La Florida dice Romney (per ora)

Di Pier Francesco Prata il 27 gennaio | ore 15 : 11 PM


Settimana di dibattiti per i candidati repubblicani in Florida, preludio al voto che si svolgerà il 31 gennaio. I dibattiti si sono svolti a Tampa e a Jacksonville, organizzati da NBC e CNN. Non se ne svolgeranno altri fino al 22 febbraio, in Arizona: nel frattempo voteranno gli elettori di Nevada, Maine, Colorado, Minnesota e Missouri, dopo la Florida. Ragion per cui l’uno due rifilato agli avversari da Mitt Romney questa settimana rappresenta, oltre che una grande vittoria nell’immediato, un ottimo risultato in prospettiva. Dopo la tremenda batosta subita in South Carolina, l’uomo che secondo il consulente Frank Luntz ha “tutte le qualità che i repubblicani vorrebbero vedere in un presidente, ma nessuna delle caratteristiche che cercano in un candidato”, ha cambiato atteggiamento, cominciando dai dibattiti: nei precedenti incontri era sempre sembrato troppo ingessato, troppo algido, non lasciando mai trasparire passioni, emozioni o nervosismo. Questa settimana ha mostrato un altro piglio, registrando unanime consenso tra chi ha seguito gli incontri.

Il dibattito di martedì, moderato da Brian Williams di NBC, ha visto fin dall’inizio i due contendenti battagliare sui vari temi, relegando gli altri candidati Santorum e Paul al ruolo di comparse. Romney ha criticato il passato politico di Newt Gingrich, in particolare le laute consulenze ricevute dalla società governativa Freddie Mac. Gingrich ha raccontato di aver dato consigli strategici alla società come storico, ma Romney non gli ha lasciato scampo: ”Caro Gingrich, Freddie Mac ti ha pagato 25 mila dollari al mese, 300 mila l’anno, perché ne eri il lobbista più importante”. Nel silenzio irreale del pubblico (che non poteva applaudire per, si è giustificata la NBC, “non perdere tempo”), Gingrich ha fatto fatica a rispondere, arrancando nella sua risposta in diverse occasioni, in evidente difficoltà dopo l’attacco del rinvigorito ex governatore del Massachusetts. Romney è riuscito ad apparire come il business man che attacca il lobbista presente da decenni nelle stanze del potere di Washington. Questo aspetto ha fatto passare in secondo piano le polemiche sulla sua dichiarazione dei redditi, resa finalmente pubblica pochi giorni fa.  Il suo Income Tax degli ultimi due anni recita guadagni per oltre venti milioni di dollari annui, in larga parte proveniente da investimenti finanziari, e quindi tassato molto poco, secondo la legge americana (addirittura Romney versa più soldi in beneficenza di quelli che paga al fisco). Nel documento appare anche un conto in Svizzera (chiuso nel 2010, probabilmente per evitare imbarazzi dal punto di vista politico) e investimenti in paradisi fiscali. L’errore maggiore di Romney è stato ritardare la pubblicazione della dichiarazione: gli attacchi alla sua ricchezza e ai suoi investimenti vanno sgonfiandosi, reputati non credibili se fatti dagli altri candidati del partito repubblicano, che nei decenni passati ha sempre sostenuto la scelta di tassare in quantità minore i capital gain, privilegiando la libertà d’impresa e i principi del liberismo statunitense. Probabilmente qualche grattacapo in più su questo tema potrebbe causarglielo, in una eventuale corsa alla presidenza, il presidente Obama, che da mesi conduce una strenua battaglia per tassare maggiormente i milionari e le rendite finanziarie: ma questa, per ora, è un’altra storia.

