La primavera araba, un anno dopo: cosa è cambiato?

La rivoluzione araba iniziata nella primavera dell'anno scorso ha coinvolto tutto il Nord Africa e il Medio Oriente. Una vera polveriera araba, ma oggi la situazione è ancora traballante e il futuro delle popolazioni ancora critico.

Di Manuel Glauco Matetich il 26 gennaio | ore 10 : 05 AM


Un anno dopo la caduta del Faraone Mubarak, il processo di cambiamento nel mondo arabo è ancora aperto e incerto. Con la sola eccezione della Tunisia, ove la transizione appare quasi terminata, il resto dei paesi in cui ci sono state le rivolte si possono dividere in tre categorie:

1. Il processo di transizione:  Libia e Yemen

Dopo una guerra civile in cui i ribelli avevano il sostegno internazionale, i libici stanno cercando di ricostruire un paese in cui l’identità nazionale è debole e dove i sentimenti dei gruppi tribali agiscono come forze centripete. Nello Yemen, la pressione esterna e la promessa di immunità, ha fatto sì che il presidente Saleh abbia accettato di ritirarsi formalmente dal potere di governo, e ha avviato una transizione politica difficile da portare avanti. In entrambi i casi occorre molto tempo e  sostegno esterno per evitare il peggio.

2. Verità nascoste:  Bahrein e Arabia Saudita

Né le misure di riconciliazione, né il fondo pecuniario per le vittime annunciato dalle autorità del Bahrain hanno convinto coloro che sono scesi in strada per chiedere i diritti civili. A differenza di altri paesi, la divisione settaria tra la famiglia reale sunnita e la maggioranza sciita della popolazione rende notevolmente più difficile la soluzione della questione.  Le proteste continuano.

Mentre continuano anche nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, dove le autorità hanno risposto con misure simili alla polizia usando anche la violenza per reprimere i protestanti. Ma tutto ciò alla stampa internazionale sfugge o non arriva, complice sia la restrizione di informazione nel paese che giocoforza la vendita di petrolio alle grandi potenze mondiali.

3.  Tuttora in corso: Siria

E ‘ la situazione più ardua e più delicata. I siriani sono divisi e la correlazione di forze non è chiara, ma il regime può vantare ancora l’apparato di sicurezza, che come sappiamo lo usa senza alcun problema nè limite di natura umanitaria, commettendo così un illecito internazionale (come afferma l’art. 3 della Convenzione di Ginevra e il Protocollo Addizionale del 1977). Anche i settori legati al potere di Assad risultano scontenti della dittatura odierna ma cercano di starne fuori per paura di divisioni etniche e confessionali nel paese.

Infine, un quarto gruppo di paesi i cui governi hanno risposto con rapidità alle richieste dei  propri sudditi (Marocco, Giordania e Oman) e sono riusciti, al momento, a contenere le proteste. Questo gruppo include anche i paesi che hanno saputo anticipare una tale eventualità promettendo di migliora le loro condizioni economiche e politiche, come la stessa Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi e persino il Qatar.

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