Inside 9/11
Di Paolo Gallazzi il 11 settembre | ore 07 : 29 AM
Gli attacchi
Una mattina come tante quella dell’11 settembre di dieci anni fa. L’umore dei newyorkesi sembra beneficiare di quella bella giornata, il cielo limpido e l’aria calda rimandano l’autunno ancora un po’, e l’attività della Grande Mela sta lentamente facendo ripartire l’ingranaggio della routine quotidiana.
Una troup televisiva riprende le strada di del Financial District, la zona meridionale di Mahnattan, seguendo l’intervento di alcuni tecnici dopo la segnalazione di una fuga di gas. L’episodio più interessante del giorno, a quanto pare. Poi, all’improvviso, il rombo degli scarichi di un jet. Troppo forte anche per l’intenso traffico aereo di New York, qualcosa non quadra. E’ un attimo. Il rumore si fa assordante, surreale, spaventoso. L’operatore alza la videocamera ed inquadra l’edificio numero 1 del World Trade Center. Vetri i frantumi, detriti, una palla di fuoco che si leva dai piani più alti. Sono le 8:46. Il volo American Airlines 11, un Boeing 767, si è appena schiantato sulla torre settentrinale delle Twin Towers.
Stupore, incredulità, panico. Si pensa subito ad un incidente. Partono subito i primi soccorsi dalla caserma dei vigili del fuoco che si trova a ridosso del World Trade Center. La gente, per le strade, è ancora sotto shock, quando, alle 9:03 un secondo Boeing 767, il volo United Airlines 175, si centra la seconda torre, quella meridionale. Ora non ci sono dubbi: New York, l’intera Nazione si trova sotto attacco.
La violenza dell’urto è tale da tranciare alcune delle colonne portanti dei due edifici e strappare dalle pareti l’isolamento antincendio. Decine di migliaia di litri di combustibile altamente infiammabile si riversano sui piani colpiti e prendono istantaneamente fuoco. Non c’è scampo per le persone intrappolate, alcune delle quali, in preda al panico, si gettano nel vuoto.
La torre meridionale è la prima a collassare, dopo un incendio devastante di 56 minuti che ne ha indebolito irrevocabilmente la struttura, portando con se le vite delle persone che non sono state in grado di evacuare l’edificio in tempo. Ventinove minuti dopo, alle 10:28, dopo 102 minuti di agonia, anche la torre settentrionale segue il destino della gemella.
Ed a Washington la tragedia pare ripetersi. Un Boeing 757 dell’American Airlines, il volo 77, con una traiettoria bassissima centra, come un missile, il muro perimetrale del Pentagono. Il simbolo della potenza militare americana è stato colpito al cuore.
Il quarto velivolo dirottato, il volo 93 della United Airlines, si schianta in un campo vicino a Stonycreek, in Pennsylvania. Secondo le registrazioni della scatola nera i passeggeri, venuti a conoscenza attraverso i telefoni cellulari, del destino subito dagli altri voli dirottati, fecero una sortita in cabina di pilotaggio nel disperato tentativo di riprendere il controllo dell’aereo. I dirottatori, alle strette, decisero di far schiantare immediatamente l’aereo.
Quel giorno a New York ed a Washington morirono 2974 persone, esclusi i 19 dirottatori.
La reazione
George W. Bush, l’allora presidente in carica degli Stati Uniti, si trovava in Florida, in visita presso la E. Booker Elementary School di Sarasota. Immediatamente fu prelevato e portato in volo sull’Air Force One, l’unico velivolo autorizzato a violare i cieli americani. Atterrato prima in una base militare in Louisiana e poi in Nebraska, da dove il presidente registrerà una dichiarazione per il popolo americano, dietro ordine diretto di Bush farà ritorno a Washington dove, dalla stanza ovale, il presidente di rivolgerà alla Nazione.
Non viene dichiarato lo stato di guerra, ma l’America è sotto attacco e George W. Bush si considera il capo militare di un Paese che deve reagire. Il primo a proporre Al Qaeda come responsabile degli attacchi fu il direttore della Cia George J. Tenet. Qualcosa doveva essere fatta. Bush dichiarò che la priorità fosse catturare i pianificatori e gli attentatori per assicurarli alla giustizia. Al Qaeda aveva avuto origine in Afghanistan e là si trovava. Nella mentalità, forse ingenua, che caratterizzava la lotta al terrorismo prima dell’11 settembre 2001, pareva fosse logico individuare geograficamente il nemico e distruggerlo.
Così nell’ottobre 2001, dietro una non propriamente convinta autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha inizio l’operazione Nato volta all’annientamento del regime talebano in Afghanistan, con l’accusa di dare rifugio ai vertici di Al Qaeda.
Poi, nel marzo del 2003, la decisione di invadere l’Iraq di Saddam Hussein, con la motivazione che lo Stato-canaglia offrisse rifugio e sostegno a terroristi internazionali di Al Qaeda e fosse in possesso di armi di distruzioni di massa con l’intento di utilizzarla contro cittadini americani. Per proteggere la Nazione l’invasione sembrava inevitabile.
Le armi non convenzionali e pronte per il genocidio non furono mai rinvenute e le conseguenze dell’occupazione militare, oltre alla deposizione del dittatore, furono un netto cambiamento degli equilibri interni del Paese che portarono all’arrivo in Iraq del terrorismo con la formazione di nuove cellule di Al Qaeda ed altri gruppi terroristici a sostegno dei ribelli iraqeni.
