata che raccoglie la nostra acqua e la distribuisce attraverso i nostri acquedotti? Forse per ottenere un servizio più efficiente di quello attuale, con migliori controlli ed una riduzione delle sprechi. Ma questo non è garantito.
Le società private, com’è noto, non sono enti di beneficenza. La tariffa del servizio (secondo quesito) comprenderà, infatti, anche una remunerazione per il capitale investito, sarà cioè previsto un margine di guadagno. In altre parole la bolletta sarà più salata. Tuttavia, dato che non è previsto alcun obbligo di reinvestimento, neppure parziale, dell’utile, ciò non si tradurrà in un miglioramento del servizio.
La cruda verità è che i soldi che saremmo costretti a sborsare in più finiranno nelle tasche di azionisti privati e non saranno investiti ai fini di una utilità collettiva.

Votando SI ad i primi due quesiti permetteremo alle società pubbliche che ora gestiscono i servizi idrici integrati (le AATO) di decidere come organizzarsi al meglio sul proprio territorio di competenza, senza l’obbligo di delegare a privati l’amministrazione del servizio e senza che i cittadini debbano sostenere l’onere finanziario di una gestione privata.

Il tema più scottante, in tutti i sensi, è il nucleare. Con il terzo quesito si chiede ai cittadini se siano favorevoli o meno alla costruzione di impianti per la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale.
In realtà gli italiani si erano già espressi in merito nel 1987. Poi è arrivata la “prescrizione breve” ed anche quel referendum, dopo ventiquattro anni, è stato prescritto. Ci chiediamo quale sarà il prossimo. Stando ad alcuni “calcoli empirici” di Alfano probabilmente entro il 2013 saremmo chiamati di nuovo a decidere tra Monarchia o Repubblica.

I punti di forza del nucleare sono evidenti: minori costi di produzione, scorte quasi illimitate, meno immissioni di CO2. Le argomentazioni dei nuclearisti si basano su due elementi: economicità e sicurezza. Ma non convincono. Parliamo di sicurezza. Il punto vulnerabile delle centrali nucleari è il sistema di raffreddamento. Se questo si blocca e smette di funzionare (ad esempio in seguito ad una forte scossa sismica) la reazione all’interno del reattore diventa incontrollata, il nocciolo fonde, poi l’esplosione e l’estinzione della specie. In Giappone l’impianto di Fukushima era stato progettato per resistere a terremoti fino ad 8,5 gradi della scala Richter, poi è arrivato un terremoto di 9. Le centrali italiane saranno costruite per resistere a terremoti di magnitudo 7,1 gradi della scala Richter, questo significa che la sicurezza dei nostri impianti si fonderà sulla speranza che non accada mai un terremoto di magnitudo 7,2. E se c’è una cosa che abbiamo imparato dal disastro di Fukushima è che nessuno può azzardare simili previsioni.

Economicità. Quanto ci costa un kilowattora prodotto attraverso combustibili fossili? Parecchio. E quanto ce ne costa uno prodotto con tecnologia nucleare? Molto meno, verrebbe da dire. Ma è scorretto. La verità è che non lo sappiamo ancora. Il motivo è che nel calcolo vanno presi in considerazione i costi aggiuntivi: lo smaltimento delle scorie (che aumenterà in modo esponenziale con l’accumulo sarà destinato a lievitare nel tempo a causa della manutenzione e della saturazione dei siti di stoccaggio), i costi di costruzione (dai 4 ai 4,5 miliardi di euro per centrale) e poi tutti quei costi sociali dovuti ad eventuali incidenti (parliamo di quelli piccoli, in caso di catastrofe non ci porremmo il problema). A conti fatti quanto sarà allora la spesa finale? Quando il primo chilogrammo di uranio utilizzato, fra circa 30 mila anni, diventerà inattivo avremo la nostra risposta.

