L’Oriana fraintesa
Di Ennio Emanuele Piano il 15 settembre | ore 09 : 04 AM
In America, quello della Fallaci veniva chiamato “it’s alla about me journalism”, definizione perfetta: le sue pagine, che intervistasse Khomeini o Hitchcock, avevano sempre un solo personaggio per protagonista: Oriana. Ed è in questo contesto che vanno inseriti i libri della sua “trilogia”, soprattutto l’ultimo in cui, ritenendo che nessuno sarebbe stato in grado di farlo meglio di lei, intervistò sé stessa.
Dopo “la rabbia e l’orgoglio”, dopo l’11 settembre, la Fallaci divenne paladina della lotta all’Islam per un ampio spettro di persone, e forse anche lei si sentiva sentiva tale. Ma, a leggere quelle pagine, si comprende facilmente che il nemico della Fallaci, quello vero, non è l’Islam in sé, ma quelle che un tempo qualcuno avrebbe definito “forze della reazione”. Purtroppo, a causa di una sinistra pavida ed illiberale, furono proprio queste forze ad impossessarsi della sua eredità. Vedere un Borghezio consegnare un premio a suo nome a razzisti di prima scelta, l’avrebbe stomacata. Odiava i leghisti, i fascisti, i comunisti, i clericali, i politici italiani da Berlusconi a D’Alema.
Si sentiva ancora un’azionista, come quando, quattordicenne, sgambettava tra le pallottole dei nazisti nelle campagne toscane, facendo da corriere ai partigiani. Questa formazione si palesava ancora nei suoi ultimi scritti, ad esempio nelle pagine in cui dà di fascista a Benedetto Croce (noto “antiazionista”, ma anche sincero liberale) solo per un iniziale appoggio all’ascesa di Mussolini, presto ritirato e pagato a caro prezzo. Ci fu un tempo della sua vita in cui fu persino antiamericana, convinta che la CIA fosse dietro all’assassinio del compagno Alekos Panagulis.
Per questo motivo, non si può prendere per buone le sciocchezze che scrisse -pur tra pagine coraggiose in cui rompeva il muro di silenzio del fasullo buonismo che non condanna la poligamia in quanto “tradizione di una cultura altra” o che chiude gli occhi davanti alle persecuzioni degli omosessuali nei paesi islamici- su musulmani, democrazia, Eurabia. Non si rende giustizia alla sua fantastica carriera, all’indomabile carattere che la pervadeva, se non si afferma con durezza che disegnare i musulmani europei come una riedizione del cavallo di Troia in salsa kebab è cosa troppo vicina all’intolleranza. Non si possono lasciar passare senza condanna le minacce di far saltare in aria -“assieme ai miei amici anarchici”- una Moschea in costruzione, anche se costruita “nel paesaggio di Giotto”. Non si possono che bollare come false, indimostrabili, le parole con cui spazzava via ogni possibile democratizzazione del mondo arabo. E descrivere la storia dell’Islam solo come sequenza di violenze e soprusi è ingiusto così come lo sarebbe il contrario.
Arruolare la Fallaci nella lotta tra “identitarismi” significherebbe compiere un vero e proprio furto intellettuale: il suo vero lascito, affinché non se ne faccia una banderuola, sta nella condanna dello sfruttamento dell’uomo sulla donna, nell’affermazione della superiorità del principio di libertà su quello d’uguaglianza (“si può essere tutti uguali anche da schiavi”), non in un viscerale sfogo scaturito da una rabbia troppo grande. Se è vero che Oriana Fallaci ruppe il muro dell’ipocrisia europea, lo é altrettanto che lo fece in modo tale da farsi fraintendere a destra come a sinistra, ed a cinque anni dalla morte, purtroppo, non è cambiato quasi nulla.
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23 February at 18 : 31 PM 0
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Gianni Pardo, 8 meses fa
“It’s alla about me journalism”. Questa definizione è icastica e mirabile ma fa velo su un particolare tutt’altro che irrilevante: tutti gli esseri umani amerebbero parlare di sé, e molti, divenendo insopportabili, lo fanno eccome. Se dunque qualcuno riesce ad essere un noto giornalista parlando sostanzialmente di sé, e solo accessoriamente, di fatti e di altre persone, è indubbiamente una persona notevole. E questo va detto in primo luogo di Oriana Fallaci. Era una persona che disponeva di una scrittura vivida, brillante, interessante.
Purtroppo io la trovavo troppo ingombrante per sopportarla. A lei si adattava quella critica che qualcuno fece al regista Moretti: “Nanni, ti prego, scostati, ché voglio vedere il film”. Lei era passionale anche nelle idee e questo mi sconsigliava di ascoltarla, perfino quando la pensavo come lei. I passionali sono capaci di stravedere – penso a Tiziano Terzani – o, peggio, di mentire intenzionalmente per sostenere la causa in cui credono: e penso di nuovo a Tiziano Terzani, che questo peccato l’ha confessato pubblicamente.
Ecco perché metto Oriana Fallaci, Tiziano Terzani e Vittorio Zucconi fra i romanzieri e non i giornalisti. L’ultimo che ho menzionato una volta scrisse un intero pezzo sulla stanza da cui Oswald aveva sparato a Kennedy, descrivendone l’abbandono e il degrado, mentre quel posto era (ed è) un museo da molti anni.
Per un giornalista la verità deve venire prima dello stile.
Ennio Emanuele Piano, 8 meses fa
Sono assolutamente d’accordo. Però penso che tra Terzani e Fallaci una distanza ci fosse, lei filtrava il mondo attraverso i suoi umori, le sue passioni, lui “piegava” la realtà a seconda dell’ideologia