La lezione dei popoli magrebini

Di Redazione il 10 marzo | ore 18 : 11 PM


Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del
Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia,
Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita,
Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri
Stati che non sono esposti all’attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello
Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del
governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta
massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e
un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica.
E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore
europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di
armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste
settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine
di un “effetto domino”, come molti analisti politici teorizzarono per
descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire
dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80,
né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come
sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un
accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un
evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni
sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad
un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi
si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla
solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è
semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una
riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è
molto più complicata.

L’ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento
infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e
spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera
area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli
interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali
per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini
politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi
rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un
processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici
internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono
che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo
è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato
storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico,
ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia
capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato
da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo
rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e
imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse
popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre
termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le
rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime
politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare
ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che
l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a
mantenerli in vita.

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo
e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure
in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari
abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una
rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito
zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti
“interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione
bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel
1917.

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con
fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a
favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si
ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi. Coloro che oggi
proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano
per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari
con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile
causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la
guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo
nordamericano.

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari
d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie
politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo
gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine
che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga
come prima.

Lucio Garofalo

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