Va inoltre tenuto conto che con la prima sfornata di centrali (del costo approssimativo di 30 miliardi di euro) verrà coperto solamente il 4% del fabbisogno energetico nazionale. Quindi, nonostante l’enorme investimento di capitale, il problema dell’approvvigionamento energetico rimarrebbe tutt’altro che risolto. Ma allora qualcuno potrebbe sostenere che, dato che comunque compriamo compriamo energia nucleare da Francia ed altri Paesi limitrofi, tanto vale farcela da noi. Si tratta certamente di un’osservazione intelligente, tuttavia la percentuale di energia nucleare importata che l’Italia utilizza effettivamente è pari all’1,5% del fabbisogno nazionale lordo (secondo calcolati effettuati da GSE, gestore servizi energetici, in collaborazione con Terna, la società che gestisce la rete elettrica italiana, cioè della richiesta totale annua di energia elettrica. In realtà, poi, anche questa percentuale sarebbe inutile dato che l’Italia è energeticamente autosufficiente. Compriamo energia nucleare semplicemente perché costa meno. Le centrali nucleari non si possono spegnere, così l’energia prodotta di notte, quando la richiesta è minore, viene svenduta. Noi compriamo l’energia nucleare perché è in saldo. Tutto qui.

Vediamo allora di capire che cosa realmente ci sia dietro tutto questo interesse per il nucleare. Si tratta, a conti fatti, di una questione di debito pubblico. L’Italia, com’è noto, non è in attivo. Secondo l’ISTAT nel 2009 il debito pubblico del nostro Paese ammontava a 1.760.765 milioni di euro, con un rapporto debito pubblico/PIL quasi del 120%. Con l’Europa l’Italia ha un debito di circa 1.400 miliardi euro, 511 miliardi dei quali con la Francia (pari al 20% del suo PIL). Questi soldi, in un modo o nell’altro, dovremo restituirli alla Francia che, come acconto, ci ha chiesto di poter esportare un po’ del suo nucleare.

Per questo, nel febbraio del 2009, Italia e Francia (nelle persone di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy) hanno concluso un accordo che prevede la costruzione di quattro centrali nucleari in Italia. Queste centrali, di tipo Epr, ovvero quelle di terza generazione, più sicure e costosissime, verranno costruite da una joint venture di Enel ed Edf (Electricité de France), il colosso energetico pubblico francese. Edf, dopo aver perso una commessa per quattro impianti nucleari negli Emirati Arabi, perché ritenute troppo costose e dopo aver avuto diversi problemi negli Stati Uniti ed in Germania, lo scorso anno ha subito un crollo del 74% dell’utile. E’ chiaro quanto sia ora più che mai fondamentale per il colosso francese, e quindi per la Francia, la commessa italiana.

Votare SI al referendum significa quindi scegliere di non accollarsi l’onere di sostenere il peso delle disavventure finanziarie della lobby del nucleare transalpina. Legittimo impedimento. In realtà la Corte di Cassazione ha già ampiamente depauperato di significato pratico la consultazione referendaria su questo tema, limitando drasticamente i casi in cui all’imputato è concesso di non presentarsi ai processi per poter attendere ai propri compiti istituzionali. Tuttavia il peso del quarto quesito referendario è rilevante. In un Paese democratico, a dire il vero, non ci si porrebbe neppure il problema. In caso di processo a proprio carico il premier, od il ministro, in questione si dimetterebbe all’istante, togliendo dall’imbarazzo l’intera Nazione. Ma in Italia le cose non funzionano così e si rivela necessario un referendum per mostrare quale sia la presa di posizione (che negli altri Paesi è considerata scontata) a chi pensa di poter utilizzare la propria posizione politica come scudo dietro il quale trovare riparo dalle conseguenze giudiziarie delle proprie malefatte.

Votando SI verrà stabilito un principio fondamentale: la legge è uguale per tutti. Quattro domande, quattro risposte: SI per poter continuare a disporre liberamente dell’acqua pubblica, SI per non dovere pagare una società privata per un servizio che abbiamo già, SI per puntare su fonti energetiche che non prevedano la possibilità di estinzione di massa se qualcosa dovesse andare storto e SI per affermare che nessuno nel nostro Paese può godere di privilegi di impunità nei confronti della legge.

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