Opinioni sul suicidio
Di Gianni Pardo il 1 dicembre | ore 08 : 23 AM
Luca Doninelli è un giornalista del “Giornale”. Forse è un vaticanista, certo è un fervente cattolico, e questa è una posizione rispettabilissima. Se dunque disapprovasse il suicidio di Lucio Magri(1) perché per la Chiesa Cattolica è un peccato, non ci sarebbe nulla da dire. Sfortunatamente, se pure con garbo, argomenta come volesse dimostrare che il suicidio è sbagliato in sé: e questo è un errore.
Scrive: “Chi si uccide è come se dicesse: l’ultima parola su di me voglio dirla io. Ma nessuno, per quanto ateo, può essere così certo di questo pensiero: non possiamo escludere che la smentita dei nostri pensieri ci balzi davanti, all’improvviso. Ce lo ha insegnato Shakespeare, nel suo Essere o non essere”. In realtà, il fatto che Amleto fosse perplesso rispetto ad “una vita dopo la morte” riguarda il personaggio; e forse lo stesso Shakespeare: ma il Bardo non è certo fonte di verità metafisiche. Su Dio non si è potuto permettere d’essere perentorio neppure Kant.
Per il vero ateo è ovvio che ognuno ha l’ultima parola, riguardo a se stesso. Non teme nulla, dopo la morte, e non gli si può rimproverare di non credere che la sua vita appartenga a Dio: diversamente non sarebbe un ateo. Né gli si può opporre la propria opinione religiosa come una prova. Sarebbe un’evidente petitio principii: cioè darebbe per dimostrato ciò che si dovrebbe dimostrare, fornirebbe come prova della propria idea il fatto che sia la propria idea.
L’ateo è l’unico padrone della propria vita. In questo senso, se decide di suicidarsi e può farlo, neanche il più bieco dei tiranni ha potere su di lui. La morte (pena capitale) è la massima sanzione per chi vuole vivere ma non pesa nulla per chi vuole morire.
Scrive ancora Doninelli: “io sono abbastanza d’accordo con l’idea, molto svizzera, che ciascun uomo abbia il suo prezzo. L’espressione ‘la vita umana non ha prezzo’ è una di quelle che condannano chi le usa a perdere tutte le battaglie civili alle quali partecipa”. “Ma proprio qui sta il paradosso. Se la vita di un uomo ha un valore economico, vuol dire che la vita non è solo un fatto privato, e che togliersela dicendo ‘è roba mia’ è insensato”.
Innanzi tutto la frecciata alla Svizzera poteva esserci risparmiata. Se quel Paese riceve i risparmi di tutto il mondo è perché rispetta sia il denaro sia la privatezza altrui. Nessuno è stato obbligato a servirsi delle banche svizzere. Ma noi siamo diversamente morali. Parliamo di patrimoniale, abbiamo avuto un primo ministro, Giuliano Amato, che di notte ci ha sottratto una parte del denaro depositato in banca e dunque non corriamo il rischio di divenire simili a quella bieca confederazione.
Il massimo errore però Doninelli lo commette fraintendendo il senso del detto per cui “ogni uomo ha il suo prezzo”. Esso non intende affermare – come lui scrive – che “la vita di un uomo ha un valore economico” (come per il risarcimento in un caso di omicidio), ma al contrario che “qualunque uomo farebbe qualunque cosa, se adeguatamente pagato”. E questo non è vero. Doninelli non ammazzerebbe nessuno, neanche se gli proponessero un milione di euro.
Ma l’editorialista crede veramente a ciò che ha scritto. Tratta la vita umana come una qualunque proprietà e per cominciare dimentica che, se così fosse, il proprietario potrebbe fare ciò che vuole del suo bene (ius utendi ed abutendi, ecco la definizione romana di proprietà). A parte questo errore dimostra anche di mancare di dati economici elementari. Sostiene infatti che se qualcuno bruciasse materialmente un miliardo di dollari, tutti lo “disapproveremmo: [perché] il suo gesto in qualche modo danneggerebbe anche noi. Figuriamoci se, al posto di un mucchio di carta, c’è un uomo”. In realtà, se in giro c’è più denaro, i prezzi aumentano. Se invece il denaro diminuisce mentre i beni rimangono gli stessi, i prezzi calano. Dunque, chi bruciasse un miliardo farebbe un favore a tutti i possessori di dollari.
Doninelli non è provocatorio o arrogante e scrive in modo rispettoso di Magri, ma sbaglia quando presenta la sua opinione di credente come oggettivamente fondata: l’idea del suicidio come peccato o comunque qualcosa di disonorevole non sarebbe mai venuta in mente ai romani.
Si può cercare di dissuadere colui che è tentato di togliersi la vita non perché la vita non sia sua, ma perché ha ancora una speranza (se l’ha) o perché noi perderemmo una persona cara o un amico. Non altro.
giannipardo@libero.it
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=17L5EG
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Gianni Pardo, 2 meses fa
Su altro blog ho inserito questo commento:
Il problema deve essere chiarito nei suoi aspetti essenziali.
1) Il suicidio è sì o no un peccato?
2) Il fatto che eventualmente sia un peccato deve influenzare il codice penale e la discussione su un forum?
3) Se si ha il diritto di suicidarsi, che importanza hanno le modalità?
4) Il codice punisce l’istigazione al suicidio (e fa bene), ma bisogna punire nello stesso modo l’aiuto al suicidio?
5) Se infatti è valido il punto 3, che si scelga di buttarsi da una torre, di spararsi o di farsi fare un’iniezione letale da un amico, che importanza ha? Naturalmente purché sia stradimostrato che si è richiesto a quell’amico di fare l’iniezione.
6) Per caso – e questa domanda è importantissima – non è che tutta la discussione dipenda dal fatto che si considera la vita sacra sempre e comunque?
7) E in questo caso, ci si è o no accorti che si sta facendo un discorso religioso? Sacro infatti è termine che riporta alla religione e al punto 1.
8)L’istinto di conservazione della specie non è religioso,è solo istinto. È lo stesso che spinge gli uccelli a fatiche inenarrabili per la loro prole. E non lo fanno certo perché “la vita è sacra”.
9) Se l’uomo è più forte del suo istinto, e lo mette in discussione, e lo doma quando è giudicato negativo (nessuno approva lo stupratore in nome della conservazione della specie), perché egli non avrebbe il diritto di mettere in discussione la vita – che non è sacra – e la conservazione della specie?
Vi manderò una cartolina dall’inferno, quando ci andrò. Fra cent’anni.