Qualche mito da sfatare sulla distribuzione della ricchezza in Italia
Di Giordano Masini il 15 luglio | ore 08 : 13 AM
A febbraio un’indagine della Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie italiane ha scatenato un putiferio su tutti i giornali. Era l’epoca in cui si cominciava a parlare, a vario titolo, di imposta patrimoniale straordinaria, e i dati della relazione sembravano fatti apposta per dare una copertura ideologica ad un operazione di questo tipo:
Le informazioni sulla distribuzione della ricchezza desunte dall’indagine campionaria della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane indicano che alla fine del 2008 la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10 per cento della ricchezza totale, mentre il 10 per cento più ricco deteneva quasi il 45 per cento della ricchezza complessiva.
Ora che la patrimoniale (sotto forma di aumento dell’aliquota sui redditi da capitale e dell’imposta di bollo sui depositi titoli) è stata varata (proprio da chi aveva giustificato la sua discesa in campo, secoli fa, con la necessità di ridurre le tasse) e si prevedono ulteriori inasprimenti fiscali soprattutto per mezzo dell’abolizione di molte deduzioni e detrazioni alle imprese, questa indagine ha cominciato a circolare di nuovo. Se il 10% degli italiani detiene il 45% della ricchezza, si dice, mentre la metà più povera deve accontentarsi di dividere le briciole, allora l’Italia non può che essere un paese in cui la ricchezza è mal distribuita, e un intervento fiscale sui patrimoni è necessario e auspicabile. Una questione di giustizia, insomma. Ma è proprio così?
Leggendo la relazione con più attenzione, si giunge ai valori mediani della ricchezza netta per classi di età: fino a 34 anni 37.000 euro; da 35 a 44 anni 131.172; da 45 a 54 anni 175.595; da 55 a 64 anni 211.200; oltre 64 anni 155.391. In questo modo la musica comincia sensibilmente a cambiare: abbiamo infatti il prospetto di una società in cui la ricchezza aumenta in funzione dell’età e del risparmio, come è ovvio che sia, e in cui il 45% della ricchezza è nelle mani della fascia di età al di sopra dei 55 anni. Più o meno il 10% della popolazione. E non si tratta poi di ricchezze così esorbitanti: se una persona ha sudato una vita di lavoro ed è riuscita a comprarsi un appartamento, fa parte proprio di quella fascia.
Allo stesso modo non dovrebbe stupire che metà della popolazione, quella più giovane, detenga il 10% della ricchezza complessiva. Dove al mondo i giovani sono più ricchi degli anziani? Questo non significa che la nostra sia una società di eguali. Significa semplicemente che, con tutta probabilità, la ricchezza non è la variabile migliore per misurare la diseguaglianze, e che fattori come consumi, redditi e mobilità sociale sarebbero più efficaci per comprendere le contraddizioni di questo paese.
E che l’uso di questi dati per giustificare una tassa patrimoniale è strumentale ed ideologico. La patrimoniale potrebbe (il condizionale è d’obbligo) anche essere l’unica via d’uscita da una situazione disperata in cui la classe politica italiana ci ha trascinato nell’ultimo ventennio, ma farla passare per una necessità di giustizia ed equità sociale è assolutamente demenziale, soprattutto quando si va a colpire l’unica forma di welfare ancora a malapena funzionante di cui possono usufruire i giovani di questo paese: i risparmi (ottenuti attraverso una vita di lavoro già abbondantemente tassato) delle generazioni più anziane. Cerchiamo almeno di non farci prendere in giro.
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NICOLA IACHETTI, 9 meses fa
BUON RAGIONAMENTO SU DATI SBAGLIATI, GLI OVER 55 SONO CIRCA IL 25% DELLA POPOLAZIONE NON IL 10%- DATI ISTAT- ANZI NEANCHE BUON RAGIONAMENTO PERCHE’ NON VEDO IL MOTIVO PER CUI I GIOVANI DEBBANO ATTACCARSI AL RISPARMIO DEI PROPRI NONNI E NON DEBBANO AVERE OPPORTUNITA’ DECENTI DI CREARSI UN FUTURO…