La mafia e il riciclaggio di denaro online
Identità fittizie e prestanomi in affitto. Così la criminalità ripulisce una montagna di soldi
Di Claudio Forleo il 6 aprile | ore 19 : 49 PM
Se chiedete ad un investigatore o ad un magistrato impegnati nella lotta contro la criminalità organizzata come procede la loro battaglia, questi vi diranno tante cose e vi esprimeranno numerosi concetti. Uno soprattutto: “Le mafie stanno sempre un passo avanti”. Ed è una verità difficile da ammettere, ma la realtà parla chiaro. Chi guida un clan di media grandezza non è più il vecchio padrino, molto furbo ma poco istruito e poco avvezzo a trattare argomenti che vadano al di là di ciò che ha imparato fino alla terza media, o che ha conosciuto sulla strada. Oggi, chi tira le fila delle multinazionali del crimine ha due frecce in più al proprio arco. Conosce gli strumenti base dell’economia finanziaria e sa usare le nuove tecnologie. Assieme, queste due competenze possono essere usate come armi nei confronti delle indagini della magistratura. Come? Tramite il riciclaggio del denaro attraverso Internet (money laundering è il termine tecnico). Comodamente seduti nelle loro tane, i boss (e/o chi ne gestisce le fortune) possono movimentare montagne di denaro, semplicemente cliccando sul mouse del loro computer. Vediamo come.
“PESCA“ E LAVAGGIO. Quelli che gli investigatori definiscono “gli sport preferiti dai criminali” si chiamano Phishing e Cyberlaundering. I boss, o i loro “cassieri”, si rivolgono ad esperti di informatica che, in cambio di lauti compensi, forniscono loro i dati sensibili di persone ignare di tutto. Spiega il giornalista dell’Avvenire Vincenzo Spagnolo, esperto dell’economia mafiosa legata al traffico degli stupefacenti, nel libro Cocaina Spa:”Il phishing non è nient’altro che la pesca, nella rete di Internet, di tutti i dati personali che vi sono rimasti ‘impigliati’: numeri di carte d’identità e di passaporto, foto, codici fiscali, recapiti postali e bancari”. Ma perchè lo fanno? Una pesca del genere risulta essere molto fruttuosa per i criminali che, tramite quei dati, creano identità fittizie, o le rubano o, come vedremo, le “prendono in prestito”. Lo scopo è quello di intestare a prestanome, reali o fittizi che siano, i loro capitali. Così facendo è molto più difficile risalire a chi veramente gestisce quel denaro. Facciamo l’esempio di un boss che deve riciclare un milione di euro. Questo cosa fa? Li spacchetta in venti,cinquanta o cento parti e li intesta a vari prestanome. Attraverso vari conti, di varie banche e in vari Paesi, fa passare il denaro in pochi minuti da un conto all’altro. Fino a farlo arrivare, tutto intero, in un unico conto, magari in qualche paradiso fiscale. Così facendo il boss ha spostato questo denaro (sporco) fino ad un conto (apparentemente pulito) in qualche banca, spesso compiacente. Ciò che lui ha fatto in trenta minuti, renderà la vita difficile agli investigatori. Se un magistrato volesse risalire alla provenienza di quel capitale, dovrebbe ricostruire tutti i vari passaggi di denaro in ogni singolo conto, in paesi diversi, dove magari vige un forte segreto bancario. Dovrà fare richiesta, aspettare una risposta che spesso arriva con estremo ritardo (chi sa di ospitare capitali mafiosi non apre le porte con tanta facilità) e impiegare settimane (nei casi migliori) o mesi. E al boss è bastato investire mezz’ora del suo tempo.
PRESTANOME IN AFFITTO. Avevamo anticipato prima la figura dei prestanome in affitto. Nel 2007 la Procura di Milano, come riportato con dovizia di particolari in Cocaina Spa, dopo mesi di indagini, arrestò due persone e ne denunciò 152. Fra queste spiccavano i nomi di casalinghe, studenti universitari o impiegati. Alcuni era all’oscuro del fatto che il loro conto corrente veniva utlilizzato da altri. I dati erano stati “pescati” nel modo in cui abbiamo spiegato prima. Altri invece erano a conoscenza di quanto avveniva. A queste persone era arrivata una semplice mail nella quale gli si chiedeva di mettere a disposizione di una società il proprio conto corrente. In cambio avrebbero ricevuto una percentuale della cifra depositata sul proprio conto. Un’offerta allettante per chi non doveva fare nulla, se non evitare le domande. Gli investigatori hanno scoperto che per una cifra di cinquemila euro, depositata temporaneamente sul proprio conto, i prestanome in affitto ricevevano il cinque per cento. Duecentocinquanta euro, la metà di un mese di affitto per una bella stanza di piazza Bologna, a Roma. Molto facile che un giovane studente universitario si lasci attrarre da una proposta del genere. I magistrati hanno dovuto seguire la lunga catena di bonifici, di conto in conto, per raccapezzarsi. Salvo poi scoprire che anche la società da cui partivano i primi bonifici in realtà non esisteva. Era intestata ad una persona virtuale, la cui identità era stata creata tramite pishing.
Questo sistema di riciclaggio è estramemente facile da mettere in atto. E’ sufficiente un computer collegato ad Internet e un disco rigido con una buona memoria. Ma, a volte, non è necessario neanche un “ingombrante” pc. Può essere sufficiente un telefonino e una sim card ricaricabile. Ma, come abbiamo visto, è molto facile per gli esperti informatici al servizio della criminalità creare una carta d’identità falsa a cui intestare la sim card. Spiega ancora Vincenzo Spagnolo nel suo libro:”I malavitosi più esperti clonano direttamente le sim card di altri utenti oppure ne acquistano di usate nei mercati delle pulci. Sugli annunci dei quotidiani, da Roma a Madrid, non è infrequente leggere offerte come ‘Vendo un telefonino per la navigazione in Internet, compreso di sim card”.
Umberto Rapetto è il comandante del Gruppo anticrimine tecnologico (GAT) della Guardia di Finanza. In un’intervista rilasciata all’autore di Cocaina Spa evidenzia quanto segue: “Già da anni c’è chi chiede alla propria banca di eseguire trasferimenti e accrediti di altri contri e poi, da lì, su altri ancora. Ma certe richieste non passano inosservate. Ed è impossibile pretendere di effettuare una dozzina di spostamenti senza essere notati”. A questo punto sorge però un altro problema. Di fronte a movimenti di denaro “sospetti”, le banche avrebbero l’obbligo di segnalare la cosa alle autorità competenti. Ma non tutti lo fanno. Alle organizzazioni criminali è sufficiente mettere su libro paga un funzionario di banca, ed il gioco è fatto. Capita a volte che la compiacenza arrivi anche a livelli più alti. In una fase di crisi economica, alcune banche in difficoltà possono tendere a chiudere più di un occhio, ottenendo in cambio una liquidità necessaria per la sopravvivenza.
(Segue)
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