La Florida è di Mitt Romney

Di Pier Francesco Prata il 1 febbraio | ore 08 : 08 AM


Too big to fail è un’espressione utilizzata nel mondo finanziario, per riferirsi agli istituti bancari “troppo grandi per fallire”. Definizione che, nella corsa alla nomination del partito repubblicano, calza a pennello al favorito Mitt Romney. Al di là della sue fortune milionarie, infatti, il candidato mormone è quello con le maggiori possibilità economiche e organizzative, una gigantesca macchina da guerra che in Florida ha fatto il suo dovere. I comitati che lo sostengono hanno speso nell’ultima settimana sette milioni di dollari solo in spot televisivi (sono stati più di diecimila in totale) : questa potenza organizzativa è “troppo grande per fallire”, nessun candidato può competere con essa e, al di là dei riserve che molti elettori hanno ancora riguardo a Romney, questo aspetto risulterà decisivo nella sua corsa alla nomination, ormai sempre più probabile.

L’ex governatore ha trionfato nel Sunshine State, conquistando il 46% delle preferenze e ridimensionando l’offensiva del suo maggior avversario Newt Gingrich che, dopo la vittoria in South Carolina, è rimasto fermo al 30% di consensi. La Florida, il primo grande Stato in cui si è votato, ha impietosamente fotografato la differenza di peso tra i candidati: gli sfidanti di Romney, in uno stato molto esteso e frastagliato dal punto di vista politico e elettorale, hanno pagato dazio e accusato il colpo, rivelando l’incapacità di rappresentare un profilo presidenziale in grado di impensierire Obama.  Inoltre l’ex speaker della Camera ha pagato i cattivi risultati nei dibattiti svoltisi la settimana scorsa, che hanno visto Romney  rispedire al mittente ogni attacco e riguadagnare consenso nei sondaggi. Proprio come in quei dibattiti, anche nelle votazioni agli altri candidati sono rimaste solo le briciole. Rick Santorum ha raccolto il 13% voti e Ron Paul il 7%. Entrambi stanno già facendo campagna in Nevada, prossima tappa delle primarie. Sarà interessante osservare il destino di questi due contendenti, che appaiono ormai fuori dai giochi: Paul ha più volte dichiarato di non volersi ritirare, e nel remoto caso lo facesse sarebbe difficile individuare nella corsa repubblicana un altro candidato in grado di sostenere le sue posizioni estreme, soprattutto riguardo politica estera e monetaria. Ha assicurato non si candiderà come terzo incomodo il prossimo sei Novembre, e rappresenta una parte dell’elettorato che potrebbe far comodo al futuro candidato. Rick Santorum, invece, non è finora riuscito a insidiare il ruolo di sfidante a Newt Gingrich, nonostante il sostegno delle chiese evangeliche. Si è comportato bene nei dibattiti, ma dopo la vittoria “d’ufficio” in Iowa, sembra aver perso colpi, schiacciato dall’exploit di Gingrich, sostenuto dal miliardario Sheldon Adelson. Proprio le modeste possibilità finanziarie e la difficoltà a compattare l’elettorato più conservatore attorno al suo nome potrebbero portarlo al ritiro entro breve. A quel punto bisognerà capire verso quale candidato convergerà: nel discorso di ieri sera ha duramente attaccato Gingrich, “ha avuto la sua occasione e l’ha sprecata: finché lui è in campo continueremo a parlare di lui e dei suoi guai, e non di Obama”, e si è rivolto a Romney con toni più distesi. Alcuni ipotizzano possa virare verso quest’ultimo, che potrebbe sceglierlo come vice. Vedremo i risultati che riuscirà a ottenere nelle votazioni di febbraio, ma finora la corsa alla nomination ha riguardato due nomi. Dopo il supertuesday del sei marzo sapremo qualcosa di più riguardo al destino dei contendenti.

Subito dopo la vittoria, Romney via twitter ha ringraziato gli elettori, ricordando che il vero obiettivo della sua campagna è sconfiggere Barack Obama. Il presidente continua a essere il bersaglio preferito dei suoi attacchi: ” vuole trasformare l’America in un Paese nel quale non ci riconosciamo”, ha dichiarato l’ex governatore, assicurando che primarie combattute non indeboliscono il partito, anzi lo “preparano alla sfida con Obama”. Newt Gingrich ha invece negato di voler gettare la spugna, ricordando che mancano diversi stati prima della fine della contesa (“46 states to go”, recitavano i cartelli dei suoi sostenitori ieri). I risultati della raccolta fondi dell’ultimo trimestre del 2011 sono però impietosi, e fotografano perfettamente la situazione: 19 milioni raccolti da Romney, 2 da Gingrich, meno di uno per Santorum (Obama ne ha raccolti più di ottanta).

Si è molto discusso nei giorni precedenti al voto sull’appoggio dei big repubblicani ai candidati: Herman Cain ha dichiarato il suo endorsement a Newt Gingrich, sostenuto in diverse interviste anche dall’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin. Mitt Romney, appoggiato dall’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty e da quello del New Jersey Chris Christie, ha ricevuto anche quello dell’ex presidente George Bush Sr. Non quello del figlio Jeb Bush, amato ex governatore della Florida, endorsement molto ambito che Romney sembrava aver conquistato nelle scorse settimane. Il più giovane dei Bush ha però deciso di rimanere neutrale, senza schierarsi. Jeb, da anni ormai terzo candidato in pectore della dinastia alla presidenza, non è sceso in campo quest’anno e finora si è tenuto fuori dalle schermaglie della contesa. Per molti rappresenta, insieme al governatore dell’Indiana Mitch Daniels, il profilo del salvatore della patria, candidato dell’ultimo momento in grado di compattare l’elettorato conservatore nel caso nelle prossime votazioni regni l’incertezza. In realtà Jeb, che nei giorni scorsi ha incontrato insieme al padre il presidente Obama alla Casa Bianca (il presidente ha scherzato dichiarandosi “felice” della mancata candidatura di Jeb), finora non si è trovato in sintonia con nessuno candidato. Romney, che ha cercato a lungo il suo appoggio, non lo convince per la sua linea dura sull’immigrazione, avendo Jeb un forte sostegno elettorale nella comunità ispanica. La sua discesa in campo è comunque improbabile: Jeb aspetterà l’esito delle prossime votazioni per posizionarsi, e magari rimarrà neutrale nel caso si vada verso una broken convention, in cui nessuno raggiunge la maggioranza dei delegati, per rappresentare il profilo del pacificatore nel partito. L’impressione, dopo le votazioni in Florida, è che Romney possa chiudere la partita molto prima, forse già nel supertuesday del sei marzo, che assegna più di quattrocento delegati in dieci stati. Come ha ricordato il senatore vicino ai Tea Party Marco Rubio (anche lui finora rimasto neutrale), ”chi vince in Florida sarà il candidato del nostro partito a novembre contro Barack Obama”. Per il terzo dei Bush se ne riparlerà nel 2016.

Romney comincia ad acquisire un buon vantaggio nella conta dei delegati (ne ha 84, Gingrich 27, Santorum 10 e Paul 8, ne servono più di mille per ottenere la nomination). La Florida assegnava tutti i candidati al vincitore, nelle prossime votazioni i delegati si distribuiranno in propozione, e quindi sarà importante ogni piazzamento. Ora è tempo di caucus: il quattro febbraio in Nevada e nel Maine, il sette in Colorado e Minnesota. Il viaggio continua.

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