La ‟prova del nove”: missione fallita

L'Inter si aggiudica la Coppa Italia superando di misura la Roma

Di Nando Di Giovanni il 6 maggio | ore 07 : 31 AM


«Sarà una grande festa di sport». Il piacere di sapersi illudere, talvolta, può rendere ancora più amara la realtà. Le parole di Ranieri alla vigilia della finale di Coppa Italia suonano, ora, come una beffa dopo lo spettacolo ammirato sul prato dell’Olimpico. Calci, spintoni, pugni, interventi duri, gomiti alti: una corrida senza toro, ma con ventidue toreri. Sembra un bollettino di guerra, ma è questo il bilancio di una partita senza esclusione di colpi. Con i nervi a fior di pelle. Forse troppo. Con un’atmosfera permeata da una tensione ad altissimo voltaggio, amplificata ancor di più dalle polemiche a distanza fra Rosella Sensi e Mourinho dopo la partita di campionato fra Lazio ed Inter, si è disputato l’atto finale del torneo che ha consegnato nelle mani dei nerazzurri il primo trofeo della stagione.

Match-winner della partita, manco a dirlo, è il solito Diego Milito. ‟El Principe” gonfia la rete di Julio Sergio quando mancano cinque minuti all’intervallo e corre sotto la sua curva a raccogliere l’applauso dei cinquemila tifosi. Maurizio Ganz, ‟El segna semper lü”, ha un degno erede: proprio come l’attaccante friulano, i meneghini consacrano definitivamente il numero 22 uomo dell’anno. È anche grazie ai suoi gol che gli interisti si ritrovano a disputare tre finali nel giro di venti giorni. Un privilegio per chi ha potuto fregiarsi di vittorie immortalate esclusivamente da polverosi scatti in bianco e nero.

Dunque ‟Mou” piazza il primo colpo alla ricerca del ‟triplete”. A dargli una mano, comunque, ci pensano anche i giallorossi: sempre nervosi ed in evidente difficoltà, i capitolini non riescono a pungere come vorrebbero. Il tecnico lascia Totti in panchina e decide di schierare Toni dal primo minuto, supportato da Vucinic. Anche il suo collega è in vena di cambiamenti, ridisegnando la linea difensiva con Materazzi e Cordoba in luogo di Samuel e Lucio, quest’ultimo ai box dopo la sfida di domenica. Tuttavia, l’argentino sarà costretto ben presto all’ingresso in campo dopo l’infortunio del colombiano. Un altro grattacapo per il portoghese dopo che, al terzo minuto, era stato costretto a rinunciare a Sneijder,  out per una violenta tacchettata di Burdisso: l’olandese è stato rimpiazzato da Balotelli, autore di una partita sopra le righe, finalmente soddisfacente. Corre, si batte, recupera e difende, svolgendo quel lavoro di sacrificio che il suo mister gli chiedeva da tempo: lo strappo, in barba alle dichiarazioni del suo procuratore Rajola, sembra ricucirsi. Anche con la tifoseria.

E la Roma? Sta lì, in bambola a guardare. Forse frenata dalla sua stessa voglia di fare bene davanti al proprio pubblico. I giallorossi non riescono a penetrare il muro nerazzurro. Ma quando lo fanno, sfiorano il gol. L’occasione capitata sulla testa di Juan neanche dieci minuti dopo il rientro dagli spogliatoi è incredibile: a porta libera, il brasiliano non riesce a depositare in rete un pallone non trattenuto da Julio Cesar. La reazione della Roma allo svantaggio è tutta qui. A nulla serve l’ingresso in campo di un nervosissimo Totti che, al primo scontro, riesce a farsi ammonire per un pestone su Milito per poi completare l’opera con il ‟calcione” su Balotelli a tre minuti dal termine. Si dice spesso ‟fallo di frustrazione”. Ma cosa rimane di un campione, dentro e fuori dal campo, dopo un gesto come questo?

Mourinho bacia la coppa. La voleva davvero. La maledizione del nove si conferma: così come la Juventus (a secco di finali dal 1995/96), anche la Roma manca la conquista della stella d’argento. I nerazzurri, invece, avranno ancora molto da lavorare: con il successo di ieri, i milanesi collezionano la sesta Coppa Italia in bacheca. Ma ad Appiano Gentile si augurano di far spazio ad altri due trofei prima di godersi l’estate.

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