Minacce di guerra fra Usa e Iran
Di Gianni Pardo il 28 dicembre | ore 18 : 18 PM
L’Iran ha minacciato la chiusura dello Stretto di Ormuz – quel collo di bottiglia che chiude il Golfo Arabico – se ci saranno ulteriori sanzioni sul petrolio(1). L’America ha risposto a stretto giro di posta: “Ogni impedimento alla navigazione nello stretto di Hormuz non sarà tollerato”. “Chiunque minacci di interrompere la libertà di navigazione in uno stretto internazionale è chiaramente fuori dalla comunità della nazioni”: e questa dichiarazione è una minaccia di guerra. Del resto conseguenza di un classico casus belli com’è la chiusura di uno stretto.
Vale la pena di ricordare che proprio così cominciò la famosa Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967 Nasser era intenzionato ad attaccare Israele e per questo motivo chiese agli osservatori dell’Onu di lasciare la regione. Poi dichiarò la chiusura degli Stretti di Tiran, in modo da impedire il passaggio delle navi israeliane dirette a o provenienti da Eilat (golfo di Aqaba) e aspettò la prima mossa di Israele: forse per poterla accusare di avere dato inizio alle ostilità. Ciò facendo commise però un errore, perché la prima mossa di Israele fu quella di distruggere a terra l’intera aviazione egiziana, assicurandosi il dominio dell’aria. Inoltre, almeno per i competenti, la chiusura di uno stretto è già un atto di guerra e dunque fu l’Egitto che attaccò Israele, non Israele che attaccò l’Egitto.
Lo stesso si ripete oggi, almeno come minaccia, ed ecco che gli Stati Uniti sono assolutamente disposti a reagire: che poi lo facciano o no, dipenderà dai loro calcoli. Ma certo non gli mancherebbe la scusa giuridica.
Purtroppo il problema è tecnicamente complicato dal fatto che l’Iran è un grande Paese ed è dunque impensabile una sua invasione via terra: sia per le difficoltà obiettive, sia per i costi, sia perché gli Stati Uniti – gli unici a potersi permettere d’ipotizzarla – non vi hanno un reale interesse. Dunque, ammesso che la minaccia abbia degli sviluppi, tutto dovrebbe rimanere limitato allo Stretto di Ormuz.
Al riguardo bisogna vedere chi è danneggiato dalla chiusura della via d’acqua, che cosa può fare l’Iran per chiuderla, che cosa possono fare gli Stati Uniti e i loro eventuali alleati per mantenerla aperta.
Lo scambio di merci è importante sia per il venditore sia per il compratore. Per l’Iraq, il Kuwait, e tutti gli Stati esportatori del Golfo sarebbe un gravissimo danno non poter fare transitare il loro petrolio attraverso quello stretto. Analogo gravissimo danno subirebbero i compratori: diminuendo improvvisamente l’offerta, aumenterebbe drammaticamente il prezzo del greggio. Dunque gli Stati Uniti potrebbero essere sostenuti, nella loro azione, dai Paesi rivieraschi del Golfo e dalle grandi potenze che consumano petrolio: ma quanto efficacemente sarebbe da vedersi.
Anche l’Iran potrebbe avere qualche difficoltà, per chiudere lo stretto. Non può schierare le proprie navi perché la V Flotta americana ne farebbe un solo boccone: nella guerra guerreggiata Washington è ancora un gigante. Ma Tehran può agire in modo più subdolo, minando lo stretto. Per far questo basta qualche peschereccio. Naturalmente – sempre che fossero avvertiti in tempo – gli Stati Uniti potrebbero dichiarare qualcosa di analogo alla no fly zone, cioè avvertire che qualunque natante non identificato sarà affondato, ma rimarrebbero parecchi problemi. Il primo – importantissimo e forse insolubile – sarebbe quello di non far sfuggire al controllo neanche una barca; poi ci sarebbe l’affondamento, fatale, di qualche vero, incolpevole peschereccio; infine gli americani starebbero impedendo un casus belli… mettendone in atto uno loro.
Per giunta, se solo l’Iran riuscisse a piazzare al posto giusto qualche mina, e se una di esse riuscisse ad affondare una petroliera, praticamente nessun armatore si sentirebbe più di rischiare la propria nave, prima di un lungo ed accurato sminamento delle acque. Lo scopo dell’Iran sarebbe raggiunto, ma per Tehran potrebbe essere un successo fatale: l’Occidente, seriamente danneggiato, e avendo come sempre il dominio dell’aria, potrebbe reagire con durezza. Non invaderebbe l’Iran ma potrebbe infliggere qualche dolorosa lezione.
Speriamo di non dover assistere a nulla di tutto questo.
L’Iran non ha molto da temere, per quanto riguarda l’onorabilità internazionale, perché è già considerato un “rogue state” (stato canaglia). E Ahmadinejad, come tutti i capi di nazioni aggressive, considera di avere dal suo lato il vantaggio della mancanza di scrupoli. Tuttavia la storia dovrebbe consigliargli di stare attento: la maggior parte di coloro che l’hanno preceduto su questo sentiero non hanno fatto una bella fine.
giannipardo@libero.it
(1)http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_28/teheran-usa-hormuz_ae7f43cc-3167-11e1-b43c-7e9ccdb19a32_print.html








