Più Marchionne, meno Marcegaglia
Di Federico Catani il 5 ottobre | ore 09 : 04 AM
Marchionne ha fatto la scelta giusta, lasciando la Marcegaglia con un palmo di naso. Dimettendosi da Confindustria, l’amministratore delegato della Fiat ha scelto di schierarsi dalla parte della modernità e della competitività, mettendo in risalto i gravi limiti dell’associazione degli industriali.
Sappiamo da tempo che Emma Marcegaglia, ormai al termine del suo mandato come presidente della Confindustria, cerca di ritagliarsi un ruolo per il dopo. E abbiamo visto che per farlo ha pensato bene di accodarsi al coro di chi si scaglia contro Berlusconi e ne chiede le dimissioni. Da qui il profluvio di lettere e manifesti per l’Italia. Prima il programma della stessa Marcegaglia, poi lo spot qualunquistico di Della Valle. Tutti a protestare, tutti a sparare sul governo.
Ma, in concreto, cosa stanno facendo i grandi imprenditori? Il loro sindacato ha cercato di mettersi in sintonia con la Cgil, l’organizzazione dei lavoratori che crede ancora di vivere nell’epoca del proletariato e della lotta di classe. E agendo così, la Marcegaglia e la Camusso hanno fatto spallucce al messaggio inviato dalla Bce. Ora, il sistema europeo può piacere o meno. Però, visto che va di moda dichiararsi europeisti e si imprime agli euroscettici il marchio dell’infamia, occorrerebbe ascoltare i richiami che provengono dalla Banca centrale. Se non altro per coerenza intellettuale.
E cosa ha chiesto la Bce? Riforme. Semplicemente riforme, come la modifica del sistema di contrattazione salariale collettiva, attraverso l’introduzione di accordi a livello d’impresa per adattare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo tali accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. E poi la revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti. Tutti provvedimenti che in qualche modo il Parlamento ha adottato disponendo la modifica dell’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori. Inutile dire che Marchionne ha appoggiato questa iniziativa. Ma la Confindustria no. La Marcegaglia ha preferito accordarsi con il sindacato per cancellare gli effetti delle modifiche allo statuto. Alla faccia dell’invito fatto dalla Bce.
Alla faccia di chi da tempo invoca meno rigidità nel mercato del lavoro. Insomma, un passo nella direzione sbagliata. Ecco perché l’amministratore delegato della Fiat ha preso la sua decisione. Un vero e proprio schiaffo al clima di concertazione e corporativismo che domina il panorama italiano. C’è da gioirne. Speriamo solo che molti altri seguano il suo esempio. Per il bene dell’Italia.









Little Idea, 7 meses fa
Marchionne,il filosofo che fa volare la fiat—>è proprio lui la soluzione …
lei è lieve,lei è lieve
roberto flaviani, 7 meses fa
Bravi, accidenti, voi sì che dimostarte di capirne di economia!
Sono Laureato in Economia e Finanza a Cà Foscari!
Il vostro approccio, vostro per modo di dire, è l’approccio liberale o neoliberista dell’economia. E’ il paradigma dominante, fino all’estate 2007, insegnato nelle università di economia. Mi sbaglio fin qui? Credo proprio di no! Avete idea di quali sono le basi teoriche sulle quali si fonda la scuola economica presso la quale vi siete formati? Credo proprio di no! Non sosterreste le vostre idee se solo foste consapevoli delle ridicole assunzioni prese ad ipotesi e forse ad assiomi della vostra impostazione! Quasi fossero autoevidenti! La Cgil non vive nel 19esimo secolo come dite voi! Andate a farvi una camminata presso i quartieri dove abita il 60% della popolazione italiana ed avrete una idea di cosa dicono i sindacalisti!
Tornando ad argomenti di teoria economica, se non ve ne foste accorti, sono dieci anni che il mondo vive secondo i vostri “must” sulla circolazione del denaro attraverso i mercati, sulla più ampia libertà di delocalizzazione produttiva… il risultato? Mi sembra che sia sotto gli occhi di tutti! Andate a farvi quella passeggiata di cui sopra.
Voi benedite l’uscita di Fiat da Confindustria? Bravi! Complimenti, si spiegano tanti problemi di questo Paese.
