La norma salva-Fininvest ed il mistero del comma 23
Di Paolo Gallazzi il 6 luglio | ore 15 : 05 PM
Alla fine ecco l’epilogo di una vicenda che per ventiquattro ore ha scosso la scena politica italiana. Il premier ritira la norma “dello scandalo”, ma le polemiche di certo non si placano. Dal proprio seggio alla Camera Antonio Di Pietro aveva arringato contro il Presidente del Consiglio, sostenendo l’ipotesi di un illecito avvenuto nell’approvazione della manovra finanziaria da parte del Cdm. “Qualcuno – sosteneva – al di fuori del Consiglio dei Ministri, nel redigere il documento, lo ha falsificato. Io credo che il Parlamento abbia il dovere di chiedere al ministro (Calderoli, che si era detto ignaro dell’inserimento della norma, ndr) che cosa è successo. Sono stati commessi dei falsi sia materiali che ideologici. La manovra portata al Capo dello Stato è diversa da quella approvata.”
Le indiscrezioni che stanno emergendo ora rivelano in realtà un retroscena molto più variegato e complesso, delineando un quadro differente da quanto ipotizzato dal leader dell’Idv e che vede al centro della vicenda un duro scontro tra Berlusconi e Tremonti.
Nel Governo molti avevano preso le distanze dalla impopolare norma, dichiarandosi completamente ignari delle intenzioni del premier e provocando l’indignazione di Di Pietro. In realtà ben pochi possono vantare una totale estraneità ai fatti. Da tempo, è assodato, se ne discuteva, soprattutto negli incontri che avvenivano all’ombra di Palazzo Grazioli, senza tuttavia giungere ad una soluzione che potesse apparire accettabile. Tempus fugit e con la sentenza della Corte d’Appello prevista per il 9 luglio non ci si poteva più permettere di tergiversare.
Si presenta un’opportunità. La manovra finanziaria potrebbe prevedere, in un contesto di tagli alle spese giudiziarie e velocizzazione dei processi, una norma che congeli i risarcimenti miliardari fino alla certezza della sentenza di terzo grado. Alfano si mostra titubante, ma in fondo si può fare. Del resto non c’è più tempo da perdere e questa potrebbe rivelarsi l’ultima possibilità.
Così a due giorni dalla riunione ufficiale del Consiglio dei Ministri, durante un incontro preliminare, si gettano le basi per l’inserimento della norma salva-Fininvest all’interno della Finanziaria. Tuttavia all’orizzonte si profilano già i primi problemi. I tecnici parlano di incostituzionalità. Gli uffici legislativi contattano il Quirinale per avere un’anteprima sull’umore del Colle. Fumata nera, anzi grigia, come si addice all’ufficiosità del consulto.
Non importa, si va avanti lo stesso. Così giovedì 30 giugno si arriva al Consiglio dei Ministri con una norma “poco papabile” ma pronta comunque per l’inserimento nel decreto in fase di approvazione. Ed è proprio a questo punto che il mistero s’infittisce.
Durante una pausa dei lavori Berlusconi e Tremonti si appartano. Il tempo passa ed i due tardano a ripresentarsi. Qualcosa non va, questo è evidente a tutti. Poi il premier ed il superministro, dopo una buona mezz’ora, tornano a farsi vivi nel salone centrale di Palazzo Chigi. Solo ora la norma tanto cara al Cavaliere viene discussa ed allegata a tutto il resto.
Ma che cosa si sono detti i due? Che cosa è avvenuto nei corridoi della Presidenza del Consiglio? Questo sarà destinato ad essere un mistero per lungo tempo. Ciò che risulta inequivocabile, però, è che Tremonti fosse al corrente del comma 23 proposto da Berlusconi. Non del tutto convinto, forse. Magari addirittura contrario. Ma di certo non all’oscuro. Si può ipotizzare che il ministro dell’Economia fosse consapevole dello stop che il Quirinale avrebbe imposto al provvedimento e che, di conseguenza, abbia fatto buon viso a cattivo gioco, assecondando la farsa ed il ghiribizzo del premier pur di mandare avanti la “sua” manovra. Ma negli ambienti vicini alla Presidenza del Consiglio c’è chi sussurra che sia stato lo stesso Tremonti a dettare il testo della norma. Sospetti fomentati anche dalla sfuriata che ieri sera Berlusconi avrebbe rivolto al titolare dell’Economia: “Chiedetevi chi ci guadagna da questo disastro”. La responsabilità, ha sostenuto il premier, è da attribuire a Tremonti che “ci ha fatto perdere il gradimento del 65% del nostro elettorato”.
Tuttavia il mistero più sconcertante riguarda il motivo che ha spinto Berlusconi a tentare questa “mossa”. Era scontato che il “colpo” non sarebbe riuscito, anche contando sull’appoggio incondizionato dei suoi (sempre meno entusiastico e sempre più circoscritto). Forse la parabola discendente della vicenda politica del Cavaliere, che macina una sconfitta dopo l’altra, non fa altro che incrementare la disperazione di un uomo che inizia a sperimentare la sconfitta e che si rende conto, ormai, di non avere più nulla da perdere. Con oggi siamo entrati nella fase finale del berlusconismo. Quella più pericolosa.
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