Libano: L’ultima pedina in mano ad Assad

Di Ennio Emanuele Piano il 18 giugno | ore 19 : 17 PM


Spostare l’attenzione più in là. Potrebbe essere questa la soluzione progettata da Bashar al Assad, il dittatore siriano con i baffi alla DeGaulle, per risolvere il conflitto interno al suo Paese. Il diversivo che gli permetterebbe di soffocare nel sangue le legittime rivendicazioni che ogni venerdì di preghiera i siriani gridano dalle piazze di Homs, Deraa, Latakia e Hamah, sarebbe appunto quello di creare “ad hoc” una crisi Israelo-Libanese puntando tutto sui riflessi pavloviani dei Media e delle istituzioni internazionali, che ad ogni azione d’Israele paiono dimenticare le carneficine che si consumano attorno.

Il primo passo è stato già compiuto, con la nascita del governo Migali a Beirut, che può contare sulla fiducia dei drusi, dei sunniti filo-siriani e degli sciiti, ma che è politicamente ed ideologicamente egemonizzato da Hezbollah, il “Partito di Dio” di Nasrallah, l’uomo di Khamenei (Guida della Rivoluzione e dunque plenipotenziario della Repubblica Islamica Iraniana) in Libano. A farne le spese è stato, fin ora, Saad Hariri, ex Capo del Governo d’unità nazionale alleato degli Stati Uniti, che nei giorni scorsi pare essere rifugiatosi a Parigi per sfuggire ad una fine come quella che, nel 2005, toccò al padre Rafiq (anch’egli ex Primo Ministro), vittima di un attacco terrorista.

Presto potrebbe quindi essere il turno d’Israele. Il pretesto (come segnalato dal giornalista Paolo della Sala su lapulcedivoltaire.blogosfere.it ? I giacimenti petroliferi e quelli di gas che si trovano in territorio israeliano ma che il Libano ha già rivendicato come suoi. Se il nuovo governo libanese dovesse minacciare i confini con la scusa che lo Stato Ebraico sta derubando il popolo arabo della ricchezza che gli appartiene (seguendo la solita retorica antisemita di Hezbollah), il governo di Gerusalemme non potrebbe far altro che reagire, reagire con forza, facendosi così trascinare nella trappola. L’assaggio c’è stato il 15 maggio, quando una folla di manifestanti (secondo quanto rivelato dalla stampa israeliana) reclutati dal regime siriano per varcare la linea del cessate il fuoco che funge da confini tra Siria e Israele dando vita agli scontri che sono costati alla vita ad alcuni di questi manifestanti.

Bashar al Assad, assieme al fratello Maher (che guida un’unità dell’esercito formata da fedelissimi al regime), approfitterebbe della situazione per far calare il sipario sulle proteste della maggioranza sunnita esclusa dal potere. Se fino ad oggi, pur con i riflettori puntati addosso, la repressione del regime Alawita (la setta cui appartiene il clan Assad e che rappresenta il 10% circa della popolazione) ha fatto circa 1300-1400 vittime, comprese donne e bambini, ed ha compiuto decine di migliaia di arresti, tanti da dover compiere gli interrogatori di massa dentro agli stadi di calcio, si immagini quanto sanguinaria potrebbe farsi coperta da una coltre di silenzio mediatico. La colpa è certamente anche delle deboli reazioni dell’occidente mosce: ancora fino al 27 marzo il Segretario di Stato Hillary Clinton appellava il leader siriano come “riformista”, mentre più di recente Obama ha richiamato Assad ingiungendogli di assecondare le richieste del popolo in piazza.

Le nuove prese di posizione dell’amministrazione USA potrebbero aver causato il riposizionamento strategico del Primo Ministro turco Erdogan che, fino a ieri alleato strategico della Siria, ha minacciato interventi armati nel caso in cui le violenze dovessero continuare. Persa la stampella turca, Bashar può contare oramai unicamente su quella iraniana, ma soprattutto su un qualche incidente ai confini d’Israele e sulla comprovata ottusità dell’Occidente.

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