Le conseguenze
Dieci anni fa il mondo occidentale si rese conto di non essere più invulnerabile. L’America aveva fino al allora visto la guerra come qualcosa di lontano, sentendosi protetta dai due oceani. I conflitti che l’avevano impegnata si combattevano in terre al di là del mare, anche la Seconda Guerra Mondiale, ai fortunati rimasti in patria sembrò non essere mai in grado di lambire le coste della Nazione. Emblematico fu lo stupore dei prigionieri tedeschi che, nei campi di prigionia degli Stati Uniti, si stupirono della mancanza di coprifuoco, razionamento dei generi di prima necessità, della vita che scorreva tranquilla nelle cittadine come se la guerra che infiammava l’Europa fosse lontana anni luce. Ma quell’attacco sul suolo americano cambio tutto. L’America si trovava in guerra. Un nemico, subdolo, implacabile la teneva sotto scacco. Ed il mondo intero cominciò ad aver paura. La percezione della libertà individuale, dell’integrazione razziale, tutto assunse un significato diverso. In un certo senso l’Occidente fece un passo indietro, con la pratica diffusa, ad esempio, delle extraordinary renditions, le famose “consegne straordinarie” per mezzo delle quali i sospettati di terrorismo venivano deportati a Guantanamo o in Paesi stranieri dove forme di tortura negli interrogatori venivano praticate con maggiore disinvoltura.
E lo stesso clima d’incertezza che nacque dieci anni fa lo si respira ancora oggi.
Retroscena
Come fu possibile un simile disastro? Possibile che le maglie della sicurezza statunitense siano state tanto larghe da permettere che un’operazione terroristica di enrme portata, come quella di dieci anni fa, fosse portata a termine proprio in territorio americano? Secondo quanto rivelato da Richard Clarke, uno dei maggiori esperti di anti-terrorismo e consigliere speciale di George W. Bush, la Cia era sulle tracce di due dei 19 terroristi componenti il commando suicida che si impossessò dei quattro aerei utilizzati per gli attacchi dell’11 settembre già diciotto mesi prima dell’attentato alle torri. I due in questione erano Khaled al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi, entrambi sauditi. Ma la Commissione d’inchiesta del Concresso, istituita proprio allo scopo di chiarire quanto successo non ha mai, di fatto, approfondito il fatto. Il motivo, tuttavia, è qualcosa di differente dalle più gettonate teorie del complotto in voga ormai da un decennio.
Secondo quanto affermato da Clarke la Cia aveva un informatore doppiogiochista all’interno di Al Qaeda. Questo spiega come facesse l’Agenzia ad essere al corrente di un attacco imminente. L’allora direttore George Tenet incontrò, il 10 luglio 2001, Condoleezza Rice, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, e la informò che in base alle informazioni ricevute era previsto che Al Qaeda mettesse in atto un’operazione di proporzioni mai tentate sino a quel momento e la Rice, naturalmente girò immediatamente l’allarme al presidente Bush. L’Fbi, tuttavia, riceverà questa informazione solo all’ultimo momento, vanificando, in questo modo, qualunque possibilità di cattura dei terroristi.
E’ necessario precisare che la Cia non ha mandato su suolo americano, questo significa che la ricerca e l’arresto di sospetti terroristi già entrati nel Paese è di sola competenza dell’Fbi. Ma per quale motivo la Cia non ha informato immediatamente l’ Fbi che terroristi, con passaporto contrassegnato (si tratta di un piccolo segno non visibile ad occhio nudo, con il quale viene contrassegnato il passaporto di sospetti terroristi al momento del rilascio) e con l’intento di portare a termine il più spaventoso di tutti gli attentati si trovavano a piede libero sul territorio statunitense?
Molto probabilmente perché fu vittima di un triplo gioco. Per essere in possesso di quelle informazioni, per avere ciò individuato almeno due dei componenti del commando dell’11 settembre e per essere certi che qualcosa di grosso bollisse in pentola, secondo Clarke, la Cia aveva certamente un infiltrato all’interno di Al Qaeda, operazione quasi certamente orchestrata con i servizi segreti sauditi. Fu per questo motivo, per proteggere il proprio informatore, e quindi l’intera operazione, che la Cia mantenne il segreto. Silenzio che le si ritorse contro dal momento che l’agente infiltrato si rivelò triplogichista.
Ciò è probabilmente quanto avvenne tra il 1998 ed i 2001. Una sorta di conflitto interno all’intelligence americana, una rivalità ed uno scontro di competenze che ha causato vuoti incolmabili nella rete della sicurezza degli Stati Uniti.
La situazione oggi
I terroristi islamici amano le ricorrenze. Il decimo anniversario dell’attacco alle torri gemelli pare quasi un’occasione scontata, soprattutto ora che il panorama del terrorismo internazionale, dopo la morte di Osama Bin Laden è mutato. Nuove e vecchie organizzazioni lottano per ottenere una posizione di supremazia nei confronti delle altre (e quindi finanziamenti), un attentato di grande risonanza e di enorme impatto emotivo sarebbe il modo più semplice per imporsi.
Secondo alcune fonti Bin Laden, prima di venire ucciso, avrebbe lasciato in “eredità” il progetto di un attentato da compiersi con un veicolo-bomba a New York o Washington in occasione del 4 luglio, a Natale oppure nella ricorrenza dell’11 settembre.
Minaccia, questa volta, presa sul serio. Tre persone provenienti dal Pakistan sarebbero già giunte negli Stati Uniti attraverso un terzo Paese (Iran od Emirati Arabi) e si troverebbero attualmente sotto stretta sorveglianza da parte dell’Fbi. In realtà l’intelligence americana ha rivelato sì l’esistenza di una specifica minaccia, sottolineando, però, di non possedere finora elementi certi. Meglio mettere le mani avanti, soprattutto per non ripetere l’errore di dieci anni fa. Naturalmente le misure di sicurezza sono state rafforzate ovunque e questo potrebbe spingere eventuali attentatori a modificare i propri progetti. Il rischio terrorismo resta quindi alto non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, Italia compresa.
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