Secondo la vostra dottrina economica, quando presto del denaro, sulla base di che cosa dovrei scegliere il tasso di interesse da applicare? Corregetemi se sbaglio (ma non sbaglio) sulla base del rischio che corro di non vedermi rimborsato il prestito. Ora se voi volete una maggiore libertà di licenziare fate scontare un rischio maggiore ad un lavoratore di perdere il posto di lavoro e la sua fonte di reddito, al di là del fatto che ciò ha un evidente effetto restrittivo sui consumi (il vostro consumatore non è razionale? Non è ipotesi della vostra scuola economica?) divenendo aleatorio il reddito non ci si può attendere che i consumi crescano, ma a tacer di questo, guardando al rischio, la sua retribuzione non dovrebbe aumentare considerevolmente? Gli ultimi 10 anni nel mondo del lavoro italiano hanno assistito all’esplosione dei contratti atipici, vi risulta che i lavoratori così assunti abbiano visto aumentare a dismisura il loro reddito? Quale è il guadagno medio di un ragazzo assunto presso un call center con il tipico contratto co.co.co o co.co.pro? Mi domando dove viviate, non nel mondo reale che ci circonda. Invece di insultarmi provate a rispondere con fatti, con dati concreti e non inventati da quel primo ministro che ci ritroviamo! Invece di estendere i diritti conquistati 40 anni fa dalla classe operaia ai lavoratori degli stati emergenti, abbiamo assistito all’importazione di mancanza di diritto nei nostri Paesi.
La Fiat poi! Pensano anche di potersi permettere il lusso di abbandonare il Paese! Complimenti… avrei da dire che tutti gli italiani sono, loro malgrdao, azionisti Fiat, quando negli anni 70, per aitare l’industria nazionale furono “vietate” li importazioni di veicoli dall’estero gli italiani dovetter comprarsi i veicoli Fiat. Ci stringemmo attorno ad essa per aiutarla, ora è il sistema Paese in pericolo e voi auspicate che altri ratti abbandonino la nave che affonda? Lasciate indietro chi non può seguirvi? E poi venite a parlare di “fare sistema”?
Ogni ulteriore considerazione sulla vostra posizione credo sia superflua!
Federico Catani, 7 meses fa
Non usi il plurale, perché io ho scritto il pezzo di opinione ed io mi assumo la responsabilità. Vede, io non sono laureato in economia e non penso affatto di vivere nel paese dei balocchi. Però o diamo retta alla Bce, oppure facciamo la nostra strada e tanti saluti. Questa è la realtà. A tutti piacerebbe un mondo migliore, ma un conto sono i sogni, altro i fatti.
P.S. Quanto agli aiuti dati in passato alla Fiat mi trova pienamente d’accordo. La grande azienda torinese dovrebbe produrre auto migliori e più competitive. Ma questo è un altro problema.
Marcantonio, 7 meses fa
Nell’articolo si ritiene che la CGIL pensa di vivere in un altra epoca e la si critica x questo. Lei, che l’articolo l’ha scritto, invece è un nostalgico di PioXII e dello stato pontificio e si ritiene moderno. E vabbhè.
Cmq Roberto Flaviani ha scritto il commento per spiegare che il “metodo” liberista è quello che ci ha portato nella crisi attuale e che sarebbe da sciocchi continuare su quella strada, che è la stessa di Marchionne e della BCE. Nn avendo capito niente di tutto ciò lei continua a ripetere di dar retta alla Banca Centrale. Se davvero anche a lei piacerebbe un mondo migliore, forese dovrebbe farsi da parte, e lo stesso tutti quello che la pensano come lei.
Saluti
antonio paniz, 7 meses fa
L’articolo è vero, esprime opinioni in materia di relazioni industriali, ma ha un taglio squisitamente politico, che si può condividere o meno, senza tirare in ballo i massimi sistemi economici. Specie quando dietro una infarinatura generale di teoria economica classica si provano a propinare argomenti socialisteggianti, che sappiamo essere storicamente e matematicamente FALLIMENTARI perché IMPOSSIBILI. Il vero fallimento italiano (e non solo) è il socialismo e lo statalismo assistenzialista, che si è sempre giustificato dietro argomenti retorici e demagogici quali quelli dei due signori qua sopra, in perfetto stile cgil (e oggi viene servito con a parte una salsa di critica alla, travisatissima, teoria economica liberale – come se l’Italia, oltre alla retorica mediatica e di plastica berlusconiana, avesse mai avuto una sola legge di riforma liberale).
