Qui si sostiene che serve l’immunità parlamentare
Di Pietro Salvatori il 15 settembre | ore 07 : 51 AM
Scriverò una cosa impopolare. Dirò infatti che la notizia che la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera abbia negato l’autorizzazione a procedere nei confronti del deputato Pdl Milanese è confortante.
Il precedente di non più di qualche settimana fa che ha portato all’arresto del collega di Milanese, Papa, al di là dei reati che verranno – se verranno – accertati nel corso del giudizio, preludeva ad un possibile corto circuito istituzionale. In uno Stato liberale tanto la magistratura deve essere libera e serena nel suo operato, tanto la politica deve essere scevra da possibili influenza di natura giudiziaria. Fatti salvi quei capi di imputazione per i quali ogni sospensione del procedimento è inopportuna (di natura penale o di stampo mafioso), ogni possibile incrocio tra inchieste e decisori pubblici dovrebbe essere evitato o, comunque, trattato con una discrezione che non è di quella di chi, chiamato a dirigere un pool investigativo, rilascia pareri a mezzo stampa su come potrà o non potrà procedere un’indagine nel pieno del proprio sviluppo.
Congelare i processi dunque, insieme ai tempi della prescrizione, per non condizionare l’operato del parlamento e del governo. Tanto più in un momento nel quale la politica restituisce un’impressione di debolezza congenita e rischia di essere travolta al primo refolo di vento.
Occorre una rivoluzione culturale (come accennavo, in altra sede, in qualche considerazione sul caso Penati), che ha un nome, immunità, e un cognome, parlamentare. Perché occorre che la politica si rafforzi per poter debellare autonomamente le proprie scorie.
Un Palazzo debole, in preda ad una crisi da assedio dovuta alla propria mancanza di anticorpi più che alla robustezza di una fantomatica spallata, non può che avvilupparsi ulteriormente nella spirale di confusa evanescenza nella quale si è infilata negli ultimi mesi.









Gianni Pardo, 8 meses fa
Caro Salvatori,
lei scrive che è necessaria una “rivoluzione culturale”, e dice ancor meglio di quanto si potrebbe pensare. Infatti la parola “rivoluzione” in origine non designava una totale novità, ma un ritorno all’origine (e in questo senso si usa ancora in astronomia). In questo caso la “rivoluzione” sarebbe il ripristino dell’originario articolo 68 della Costituzione, abolito da deputati dementi e ignoranti, che non capivano che esso non serviva a salvare i delinquenti dalla galera, ma il potere politico da quello giudiziario. Come aveva visto a suo tempo tale Montesquieu.