Mario Monti, il terrore dei monopolisti
Da commissario europeo, il presidente bocconiano multò Microsoft per quasi mezzo miliardo di euro
Di Luca Pautasso il 29 novembre | ore 16 : 44 PM
Mario Monti, il presidente del consiglio taciturno e lavoratore che multava le multinazionali. Era stato proprio lui, il distinto bocconiano salito al soglio di Palazzo Chigi, ad aver scritto nel 2004 una delle pagine più significative del contrasto al monopolio e alla concorrenza sleale, quando ancora si trovava a Bruxelles nelle vesti di inflessibile commissario europeo. E a finire nel mirino del professore chiamato oggi a mettere in ordine i conti italiani, era stato addirittura Microsoft: il gigante americano leader mondiale nella produzione di sistemi operativi era stato costretto a pagare una multa salatissima da quasi 500 milioni di euro per abuso di posizione dominante.
Tutto era partito nel 2000 dalla denuncia di Sun Microsystems, azienda californiana nota per aver dato i natali al linguaggio di programmazione Java, e da qualche anno entrata a far parte del gruppo Oracle America Inc. Secondo quanto sostenuto da Sun Microsystems, il colosso di Bill Gates avrebbe fatto leva sull’enorme diffusione del proprio sistema operativo (Windows, of course) che all’epoca era installato sulla quasi totalità dei computer in commercio, per fare piazza pulita della concorrenza. In particolar modo, quella nel settore delle reti di computer studiate per le imprese. Un mercato in continua espansione, nel quale Gates voleva entrare a piedi giunti così come era riuscito a fare nel ramo dei computer per uso “casalingo”. A questo delicato filone d’indagine fu proprio Mario Monti ad aggiungerne un altro, che si sarebbe poi rivelato decisivo per la condanna di Microsoft: quello sull’aggiunta automatica al sistema operativo del lettore multimedia “Microsoft Media Player”, partito da un’altra segnalazione, questa volta ad opera della rivale Real. Il programma targato Microsoft per la fruizione dei file audio e video finito era sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Europea perché, anche lui, avrebbe ostacolato la libera concorrenza nel mercato dei produttori di software.
La condanna era arrivata nel 2004. Una sentenza che aveva fatto scalpore non solo per la blasonatura dell’imputato, ma anche per l’entità dell’ammenda: 497 milioni e 200mila euro. Centesimo più, centesimo meno. Ai quali andava sommato anche l’obbligo di vendere agli utenti una versione di Windows priva dell’omonimo Media Player. Nonché, ciliegina sulla torta, l’ingiunzione a condividere le informazioni relative ai server di fascia bassa, (le reti aziendali, per l’appunto) con i rivali.
Ma la via crucis montiana di Microsoft era destinata a non finire qui. L’azienda infatti aveva fatto ricorso in appello contro la sentenza europea, ma solo per rimediare un’altra mega-sanzione nel 2008: da 889 milioni di euro, stavolta. Il motivo? Quello di non aver ancora ottemperato alle disposizioni circa la condivisione delle informazioni sulle reti di fascia bassa. Condivisione per la quale Microsoft avrebbe imposto, secondo l’Unione Europea, il pagamento di prezzi troppo alti.
Le due pene pecuniarie, anche sommate, avevano rappresentato poco più che una fastidiosa puntura di spillo per i bilanci multimiliardari (in dollari) di Microsoft. A sanguinare davvero, e molto più copiosamente, erano state le prospettive di conquista del mercato del software da parte della multinazionale del magnate Gates. Per molti esperti di informatica, infatti, le due sentenze avrebbero segnato l’inizio della fine dello strapotere Microsoft: un declino di cui la recente discesa sotto la soglia psicologica del 50 percento della quota di mercato mondiale da parte del browser Internet Explorer, altro prodotto di punta di casa Gates, rappresenterebbe solo un altro scalino.
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