A vantaggio dei più forti socioeconomicamente e a svantaggio della classe media, favorendo il mantenimento dello status quo, zero concorrenza, interventismo statale e debito pubblico, a buon pro del clientelarismo, del familismo, del parassitismo sociale, delle mafie. E’ senz’altro tutta colpa delle teorie economiche liberali, dalla carta dove sono rimaste (per noi) devono aver nociuto tanto all’Italia… ignoranti e fuori dal mondo, imbevuti di ideologia marxista! Svegliatevi!
Marcantonio, 7 meses fa
Innanzitutto si ricordi quello che ha scritto (io me ne ricorderò dovessi reincontrarla in questo blog), giacchè con il governo in difficoltà, poi per difenderlo nn potrà più dire che la crisi è mondiale e quindi questo esecutivo nn c’entra niente.
Me ne preoccupo perchè è nota la vs corta memoria e già avete dimenticato che sino a pochi mesi fa, secondo il ns presidente del consiglio, in Italia andava tutto bene e la crisi era un invenzione dell’opposizione per metterlo in difficoltà.
Mi meraviglio ancora oggi, a 19 anni di distanza da tangentopoli, quando gli italiani votavano in massa la DC e il PSI: oggi però si dicono tutti liberisti e liberali, eppure il PLI (partito liberale) prendeva un misero 5%. E vabbhè/2.
Per il resto cosa posso aggiungere per convincerla, se lei neanche si accorge dei motivi della crisi che attanaglia da più di 3 anni l’occidente. Ché le banche si scambiano denaro secondo i principi e le teorie socialiste? Ché il denaro creato diventa automaticamente debito è una teoria marxista?
antonio paniz, 7 meses fa
Lei accenna, manco ne fossi io personalmente un fautore, ai problemi strutturali della finanza mondiale, che non nego affatto e che so essere causa delle gravi distorsioni che stiamo vivendo (ma lo sono anche della crescita del benessere occidentale, non dimentichiamolo: come per la globalizzazione, così anche per il contrattualismo dell’alta finanza, non possiamo pretendere di coglierne i frutti e di indignarci – aperto inciso, proprio così, indignarci: mi risulta infatti che gli ‘indignados’ non siano propriamente degli indios e nemmeno degli hippies, ma piuttosto dei figli viziati della nostra epoca, con vestiti firmati, smartphone e pc portatili da centinaia di euro, che godono cioè ampiamente del benessere di carta creato da “le banche” e “le borse” nei sistemi e nelle aree del globo ove vivono, chiuso inciso – dicevo, non possiamo indignarci quando di questi frutti ne peschiamo uno marcio, o quando incappiamo in una spina, per continuare la metafora agreste. Avrebbe senso piuttosto pensare a come risolvere i problemi, tecnicamente, dato che viviamo in delle democrazie; ma questo è un altro discorso, e chiudo la parentesi). Quindi non nego affatto la crisi globale; ma così come non nego affatto l’inerzia e la grave incompetenza del nostro governo di fronte a tutto ciò. E’ ormai sotto gli occhi di tutti, e non dovrà certo venire da me a ricordarmi che oggi sto dicendo che il nostro governo aggrava la situazione in Italia. Purtroppo paiono non esserci alternative credibili, è questo il dato davvero raccapricciante (come se non bastasse il raccapriccio per lo stato di degrado in cui versano, al di là di quello che – non – fanno, alcune istituzioni in Italia, e le loro dinamiche). Siamo prigionieri di noi stessi, che dire, spero nell’Europa.
Perdoni la forma contorta ma data l’ora ho una certa fretta!
antonio paniz, 7 meses fa
Nell’ultima riga volevo scrivere ‘arroganti’, non ‘ignoranti’. Lapsus
antonio paniz, 7 meses fa
Flaviani, l’argomento poi che la Fiat non potrebbe “moralmente” mai lasciare l’Italia perché 40 anni fa, e in tutto un altro mondo, lo Stato li ha aiutati (quando la Fiat era il primo contribuente del Paese, neh), è pura follia… ma non faccia ridere, su. Inoltre, stia pur tranquillo: se Marchionne esce da Confindustria, lo fa PROPRIO PER (provare a) restare in Italia, ovvero uscendo da Confindustria vuole potersi giovare dell’art.8 e quindi dell’accordo di Pomigliano, altrimenti a causa dell’accordo interconfederale del 28 maggio, ratificato da Confindustria il 21 settembre, non potrebbe farlo…
luigi Petricciuolo, 7 meses fa
Cerchiamo di essere seri, non partigiani per partito preso e di stare ai fatti.
