Io, Ibra: la biografia del calciatore più odiato

È uscita ieri l'autobiografia del calciatore più odiato d'Europa, dove racconta un'infanzia difficile e il rapporto con le sue squadre, senza peli sulla lingua.

Di Salvatore Giambelluca il 12 novembre | ore 17 : 50 PM


Tutto il mondo calcistico aspettava con ansia l’uscita dell’autobiografia di Zlatan Ibrahimovic, edita da Rizzoli. Nell’attesa sono arrivate delle anticipazioni scottanti che facevano il giro dei media, l’ultima in ordine di tempo è arrivata proprio l’altro ieri prima della sentenza di calciopoli, dove Zlatan racconta nel libro il vero motivo che secondo lui ha portato la Juventus in Serie B.

La Juve stava dominando, ci hanno voluto affondare. «Eravamo semplicemente i migliori e ci dovevano affondare, ecco la verità. Come sempre, quando qualcuno domina, altri vogliono tirarlo nel fango – scrive Ibra, all’epoca attaccante della Juventus – e non mi stupiva affatto che le accuse venissero fuori quando stavamo per vincere di nuovo il campionato. Stavamo per portare a casa il secondo scudetto consecutivo quando scoppiò lo scandalo, e la situazione era grigia, lo capimmo subito. I media trattavano la faccenda come una guerra mondiale. Ma erano balle, almeno per la gran parte. Avevamo lottato duramente, là in campo. Avevamo rischiato le nostre gambe, e senza avere nessun aiuto dagli arbitri, queste sono cazzate. Io dalla mia parte non li ho avuti proprio mai, detto in tutta franchezza. Sono troppo grosso. Se uno mi viene addosso io rimango fermo, ma se finisco io addosso a qualcuno quello fa un volo di quattro metri. Non sono mai stato amico degli arbitri, nessuno della nostra squadra lo era. No, no, eravamo semplicemente i migliori e ci dovevano affondare, ecco la verità».

L’attaccante svedese parla anche dei clan che trovò dopo che arrivò all’Inter: «La vera sfida era rompere quei cazzo di gruppetti. Li odiai fin dal primo giorno, e non dipendeva soltanto dal fatto che io venivo da Rosengård, dove ci si mischiava senza problemi: turchi, somali, jugoslavi, arabi. Era anche perché l’avevo visto già molto chiaramente, sia alla Juventus sia all’Ajax: tutte le squadre rendono molto meglio quando fra i giocatori c’è coesione. All’Inter era l’opposto. Là in un angolo stavano seduti i brasiliani; gli argentini stavano in un altro e tutti gli altri in un terzo. Era una cazzata. Così considerai come mio primo grande test da leader porre fine a quella situazione. Andavo in giro e dicevo: «Cos’è questa storia? Perché state lì seduti tra di voi come dei bambini?». Quelle barriere invisibili erano troppo nette. Perciò andai nuovamente da Moratti, e fui più chiaro possibile. L’Inter non vinceva il campionato da secoli. Volevamo andare avanti così? Dovevamo essere dei perdenti solo perché la gente non aveva voglia di parlarsi? «Ovviamente no» disse Moratti. «Ma allora bisogna rompere questi dannati clan. Non possiamo vincere se lo spogliatoio non è unito.»

Nei giorni scorsi a far parlare erano altre anticipazioni, quelle che riguardavano il suo l’ex allenatore quando era al Barcellona, Guardiola. Nel 2010, dopo una partita di Liga con il Villarreal, seguita alla disfatta con i nerazzurri, il calciatore fece esplodere il conflitto con il tecnico, insultandolo gravemente: «Non hai i coglioni», «Non vali un cazzo rispetto a Mourinho» e «Puoi andare all’inferno». Ibra confessa di «essere letteralmente impazzito» e che non avrebbe voluto essere nei «panni di Guardiola» in quel momento. L’antipatia tra i due, confessa ancora lo svedese, nasce dal momento in cui Guardiola decide che Messi farà la «falsa punta», togliendogli in pratica spazio.

Ibra non nasconde neanche i problemi che ha avuto al Milan, nella biografia parla di un inizio difficile: «all’esordio di Cesena poteva andare meglio: rigore sbagliato, sconfitta, peggior voto nelle pagelle.
Rientrai in spogliatoio incazzato nero. Spaccai un tavolo nello stanzino dell’antidoping. L’addetto mi disse qualcosa e io risposi: Buono o fai la fine del tavolo. Ok, potevo risparmiarmelo. Ma non volevo iniziare così. Ancora una volta a caccia di rivincite». Poi la lite con Onyewu suo compagno di squadra. «In quella rissa con Onyewu mi sono rotto una costola ma non abbiamo detto niente. Ci siamo quasi ammazzati” – scrive Ibra – il Milan mi chiese di mentire».

Questo libro l’ho dedicato anche ai bambini, dichiara Ibrahimovic, aggiungendo di non invogliare i ragazzi ad imitare i suoi atteggiamenti sbagliati. «Io non dico mai nel libro: fate quello che ho fatto io. Le regole vanno rispettate. Io dico: ragazzi, se vi considerano sbagliati, troppo diversi, se vi mettono in un ghetto, se raccolgono firme per mettervi fuori squadra, come hanno fatto a me, tenete duro perché potete farcela anche voi e toccare i sogni. Come ho fatto io». Ibra, più preoccupato che suo figlio diventi procuratore o giornalista? «Giornalista».

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