Il problema della disoccupazione giovanile

Di Simone Ricci il 7 luglio | ore 09 : 03 AM


Il fatto che la crisi economica internazionale non sia ancora finita viene confermato dagli ultimi dati relativi alla disoccupazione giovanile: con questo termine si definisce il fenomeno di mancanza di lavoro che coinvolge quelle persone che hanno un’età compresa tra i quindici e in ventiquattro anni, una delle fasce più vulnerabili. La classifica stilata dall’Economist ha un indubbio vantaggio, visto che ci consente di capire in che modo le nazioni nel mondo affrontano questa congiuntura, in particolare quelli europei.

il settimanale britannico ha preso come punto di riferimento iniziale i primi tre mesi del 2008, il periodo che si può identificare con l’avvio della crisi, arrivando a coprire un arco temporale di ben tre anni, visto che il termine delle rilevazioni viene considerato il primo trimestre di quest’anno.

La carne al fuoco è davvero moltissima, anzitutto bisogna sottolineare come il dato della Spagna sia addirittura raddoppiato (dal 21 al 44%), a causa di un mercato lavorativo troppo diviso tra quei dipendenti che godono di tutte le garanzie possibili e quelli invece che sono estromessi da qualsiasi posizione di valore.

In Irlanda, invece, altra nazione in grave difficoltà finanziaria, c’è invece più flessibilità, ma l’aumento del tasso di disoccupazione è stato altrettanto spaventoso (dal 10 al 29%). Solo la Germania e la Turchia possono sorridere in questo caso. E l’Italia? Se nel 2008 la percentuale era pari al 21%, pochi mesi fa si è invece attestata intorno al 29%, segno che qualcosa di concreto deve essere fatto anche nel nostro paese. Per quale motivo i salari sono così rigidi nel breve periodo?

Secondo le teorie dell’economista britannico John Maynard Keynes (vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900), gli stipendi sono definiti dai contratti collettivi di lavoro, i quali durano più anni ed è proprio in questo lungo termine che i salari stessi diminuiscono in relazione a un evento macroeconomico come la disoccupazione. La soluzione l’ha fornita lo stesso Keynes tantissimi anni fa, si deve intervenire sulla domanda aggregata, utilizzando in modo adeguato la politica fiscale e realizzando livelli più alti di produzione.

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