Il dibattito, a parte lo scontro iniziale tra i due big, non ha offerto molti altri spunti: i soliti attacchi di Ron Paul contro la Fed e le le politiche monetarie statunitensi, l’accusa, da parte di Romney, di debolezza a Obama nei rapporti con l’Iran, minacciato frequentemente negli interventi sulla politica estera dell’ex governatore, e le discussioni sull’immigrazione, tema molto sentito in Florida. Argomento su cui si è dibattuto al lungo anche nell’incontro di Jacksonville, giovedì: i quattro candidati si sono dichiarati a favore dell’immigrazione legale, ma quando Gingrich ha attaccato Romney riguardo una sua possibile intolleranza sul tema, l’ex governatore ha risposto a tono, definendo l’accusa “falsa e ripugnante”, ricordando le origini dei genitori. Romney ha proseguito nella sua “trasformazione”, cercando di essere più umano, ribattendo a ogni accusa senza lasciare spazio all’avversario. Lo stesso Gingrich infatti, quando ha rinunciato ad attaccare Romney sulla dichiarazione dei redditi tentando di attenuare la tensione del duello ormai delineatosi, è stato subito ripreso dall’ex governatore, che gli ha rinfacciato la strategia perseguita finora: “non sarebbe male se le persone rinunciassero a fare altrove critiche e attacchi che poi non sono disponibili a difendere qui”.

L’exploit di Rick Santorum è l’altra brutta notizia della notte per l’ex speaker della Camera: Santorum ha attaccato duramente Romney, mettendolo in difficoltà, per la sua riforma sanitaria da governatore del Massachusetts: una riforma troppo simile, per tanti repubblicani, a quella promossa a livello federale dall’amministrazione Obama. Il buon risultato di Santorum depone però a favore dello stesso Romney, perché l’ex senatore pesca nello stesso elettorato di Gingrich, che non è ancora riuscito a portarlo dalla sua parte compattando il fronte anti-Romney nell’elettorato più conservatore. Meno che mai ci riuscirà dopo questo dibattito, che rimette in corsa Santorum dopo che nei giorni scorsi diverse voci si erano rincorse riguardo un suo eventuale ritiro. Molto dipenderà dal suo risultato in Florida, da cui si evincerà se è in grado di sostenere il confronto elettorale con l’ex speaker.    I sondaggi sulla contesa sono stati finora molto contrastanti, anche se Romney continua a rimanere in vantaggio. Rimane il dubbio sulla capacità dei candidati alla sua destra di raccogliere voti in grandi stati, con maggiori differenze nell’elettorato. L’andamento delle primarie repubblicane sta riflettendo l’incertezza in cui naviga il partito, che vede una netta divisione tra base ed establishment, e ogni settimana muta le sue prospettive, senza possibilità di prevedere scenari a lungo termine: Romney fin dall’inizio è sembrato il più pronto a sfidare Obama, ma tracolli come quello in South Carolina o pessime scelte d’immagine come il ritardo nella pubblicazione della dichiarazione dei redditi non permettono di dichiarare la partita chiusa. Alla sua minima esitazione o sconfitta, si ripresentano i soliti dubbi nell’elettorato repubblicano, dubbi che per ironia della sorte sembrano maggiori nei militanti del Gop piuttosto che negli elettori indipendenti in una eventuale corsa presidenziale.

Un ultimo aggiornamento sulla questione ‘nuovo candidato’: la provocazione, fatta dal direttore del Weekly Standard Bill Kristol e ripresa in Italia solo da Christian Rocca (e nei giorni scorsi anche dal New York Times) riguardava un ipotetico ‘mister X’ che potesse, dopo il voto in Florida e sfruttando l’enorme incertezza nella contesa, scendere in campo e raccogliere nuovi consensi. Il papabile sarebbe Mitch Daniels, governatore dell’Indiana e protagonista del discorso repubblicano in risposta allo ‘State of Union’ presidenziale. Finora su questo fronte tutto tace, bisognerà aspettare i risultati della Florida. Molto probabile che, se le primarie dovessero proseguire lungo i binari dell’incertezza senza indicare un candidato forte, qualcuno possa farsi avanti. Non partecipando alle primarie ma cercando appoggi condivisi nel partito nel caso, arrivati alla convention estiva a Tampa, nessuno abbia il numero di delegati sufficiente per conquistare la nomination. Meglio non guardare troppo avanti nel tempo, evitando previsioni, queste primarie ci hanno dimostrato che è necessario navigare a vista e seguire gli sviluppi che si succedono di settimana in settimana. Tutto può ancora succedere.

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