Mitt Romney: l’inevitabile?
Di Daniele Curcio il 7 gennaio | ore 14 : 12 PM
I “caucus” dell’Iowa, primo appuntamento elettorale della campagna presidenziale , hanno confermato ciò che i commentatori politici americani già affermavano da tempo: la nomination di Mitt Romney ha oramai assunto i contorni dell’inevitabilità. Certo, le primarie sono ancora lunghe, e il messaggio proveniente dall’Iowa, un piccolo stato agricolo del nord- west che sarebbe sconosciuto ai più, non rappresentasse ormai da anni il primo cruciale appuntamento elettorale delle primarie, potrebbe non essere definitivo. Altri 49 stati dovranno esprimersi e c’è ancora tempo affinché un altro candidato possa vincere. Eppure l’Iowa ha già causato una prima vittima: Michele Bachmann. La deputata del Minnesota, unica donna candidata, ha ottenuto un misero 6% dopo aver vinto questa estate l’Ames Straw Poll, sondaggione ufficiale fra i votanti repubblicani. Veramente troppo poco per poter considerare la sua candidatura ancora credibile. E difatti, poche ore dopo la chiusura dei seggi, ha convocato una conferenza stampa per ufficializzare il suo ritiro.
Mitt Romney è un candidato poco amato dalla base conservatrice del partito Repubblicano. E’ un moderato, ha governato uno degli stati più liberal e a sinistra degli Stati Uniti, è mormone ed ha una certa attitudine al cosiddetto “flip flopping” , il cambiar posizione sugli argomenti per far piacere agli elettori. Già nel 2008, quando si candidò per la prima volta perdendo contro John McCain, si era detto di come l’ex governatore del Massachusetts avesse difficoltà a farsi accettare dal suo stesso partito. Eppure, nonostante tutto, rimane il candidato con le migliori chance di battere Barack Obama. Almeno secondo i sondaggi.
Questo “rapporto conflittuale” fra Romney e gli elettori è stato ancora più evidente in questa campagna elettorale. I Repubblicani più conservatori, che dopo l’ascesa del movimenti del Tea Party compongono ora la maggioranza del partito, sembra disposto a dare una chance a chiunque si candidi, anche se impresentabile, purché “non sia Mitt”.
Della vittoria di Michele Bachmann allo straw poll di Agosto si è già parlato, ma la sua popolarità era durata poco. Era stata poi la volta di Rick Perry, l’ultraconservatore governatore di quel Texas che fu già terra di dominio incontrato di George W. Bush. Sembrava il nuovo Reagan, i conservatori sembravano aver finalmente trovato l’”uomo” che li avrebbe guidati alla vittoria, se solo le sue prestazioni nei dibattiti televisivi non avessero mostrato che non era poi quel gran oratore; al punto che “Politico”, una delle più importante riviste americane arrivò a chiedersi: “E’ tutta strategia o non è poi così intelligente?”
Venne poi il turno di Herman Cain. Afroamericano, imprenditore di successo nel settore dei fast food e della pizza ma soprattutto un “outsider”, non un politico, che, cavalcando l’onda populista degli “anti-Washington”, aveva coniato uno slogan vincente: “9-9-9” (che altro non era che la sua proposta di riforma del sistema fiscale). In pochi lo presero preso sul serio, almeno, all’inizio, ma balzò in testa ai sondaggi fino a quando, all’improvviso, non venne accusato di molestie sessuali da alcune sue ex impiegate. Il Ritiro fu inevitabile.
E veniamo a poche settimane fa quando, ancora determinati nel non voler sostenere Mitt, i Repubblicani decisero di “accettare” la candidatura di Newt Ginrich. Ex presidente della Camera e nemico storico del Presidente Clinton, dopo essersi ritirato dalla politica aveva accettato incarichi da lobbysta per le principali compagnie di “K Street” e aveva anch’egli avuto delle “scappatelle” peraltro mai negate. Tutto ciò non importava, era un “real conservative”, ma soprattutto era uno degli ultimi “non-Romney” rimasti.
Anche in questo caso però i sondaggi cominciarono a “scendere” lasciando in gara solo Rick Santorum, un ex senatore della Pennsylvania, fervente cattolico con posizioni molto intransigenti su temi come aborto e famiglia; e Ron Paul, l’anziano deputato texano idolo dei liberisti. E Proprio loro due hanno conteso la vittoria in Iowa a Romney, che ha vinto per soli otto voti.
Nessuno dei due sembra però in grado di vincere: troppo disorganizzata la campagna di Santorum, e troppo pochi i soldi e gli appoggi affinché egli possa davvero diventare un candidato credibile. Troppo odiato dall’establishment repubblicano è invece Paul, che pure conta su un nutrito gruppo di giovani entusiasti, come già Obama nel 2008.
Se il movimento conservatore non sarà in grado di coalizzarsi su un unico candidato, Santorum o Gingrich che sia, o qualche “salvatore” del partito non deciderà di candidarsi all’ultimo momento (gira molto il nome di Jeb Bush, fratello di George e ex Governatore della Florida), finirà che sarà proprio il candidato più moderato e “indigesto” alla base del partito a spuntarla. La nomination di Mitt Romney sembra davvero essere inevitabile.








