Prima campanella

Di lorenza.boninu il 15 settembre | ore 09 : 49 AM


Suona la campanella della prima ora del primo giorno di scuola. Entri in classe con qualche trepidazione, come ogni anno: eccoli lì, con le loro faccine compunte di adolescenti alle prime armi, che ti guardano con quell’espressione tenera, fra l’intimidito e il curioso, che in tanti anni di scuola hai imparato a conoscere bene. Sono trenta, affollati in un’aula assolata e comunque troppo piccola, pronti all’avventura, eccitati dalla novità, in attesa di vedere realizzate le promesse che sono state fatte qualche mese fa, durante l’orientamento, quando gli istituti superiori si contendevano le iscrizioni magnificando le meraviglie delle loro mirabolanti offerte didattiche.

Trenta. Sono troppi. Noi prof lo sappiamo in partenza. Sono troppi perché ogni alunno possa ricevere quell’attenzione che  pure meriterebbe. Sono troppi perché le difficoltà che sicuramente si manifesteranno possano essere prese in seria considerazione. Nelle prossime settimane la routine si dispiegherà in tutta la sua malinconica prevedibilità. Faremo i cosiddetti “test di ingresso”, per saggiare la preparazione acquisita, avvieremo l’usuale tran tran “spiegazione, interrogazione, compito”. Trenta quattordicenni ammucchiati in una stanza, costretti a rimanere seduti dietro a un banco per almeno cinque ore, non tarderanno a manifestare la  naturale esuberanza dell’età. E noialtri prof saremo costretti a trasformarci in domatori di belve, intrattenitori frustrati di un pubblico insofferente, narratori in affanno di storie che i nostri clienti non comprendono.

E nonostante tutto, va ancora bene. Leggo che a Fucecchio si è formata una classe “monstre” di quarantuno alunni. Quarantuno: mi chiedo che cosa avessero in testa i funzionari dell’Ufficio Scolastico Provinciale e della Sovrintendenza Regionale quando hanno acconsentito ad un’aberrazione di questo genere, quando hanno pensato che fosse una scelta proponibile, per la quale bastasse buttar giù un muro fra due stanze per ottenere un’aula più grande, in grado di contenerli tutti.

Percorsi didattici individualizzati. Motivazione allo studio. Successo formativo. Per anni i docenti sono stati indottrinati con queste abusate parole d’ordine. Poi il vento è cambiato. Gli insegnanti sono troppi, si è detto. Il rapporto alunni – professori non è in linea con la media europea. Bisogna tagliare, tagliare, tagliare. I precari sono state le prime vittime: in molti sono stati privati della possibilità effettiva di lavorare, e quelli che sono rimasti all’interno del sistema sono costretti ad elemosinare una supplenza qualsiasi, sbattuti un anno qua, un anno là, indipendentemente dai loro meriti, dalla loro preparazione, dalla loro professionalità, obbligati ad umilianti guerre fra poveri per salire in graduatoria, destreggiandosi fra continui cambiamenti delle regole del gioco, ricorsi, controricorsi, sentenze, circolari che si smentiscono l’una con l’altra. Ma anche i docenti di ruolo non se la passano meglio: hanno visto peggiorare drasticamente le condizioni di lavoro, mentre il trattamento economico ha drammaticamente segnato il passo.

Lo smantellamento della scuola pubblica passa anche di qua, dal drammatico scarto che esiste fra le mille parole che si sono sprecate negli anni e la realtà di quest’aula affollata dove sono entrata stamattina, fra le attese dei miei nuovi alunni e la consapevolezza della mia incapacità a soddisfarle: e non per cattiva volontà, intendiamoci, ma perché sono stata sistematicamente privata degli strumenti che mi sono indispensabili, perché, nonostante la mia resistenza, mi sono stati tolti tempo ed entusiasmo per studiare e sperimentare e sono stata trasformata in una grigia travet dell’educazione. Mi hanno dato in cambio, in nome di un fittizio e demagogico ritorno alla “serietà della scuola”,  il  ”voto in condotta”, del quale non sentivo minimamente la mancanza, visto che ero capacissima di farmi rispettare con le sole armi della mia cultura e della mia passione. Ma cultura e passione non contano più.

Buon anno scolastico, dunque. Faremo in ogni caso del nostro meglio, nonostante i tanti soloni e pseudoesperti che pontificano di scuola dalle colonne dei giornali senza saperne un accidente,  le scelte ideologiche, la cancellazione di risorse spacciata per progresso, le chiacchiere sgrammaticate del politico di turno.

Margini

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Un Commento

  1. Sergio Palazzi, 8 meses fa Replica

    Ciao Lorenza, ho sviluppato la cosa da un punto di vista differente (anzi due), ma sai che sono più portato a raccontare dal lato delle persone

    http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2011/9/12/1-GIORNO-DI-SCUOLA-Iniziare-perche-Dialogo-tra-Isabella-e-un-prof/206241/


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