La rivolta di Londra: che cosa c’è dietro?
Di Paolo Gallazzi il 12 agosto | ore 09 : 46 AM
Vi cercheremo, vi troveremo, vi incrimineremo e vi metteremo in carcere per quello che avete fatto
Questa la promessa del premier britannico David Cameron, che riflette la linea dura adottata dal governo nel tentativo di contrastare le violenze che da cinque giorni sfregiano il volto dell’intera Nazione. Aumento del numero di agenti impegnati (circa sedicimila, che rimarranno schierati nella capitale per tutta la settimana), che potranno adottare misure drastiche come cannoni ad acqua e proiettili di gomma per disperdere le rivolte, limitazione dell’uso dei social networks, utilizzati dalle bande di teppisti per organizzarsi, processi rapidissimi (con un ritmo di cento casi sostenuti in sei ore), nessuna possibilità di uscire dietro cauzione, niente attenuanti, massima severità e l’istituzione di un fondo di emergenza di 10 milioni di sterline (circa 11,5 milioni di euro) a disposizione delle autorità locali, oltre che indennizzi e sgravi fiscali per le vittime dei danneggiamenti.
Saranno sufficienti questi provvedimenti a togliere slancio alla rivolta? Probabilmente sì, dato che i primi risultati sono già visibili. Quella di mercoledì, infatti, è stata la prima notte di calma dall’inizio dei disordini (grazie anche alla pioggia), anche se la tensione rimane alta in tutto il Paese, ed è indubbio che uno spiegamento sproporzionato tra forze dell’ordine e rivoltosi risulterà una mossa strategica vincente oltre ad offrire un valido deterrente.
Tuttavia il problema non verrà risolto alla radice. Anzi, non si è nemmeno accennato a volerlo affrontare. “Questa è criminalità inaccettabile – ha affermato il primo ministro – e non c’è nessuna scusa: qua non si tratta di politica o di proteste, qua si tratta di furto”. Ma è davvero così? La politica non c’entra nulla? Forse sarebbe il caso di interrogarsi su quali siano le vere motivazioni alla base della “rivolta di Londra”.
Ghetto Boys, Tottenham Mandem, Damned Crew, Hawkubites, Peckham Boys, Yardie. Questi sono solo alcuni nomi delle 257 gangs presenti sul territorio londinese. Si tratta di gruppi di giovani e giovanissimi (la maggior parte ancora minorenni) appartenenti a differenti minoranze etniche, africani, pakistani, turchi, caraibici, asiatici … , il prodotto di un melting pot che rappresenta una realtà finora sottovalutata nel panorama di una Nazione che, per cultura, fatica a prendere le distanze da un concetto di nazionalismo ormai obsoleto, retaggio di un’arroganza colonialistica centenaria e di quell’amore per la tradizione che tiene ancora in vita una monarchia allo stremo come quella britannica.
Si tratta di figli di terza o quarta generazione di immigrati provenienti da ogni angolo dell’ex impero britannico. Vivono una realtà fatta di sogni infranti, di una disperazione endemica lasciata loro in eredità da padri che spesso nemmeno hanno conosciuto. Madri sole che tentano di allevare alla meglio figli che presto le sovrastano in termini di dimensioni e forza fisica. Cresciuti per strada, dove unirsi ad una gang rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza in un mondo in cui vige la legge del più forte (e del più cattivo). Assuefatti alla violenza e nell’ignoranza più completa, si ribellano alle madri, le picchiano, le insultano. Poi nelle strade. Furti, spaccio di droga, rapine.
Sono nati qui, ma non si sentono appartenenti a questa terra. Sono emarginati, vivono al di fuori della società. Soprattutto ora che il divario tra le classi sociali si fa sempre più marcato. La crisi economica ha costretto il governo a tagliare il 50% dei contributi comunali, così le strutture pubbliche di sostegno sono state chiuse. Non ci sono più biblioteche, né luoghi di aggregazione. L’istruzione è diventata un lusso. Meglio iniziare a lavorare. Ma dove? Il flusso di immigrati è ormai insostenibile ed il lavoro non ci può essere per tutti. Non ci sono soldi, non c’è lavoro, non c’è istruzione … non c’è futuro.
Ed allora esplode la rabbia. Il rancore covato nei confronti di chi è più fortunato, dei coetanei che vivono in centro, nei quartieri ricchi come Nothing Hill, e che hanno tutto cerca con prepotenza una valvola di sfogo. La trova con un episodio insignificante (non per la gravità, ma perché non rappresenta certo un fatto straordinario nei sobborghi di Londra), l’uccisione di un pregiudicato avvenuta in circostanze sospette. E’ solo la scintilla. L’odio fa il resto.
Partono gli sms, i messaggi attraverso Facebook e Twitter, il passaparola. C’è da arraffare roba. Tutto gratis. Perché no? E poi ciò che non si riesce a rubare lo si può distruggere. Far patire un po’ di sofferenza a chi possiede qualcosa e magari dare una lezione a qualche poliziotto al servizio di una Nazione che li ignora.
Cellulari e scarpe di marca, ecco che cosa prendono. Status symbol per azzerare le distanze con i ragazzi ricchi, quelli che se li possono permettere. Si tratta di follia, di emulazione, di illusione. La follia di che non ha nulla da perdere, l’emulazione nei confronti degli unici modelli di riferimento che abbiano mai avuto, l’illusione di un riscatto, anche momentaneo.
Il governo li considera criminali e lo sono. Li vuole dietro le sbarre e la punizione deve essere esemplare. La popolazione ha diritto ad essere protetta, le vittime dei saccheggi ad essere risarcite. La Metropolitan Police, una delle più efficienti del mondo, ha svolto un lavoro encomiabile riuscendo a gestire la situazione, mettendo a repentaglio l’incolumità dei migliaia di agenti, senza dover ricorrere al supporto dell’esercito. La strategia del “muso duro” è necessaria per contrastare questo genere di violenze ed evitare qualunque tipo di degenerazione, a patto però che non serva soltanto a mascherare errori e carenze nella gestione della politica interna.
Ciò che è accaduto a Londra ed in altre città britanniche non rappresenta un episodio anomalo di criminalità comune sfociata in un delirio di massa per qualche giorno, ma il sintomo di una società malata, che necessita di una cura. La repressione del fenomeno è una scelta obbligata, ma se le cause non verranno estirpate alla radice, facendo finta di nulla e declinando qualunque responsabilità, presto o tardi si ripresenterà e sarà ancora peggiore.
La colpa di quanto avvenuto non è del governo, ma dei teppisti che hanno trasformato la città in un campo di battaglia per un Blackberry o un paio di Nike. Ma il problema, quello sì, è indiscutibilmente politico.
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