Missione (non) compiuta

Di Ennio Emanuele Piano il 22 novembre | ore 17 : 20 PM


No, la guerra in Afghanistan non è finita, e non finirà neppure nel 2014, quando le truppe statunitensi dovrebbero lasciare, e per sempre, quel remoto Paese. Il perché, scrivono Michael O’Hanlon e Paul Wolfowitz (già vice segretario alla difesa durante il primo mandato di Bush jr e Presidente della Banca Mondiale), è semplice: lasciare l’Afghanistan in queste condizioni (comunque migliori rispetto anche solo all’anno scorso) sarebbe pericolosissimo non solo per gli afghani ma anche per la sicurezza nazionale statunitense. Un eventuale ritorno in pompa magna dei taliban, con l’aiutino molto interessato di esercito e servizi segreti pakistani, sarebbe la catastrofe e potrebbe significare una rinascita del jihadismo più intransigente con la sua roccaforte protetta tra le montagne del Paese asiatico. La soluzione, spiegano i due analisti nell’editoriale di questa mattina, sarebbe il raggiungimento di un “Colombia Standard” nel paese che fu del Mullah Omar: facendo un intelligente comparazione tra lo Stato Islamico odierno e la Colombia del decennio scorso, suggeriscono un piano per la marginalizzazione dei terroristi, vista l’evidente impossibilità di cancellarli con un colpo di spugna dalla faccia della terra.

La Colombia è riuscita a “normalizzare” la propria condizione grazie ad una dura lotta contro le FARC, il gruppo rivoluzionario foraggiato dal Venezuela di Chavez, costrette a rintanarsi nella giungla tropicale e a tirare fuori la testa per qualche azione dimostrativa, rapimenti e omicidi, certo non una condizione paradisiaca, ma sempre meglio della guerra civile. La condizione afghana avrebbe delle similitudini tali da far sembrare questo modello abbastanza applicabile: i taliban al posto delle FARC, le montagne in vece delle foreste imperscrutabili, il Pakistan a fare “la parte” del Venezuela.

O’Hanlon e Wolfowitz sottolineano anche la grossa differenza, l’ostacolo alla realizzazione di questo piano: in Colombia a fronteggiare le FARC è il governo Colombiano democraticamente eletto, e con lui le forze armate del Paese; in Afghanistan, per ora, a battersi contro i fanatici integralisti sono stati i soldati alleati, mentre il governo Karzai (corrotto e tendenzialmente autocratico) si è dimostrato inadeguato al complesso ruolo affidatogli.

Serve dunque un cambio di rotta: un governo afghano realmente deciso a marginalizzare (non a trattare) con i terroristi ed una prolungata e massiccia presenza americana sul campo, ben oltre il 2014. Gli Stati Uniti dovrebbero, poi, farsi carico delle spese militari ed occuparsi di costruire un’economia decente nel Paese musulmano, con investimenti di circa tre miliardi di dollari l’anno. L’alternativa è ritirare le truppe, e sperare.

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