Perché Israele costruisce nuovi insediamenti

Di Ennio Emanuele Piano il 19 dicembre | ore 12 : 45 PM


Il governo Israeliano ha dato ieri il via libera ad un ulteriore ampliamento degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, nell’ordine di circa un migliaio. Nell’ultimo anno e mezzo, ovvero dalla fine della moratoria alle nuove costruzioni durata per i primi nove mesi del 2010, sono state approvate diverse migliaia di nuove costruzioni, la maggior parte delle quali dislocate nell’area che circonda Gerusalemme ad oriente. Alla base di queste decisioni, così invise alla opinione pubblica mondiale, vi sono tre diverse questioni con cui il governo di Netanyahu deve fare i conti.

La prima riguarda  la demografia: le “colonie” di Giudea e Samaria sono tendenzialmente abitate da ebrei ortodossi e ultraortodossi, i quali fanno discendere direttamente da Dio il proprio diritto a risiedere nelle terre in cui sono ambientati i fatti narrati nell’Antico Testamento. Le famiglie ortodosse hanno in media circa il doppio di figli rispetto alla media nazionale, che sia aggira intorno ai 2,5 figli per donna, questo significa che il numero degli abitanti degli insediamenti cresce a ritmi altissimi, rendendo necessaria la costruzione di nuove stanze nelle case esistenti o nuove case per le giovani coppie.

Evidentemente, però a quella demografica, si aggiunge una motivazione prettamente politica. Il governo di Gerusalemme deve, per poter andare avanti, scendere a patti con le componenti più oltranziste rappresentate in parlamento, quella nazionalista del Ministro degli Esteri Lieberman, e quella religiosa (composita di numerosi partiti e partitini). Inoltre, negli ultimi tempi, in Israele e nei villaggi ebraici della Cisgiordania, sono nate delle piccole cellule terroristiche che prendono di mira esercito, forze di polizia, ebrei laici e arabi israeliani, accusati di essere dei “traditori” del popolo ebraico, in quanto operano contro la costruzione di case abusive e la vandalizzazione di moschee, villaggi arabi eccetera. Per impedire che le forze nazionaliste e ortodosse soffino sul fuoco e diano legittimità a queste azioni, il governo è costretto a “concedere” loro qualcosa in cambio della fedeltà all’ordinamento democratico dello Stato.

La terza questione riguarda, infine, la politica estera: Netanyahu approvò il congelamento delle costruzioni agli inizi del 2010 per poter dare il via alle nuove trattative di Pace con la leadership palestinese promosse dall’amministrazione Obama. Queste però cominciarono solo dopo nove mesi, ovvero allo scadere del congelamento, e subito l’ANP chiese come precondizione un nuovo stop alle costruzioni, cosa che il Governo non poteva permettersi per non dover affrontare una crisi in parlamento. L’isolamento internazionale dovuto al fallimento delle trattative ed il raffreddamento nei rapporti con Washington hanno poi spinto Israele a fare la voce grossa, a mostrare di poter fare a meno della Casa Bianca e continuare solitaria sulla propria strada. Questo arroccamento non ha fatto altro che aumentare nel corso del 2011: Israele ha visto infatti nella “primavera araba” un pericolo per la stabilità delVicino Oriente. L’ascesa dei partiti islamisti in Egitto dopo la caduta di Mubarak porterà di certo ad una “revisione” dei trattati di Pace firmati da Sadat e rispettati dal suo successore, oltre che un rafforzamento di Hamas che può contare ora sul manifesto appoggio dei “cugini” della Fratellanza Musulmana.

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