Dunque, vediamo che cosa ha prodotto di concreto in Italia “il grande innovatore” Marchionne,
1- ha chiuso termini imerese;
2- ha chiuso iribus
sommando insieme questi due effetti, tra diretti ed indotto, siamo a circa 8MILA lavoratori licenziati.
3- da circa 4 anni, mirafiori, pomigliano e burlasco sono in cig, praticamente, a zero ore di lavoro e quindi a carico dello Stato.
- le prospettive di rientro sono tutte a carico dei lavoratori: il rientro è condizionato dal numero degli ordini nelle concessionarie. Quindi se non si raggiunge un certo numero i lavoratori non rientreranno mai! questa cosa, non succede nemmeno nelle pasticcerie. Quando si fanno le sfogliate non si sa quante se ne venderanno.
dunque se Marchionne sbaglia strategia di mercato o modelli non rischia niente, il carico è tutto sulle spalle dei lavoratori. Capisco, che alla razza padrona un siffatto sistema conviene. Immaginate, flotte di lavoratori che spingono ai cancelli ed il caporione dell’impresa, man mano che riceve gli ordini di acquisto fa entrare due, cinque, sette, ecc lavoratori. La differenze, secondo me, oggi esistenti tra gli imprenditori, per esempio Della Valle e Marchione, è questa: Della Valle ha le aziende aperte e, quindi, teme i contraccolpi in aziende se tira troppo la corda sui diritti; Marchionne le sue aziende le tiene chiuse e quindi fa, come si dice ” il gallo sopra l’immondizia” sapendo di non rischiare niente.
Sergio De Prisco, 7 meses fa
Splendido articolo.
A coloro che denunciano il fallimento delle logiche del mercato ed invocano l’intervento salvifico dello Stato regolatore, vorrei chiarire che, nella realtà, non siamo mai stati in un sistema di mercato.
Se lo fossimo, potremmo decidere come spendere in nostri soldi e, nel complesso, la domanda e l’offerta deciderebbero cosa si venda e a che prezzo.
Ma, se guardiamo al sistema che vige in Italia, vediamo che la spesa pubblica è di 800 miliardi su 1600 di PIL e che, quindi, la metà delle decisioni di spesa sono, in realtà, prese dallo Stato con logiche politiche e quindi necessariamente clientelari.
Cioè, metà della ricchezza prodotta viene tolta ai cittadini ed elargita ai clientes.
E’ evidente che, dopo aver tolto ai cittadini metà della ricchezza prodotta, resta loro la pura sussistenza, altro che decisioni di spesa.
Chi riesce ad arricchirsi con questo sistema non lo fa certo grazie al mercato, ma alla contiguità al potere politico, a meno che non operi al di fuori dei confini nazionali.
Marchionne è un elemento di rottura in un paese dove tutti, anche gli imprenditori, sono convinti di poter continuare a vivere di rendita.
Imprenditori che, da quando rischiano di essere buttati fuori dal mercato, pretendono di continuare a non investire e guadagnare abbassando i compensi alla mano d’opera, invece che investire sul capitale umano.
Ma il basso valore aggiunto non paga. Ammesso di riuscire ancora a vendere, non si guadagna la stessa cifra vendendo un paio di mutande a 2 euro invece che a 20.
Marchionne ha proposto ai propri collaboratori di essere americani: chi produce guadagna di più, eventualmente molto, chi non produce guadagna di meno, eventualmente se ne va.
Invece le imprese sono in agonia perché hanno fatto male il loro lavoro; quelle che continueranno a non voler cambiare metodo moriranno lasciando il posto alle imprese innovative alle quali avevano tolto ogni spazio, come in ogni settore in Italia.
Così, magari, qualche cervello resterà qui a sfruttare i nuovi spazi, invece di emigrare e magari attirerà qualche immigrato preparato che oggi volerebbe ad arricchire altri paesi passandoci sopra la testa e lasciandoci con le capre analfabete, le uniche che emigrano qui e ci restano.