Le offese di Umberto Bossi: una metafora contemporanea
Di Giacomo Caniparoli il 17 agosto | ore 09 : 31 AM
Sebbene la volgarità utilizzata da Umberto Bossi risulti una strategia vincente per farsi sentire vicino al suo seguito meno “civilizzato” (e quindi gli garantisca un ritorno oltre che di critiche, per assurdo, di simpatie) non viene da mettere in dubbio la sua spontaneità. C’è da dubitare fortemente che esistano, alle sue spalle, equipe di professionisti pronti ad indicargli quali offese elargire; semplicemente il parlare rozzo è un suo marchio di fabbrica, dagli esordi ad oggi.
E questo è quanto di più “democratico” ci si possa auspicare.
La sua riuscita politica è certamente democratica e quindi popolare, proprio in virtù del fatto che rappresenta l’incarnazione politica di uno strato di società che parla e che si rispecchia in quelle esatte esternazioni.
Offese sul piano personale, fisico, parolacce e volgarità, fanno parte di quel linguaggio di strada, di massa, che tanto sdegno sta suscitando nei sensibili scribacchini delle testate giornalistiche.
E siamo di nuovo al gioco delle tre carte, dove c’è da scoprire, prestando molta attenzione, sotto quale carta giornalistica si nasconde la vera entità democratica, la vera anima plurale.
Noi che abbiamo avuto, per discendenza, il tempo e la capacità di leggere e di sdegnarci per le parole di Bossi, da quale parte stiamo? Abbiamo veramente compreso quale sia il significato della parola Democrazia? Possibile che sul più rinominato quotidiano vicino al centro sinistra, si possa trovare una forte mobilitazione di disgusto per le parole di Bossi? E a che pro poi? Tentare di tamponare il suo linguaggio denunciandolo?
Chi pensa che i politici debbano obbligatoriamente utilizzare un linguaggio raffinato e colto, o anche semplicemente un linguaggio garbato, a buone possibilità è solamente mosso dai propri interessi di parte (seppure al solito, inconsciamente, ma sarebbe meglio dire, automaticamente) e vorrebbe una politica antidemocratica, composta esclusivamente da certe modalità espressive proprie della sua estrazione.
E invece no, bisogna sforzare la vista un tantino più in là per smontare il giochetto, ed arrivare, seguendo le manovre furtive delle mani sopra le carte, addirittura a prendere le difese di un linguaggio disgustoso e che non riteniamo aderente al nostro, per capire se siamo veramente democratici o viceversa (cosa del tutto lecita,) e a quel punto accettare la nostra idiosincrasia alla democrazia o meno.
Chi in queste ore si ritiene disgustato e vorrebbe censurare Umberto Bossi, è al tempo stesso (seguendo un processo elementare di delega) disgustato e mosso dalla voglia di censurare una fetta, ho modo di credere particolarmente larga, di popolazione che utilizza abitualmente quel linguaggio colorito.
Si arriva alla ri-dimostrazione di quanto avevo scritto nel precedente articolo, riguardo l’esautorazione e successivo scambio, di ogni connotato politico con ogni collocazione politica (sia dei partiti, che dei loro relativi organi giornalistici).
Da nessuna parte sta scritto che i politici debbano utilizzare un linguaggio necessariamente forbito, mentre necessariamente questi devono essere i rappresentanti delle istanze e delle caratteristiche di chi li vota, di chi li sostiene, di chi vi si rispecchia.
L’essere lesi nella sensibilità quindi non è certo un problema nostro, nemmeno di Brunetta o della Montalcini, quanto semmai di quelle fasce elettorali che hanno votato Bossi e la Lega; se queste, a differenza, si sentono adeguatamente rappresentate, allora il generale sentimento di raccapriccio non è che la trasposizione del fastidio “snob” delle classi civilizzate, in termini di Modalità Linguistiche, verso le classi strutturalmente impossibilitate a percepire il fastidio stesso.
La trasposizione dello sdegno delle classi educate verso quelle “barbare” sul campo della modalità linguistica, ricorda la Guerra di Corea, dove la marionetta Corea del Sud agiva da attore materiale per il virtuale blocco occidentale, mentre per contro, la Corea del Nord rappresentava l’incarnazione fisica del blocco comunista.
Alla stessa maniera: i modi garbati, la sensibilità, l’educazione, sono le modalità di relazione proprie delle classi agiate, che (ben nascoste dietro la cortina esautorata della sinistra) le utilizzano per scontrarsi contro l’inciviltà, la mancanza di tatto e la volgarità, intese come le modalità della “massa” e in questo caso specifico, della Lega.
Lo scontro, spostatosi sul campo “morbido” del parlato, in questa maniera riesce a scartare le trincee dell’ormai impossibile violenza fisica, e si trasforma in una battaglia virtuale, ovvero indiretta, ma non per questo irrilevante sotto il profilo delle conseguenza reali. Dietro le offese di Bossi e dietro la contraerea dei giornalisti, esiste un corrispettivo mondo materiale, che non sempre risulta essere quello che ci si aspetterebbe o che vorrebbero farci credere.
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