Quale sarà il futuro della Libia?
Di Ennio Emanuele Piano il 28 ottobre | ore 08 : 12 AM
La liberazione dal regime di Gheddafi è stata annunciata domenica 23 ottobre a Bengasi, la capitale della rivolta. Lo sguardo del popolo libico ora, però, è rivolto al futuro. La NATO ha annunciato che, ucciso il rais di tripoli e normalizzate le truppe lealiste, è tempo di lasciare i cieli del Paese nordafricano, la fine delle operazioni è prevista per il 31 di questo mese. Troppo presto, per il Consiglio Nazionale di Transizione, che per bocca del suo capo Mustafa Adel Jalil, ha pubblicamente chiesto all’alleanza atlantica di continuare a monitorare sulla Libia “almeno” fino a dicembre.
Nel caso in cui questa richiesta non dovesse avere responso positivo, il Qatar s’è già detto pronto a guidare una coalizione (di cui non si conoscono i membri) che prenda il posto della NATO, e che si occupi -tra le altre cose- della formazione di un esercito nazionale e di nuove (e fedeli al nuovo regime) forze di polizia. Nel futuro della Libia, pare oramai assodato, il peso del piccolo Qatar sarà enorme: oltre al suddetto ruolo militare, si prospettano ingenti investimenti da parte dell’Emiro al Thani, il quale ha promesso di pagare i danni prodotti da otto mesi di guerra civile e campagna militare alleata. Al Thani può vantare anche “crediti politici”, è lui il proprietario di Al Jazeera, tv panaraba che ha fatto da megafono alla lotta contro il regime di Gheddafi, ed è anche il Capo di Stato dell’unico Paese islamico ad aver attivamente preso parte alle operazioni previste dalla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite.
La richiesta di Jalil alla NATO è dovuta alla presa di coscienza che, sebbene ridotti alla fuga, i lealisti ,o gheddafiani, non sono scomparsi, ed al contrario hanno fatto sapere di essere pronti a riprendere le ostilità contro i “traditori” del CNT. Il pericolo c’è, è potrebbe compromettere il percorso già stabilito per il raggiungimento di democrazia e autogoverno. Tale processo prevede che entro un mese dalla “liberazione” (e dunque non oltre il 23 novembre) nasca un governo unitario di transizione, il più possibile rappresentativo delle molte fazioni che compongono il fronte dei ribelli.
Questo governo dovrebbe a sua volta traghettare il Paese per otto mesi, alla fine dei quali sono previste le prime libere elezioni della storia libica, anche se diretta alla selezione di un’assemblea costituente. Approvata la costituzione, i libici dovranno attendere un altro anno prima di scegliere democraticamente il loro governo, non prima dunque di metà 2013.
Le incognite non sono poche, tra queste la questione delle sacche di fedeli all’ex rais che difficilmente potranno decidere di abbandonare le armi e prendere parte alla ricostruzione del loro Paese. Una seconda, grave problematica riguarda l’unità politica dello Stato. La Libia è in realtà la somma (mal riuscita) di tre differenti regioni: Fezzan (il sud del Paese, popolato da Berberi e beduini), Tripolitania (Libia nordoccidentale) e Cirenaica (Libia nordorientale). Non esistono vere garanzie che queste regioni rimarranno effettivamente unite nel prossimo futuro, e la questione non è di poca importanza, visto che numerosi analisti hanno visto in una futuribile spaccatura libica un “rischio Somalia”, ovvero un Paese in mano a bande islamiste e base dei pirati del terzo millennio, e per di più affacciato sul mediterraneo.
Ultimo problema riguarda la natura tribale del Paese maghrebino, o meglio la questione del raggiungimento di un equilibrio tra le diverse tribù in un governo unitario. In realtà questa questione potrebbe essere stata sovrastimata: ad oggi il 70% della popolazione libica vive nelle città, specialmente in quelle di grandi dimensioni come Tripoli e Bengasi.
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