Metri di paragone

Da combattere non c'è solo la crisi: anche l'emotività.

Di Luigi Bruschi il 5 gennaio | ore 16 : 51 PM


Il nostro è un paese che sta vivendo una sorta di dopoguerra: tra tante macerie e nel bel mezzo di una profonda crisi economica, ora, tuttavia, bisogna ricostruire. E per fare questo c’è bisogno di decisioni importanti: dalla politica sociale a quella fiscale, passando per l’occupazione e per il contenimento della spesa.

In questo quadro, è il caso di rammentare sempre una cosa: le decisioni migliori non si prendono sull’onda dello sconforto o peggio ancora della rabbia. La competenza che nel mondo anglosassone si chiama “decision making” (il prendere decisioni) è fatta di abilità che presuppongono un sapiente equilibrio tra le proprie emozioni e il proprio intelletto, tra le facoltà emotive e le facoltà raziocinanti. Se si è troppo razionali, la decisione può risultare fredda, asettica, poco adeguata alla realtà; se si è troppo emotivi, la decisione può appiccare un incendio devastante che manda in fumo tutto, il buono e il meno buono.

Ecco perché bisogna vigilare, affinché non si superi il limite e divampino le fiamme. Quella degli stipendi dei politici, ad esempio, è un’altra di quelle questioni da prendere con le molle, in un paese in cui la nostra emotività di cittadini – stremati da malversazioni e raggiri – si alza ogni giorno di più, tanto da aver raggiunto ormai il livello di guardia.

Il dibattito è complesso. I nostri politici prendono troppo in assoluto, o prendono troppo rispetto a qualcuno (che sia un operaio, o il collega europeo)? Il sollevamento popolare sugli stipendi d’oro è l’effetto di un malessere più generale o la causa del malessere stesso? E perché ora la questione è più che mai sotto i riflettori? Per via della politica sguaiata degli ultimi anni o perché si è preso coscienza di una retribuzione che appare effettivamente gonfiata rispetto a dei precisi criteri?

Parranno sfumature, ma non lo sono. Perché, tanto per dirne una, la Commissione di tecnici incaricata di studiare l’adeguamento degli stipendi dei nostri parlamentari – capitanata dal Presidente dell’Istat Giovannini – si è arresa a suo dire proprio per la complessità dell’analisi.Qualcuno parla di insabbiamento, qualcuno di conclusione scontata. È comunque un fatto che un primo studio ha sottolineato la difficoltà di stabilire ‘ il giusto stipendio’. Viene da chiedersi se non fosse sbagliata la premessa: adeguare lo stipendio ai colleghi europei e statunitensi. Pare infatti che tra indennità, diarie e quant’altro, i tecnici abbiano impattato contro sistemi troppo disomogenei tra loro.

I nostri politici hanno reagito dicendo che il loro stipendio è adeguato. Cosa che sembra quasi una provocazione, di primo acchito. Ma se poi si scopre che lo stipendio di uno stenografo della Camera si aggira attorno ai 260 mila euro lordi all’anno mentre quello del Presidente della Repubblica si ferma a quota 230 mila, secondo voi questo incide o no nella percezione dei singoli parlamentari che il proprio stipendio sia più o meno adeguato?<

Questione di metri di paragone, insomma. Naturalmente la verità sta nel mezzo e la riflessione sugli stipendi d'oro non solo deve continuare, ma va portata fino in fondo con rigore e intransigenza. Soprattutto con equilibrio, senza cedere all'emotività. D'altro canto Confucio ebbe a dire:

Studiare senza meditare è inutile. Meditare senza studiare è pericoloso.”

Puntiamo dunque al cambiamento e lottiamo perché avvenga. Senza però innalzare roghi e rifuggendo sempre, per principio, dai climi da caccia alle streghe. Non ne trarremo che vantaggi.

D'altro Canto

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