L’altra metà della media-revolution araba
Di Tommaso Ederoclite il 22 febbraio | ore 12 : 41 PM
C’è una impercettibile superficialità nelle analisi politiche e comunicative che in questi giorni accompagnano il domino delle rivoluzioni nord-africane. Una sostanziale disattenzione da parte degli analisti della comunicazione politica che non vede, e in alcuni casi fa finta di non vedere, quella che fine a qualche anno fa sarebbe stato l’argomento principe di qualsiasi osservatore della comunicazione o opinionista di circostanza: il ruolo della comunicazione locale nei “moti rivoluzionari” arabo-africani.
Un punto praticamente scomparso dall’agenda politica dei media, siano essi broad o netcast, e che crea anche un senso di disagio per via della retorica civilista che accompagna le insurrezioni.
L’occhio – per molti versi già miope – dei media occidentali sul tema della comunciazione sembra essersi appiattito ulteriormente e appare schiacciato su analisi relativamente scontate, come il ruolo dei social network nelle rivoluzioni, delegando quasi tutta la rappresentazione delle rivolte ai networks internazionali di Al-Jazeera o di Al Arabiya, fino a qualche anno fa definite, un po’ ingenuamente, come voci non ufficiali di Al-Qaeda. Basta fare un giro sulle maggiori testate – italiane e non – per notare che lo spin-off delle dirette , soprattutto nelle zone più calde , è quasi totalmente reindirizzato alle famose tv arabe.
Una rappresentazione mediatica delle rivolte che può dunque apparire – per usare un termine forte – viziata. Per capirci, provate a chiedervi se nei paesi arabi il frame, ovvero l’incorniciamento, la lettura, l’interpretazione politica e religiosa delle rivolte sia legata davvero al civilismo della classe media libica, tunisina o egiziana che pare emergere dalle analisi dei media nostrani. Quella classe media che usa Facebook, quella che manda la propria idea delle rivolte attraverso i tweet, quella che ha studiato Scienze Politiche a Bengasi o Biologia al Cairo.
Se invece proviamo a stratificare le popolazioni coinvolte nel domino rivoluzionario e focalizziamo l’attenzione al consumo mediatico che caratterizza i popoli insorti è quanto meno banale sostenere che queste rivolte non sono il frutto della classe media informatizzata ma sono il prodotto dei disagi sociali, politici – e perché no – religiosi degli strati più poveri e meno abbienti.
Sono loro la vera miccia.
Strati che però si informano attraverso la lettura delle testate e l’ascolto delle radio locali, che hanno relazioni con i tanti leader politici e religiosi presenti sul territorio, che premono per la libertà – non dai dittatori in questione – ma dallo stato perenne di povertà al quale erano obbligati.
Abbiamo dunque una informazione “strabica” che ricostruisce le rivolte arabe a partire da Al-Jazeera e Al-Arabiya che, per quanto stiano facendo un ottimo lavoro, limita il ventaglio intepretativo dei fatti. Un informazione mediacentrica che come vezzo sceglie di eleggere i social network come “eroi” delle rivolte ma perde di vista temi come la diversità del comunicare, dei mezzi di comunicazione e dei relativi modi di “raccontare mediaticamente” la rivoluzione. Un informazione in balìa della più estrema spettacolarizzazione ma che dimentica qual è l’elemento che effettivamente sta facendo la storia delle rivoluzioni arabe: gli uomini.








