Inchiesta: Una mafia globalizzata
Dall'Australia al Canada passando per l'Africa. Non c'è continente immune alla 'ndrangheta
Di Claudio Forleo il 18 febbraio | ore 14 : 22 PM
Non c’è continente in cui la ‘ndrangheta non abbia messo piede. Spesso sfruttando le migrazioni di migliaia di calabresi onesti in ogni angolo del mondo, le cosche sono riuscite a colonizzare decine di Paesi collocando su di essi vere e proprie filiali di quella holding che è la criminalità organizzata calabrese. D’altronde molti degli affari sporchi in cui le ‘ndrine hanno le mani in pasta necessitano di avere uomini di fiducia sparsi nei vari continenti: traffico di stupefacenti, armi, rifiuti. Ha scritto il vice-procuratore nazionale Antimafia Vincenzo Macrì: ”Non vi è continente che possa considerarsi immune. Una presenza provocata anche dall’estrema mobilità degli esponenti e dei suoi appartenenti e dalla capacità di adattamento ad ogni ambiente, anche quello apparentemente più lontano ed ostile”.
AUSTRALIA. Il più delle volte la ‘ndrangheta ha agito sottotraccia, seguendo “andamenti carsici”, scomparendo e riapparendo ad intermittenza. Ma in determinati Paesi la presenza è fortemente radicata. Un esempio su tutti è l’Australia. Nel lontano paese australe le cosche hanno investito il denaro accumulato con i sequestri di persona nella coltivazione della marijuana. Ma già negli anni Trenta, nella zona del Queensland, quella che veniva chiamata Mano Nera lottava con i criminali del luogo per il controllo dei mercati ortofrutticoli. Non è una sorpresa se si va a investigare su quello che accade a Milano, dove le forze dell’ordine hanno scoperto che l’ortomercato era sotto diretto controllo della cosca Barbaro di Platì o in ciò che è accaduto a Fondi, chiacchierato comune della provincia di Latina e sede di uno dei principali mercati ortofrutticoli d’Europa.
In Australia le cosche sono arrivate sin dai tempi di Mussolini. Negli anni Sessanta arriva il primo rapporto della polizia australiana sugli affari illeciti delle ‘ndrine coinvolte in “usura, estorsione, prostituzione, falsificazione, gioco d’azzardo, traffico di armi e stupefacenti”. A comandare in quegli anni è “il Papa”, al secolo Domenico Italiano. Alla sua morte inizia una guerra per la successione che lasciò a terra decine di cadaveri. Ora le cosche sono presenti nella zona di Melbourne (cosche originarie della provincia di Siderno), nei territori del Nord (dove controllano le colitvazione di marijuana), nella zona occidentale del Paese (in cui è molto influente la famiglia Romeo, originaria di San Luca, protagonista della sanguinosa faida con i Nirta-Strangio), ad Adelaide (dove comandano le cosche originarie di Platì) e a Sidney, Canberra, Griffith e nel nuovo Galles del Sud. Quello che potrebbe essere definito il “salto di qualità” la ‘ndrangheta lo compie (come in Italia) negli anni Settanta. Inizia a trafficare direttamente con la droga, non solo marijuana, e inizia a sparare anche contro chi criminale non è. Donald Mackaay era un’attivista che organizzò una tambureggiante campagna stampa contro tre boss del luogo: Antonhy Sergi, Giuseppe Scarfò e Robert Trimboli. Il 15 luglio 1977 l’attivista scomparve senza lasciare tracce. Un pentito, Gianfranco Tizzone, indicò in Trimboli (capobastone di Griffith) il mandante di quel classico esempio di lupara bianca (quando una persona viene fatta sparire e il corpo non viene più ritrovato).
Ma nonostante la storia legata a Mackaay, le autorità australiane chiudono più di un occhio, trascurando la potenza della ‘ndrangheta e degradandola a criminalità comune. Devono passare altri dieci anni perchè il paese dei canguri si svegli. Il 10 gennaio 1989 viene ucciso Colin Winchester, vicecapo della polizia federale. Il poliziotto stava investigando da tempo sui clan della Locride, in particolare su quelli provenienti da Platì (Barbaro, Papalia, Sergi, Perre). Scopre che molti soldi provenienti dai sequestri che le ‘ndrine operavano in Italia venivano reinvestiti in Australia comprando terreni. Winchester arrivò troppo vicino per poterlo lasciare in vita. Sempre negli anni Ottanta l’ispettore di polizia Peter John, parlando davanti ad una commissione federale sul narcotraffico, raccontò che era stato appena rinvenuto un registro nel quale erano segnati i nominativi di presunti ‘ndranghetisti e dei loro referenti in Canada e negli Stati Uniti. Scrive in merito Antonio Nicaso nel libro Fratelli di sangue: ”L’investigatore non mancò di sottolineare un aspetto importante, parlando di decine di individui che spesso portavano lo stesso nome , di matrimoni incrociati e di alberi genealogici che sembravano un vero rompicapo. Stessi cognomi, stesse origini e stessa capacità di adattarsi a luoghi, culture e contesti del tutto diversi rispetto ai paesi di provenienza”.
NORDAMERICA. Nel Nordamerica la ‘ndrangheta inizia a farsi conoscere agli inizi del Novecento. A spiccare tra i boss canadesi era Joe Musolino, cugino del famoso bandito che negli stessi anni imperversava in Calabria. A succedergli fu Rocco Perri che fece la sua fortuna negli anni del proibizionismo. Perri, originario della solita Platì, fece affari con Frank Costello, Al Capone e con Joseph Kennedy (proprio lui, il padre di John che nel 1960 diventerà Presidente degli Stati Uniti). Scrive un’informativa della polizia canadese : “Nel 1958 alcuni esponenti del crimine organizzato degli Stati Uniti stavano progettando di formare un gruppo a Toronto. All’inizio degli anni Sessanta a New York avvennero una serie di incontri nel corso dei quali si stabilì l’organizzazione dei ‘locali’ e la spartizione del territorio, con la costituzione di una ‘camera di controllo’ con l’incarico di vigilare e appianare eventuali dispute”. E’ la versione americana della Provincia, creata dalle ‘ndrine calabresi al termine della seconda guerra di mafia (1985-1991). Nel corso degli anni sono stati istruiti diversi processi nei confronti di quello che la stampa canadese ha ribattezzato Siderno Group. Nel 1993 il Tribunale di Reggio Calabria ha accertato collegamenti del clan Commisso di Siderno con il Canada e gli Stati Uniti nel commercio della droga pesante. Scrive ancora Nicaso: ”I legami con il Nordamerica sono stati confermati nel 2008 da due importanti operazioni condotte dal Ros. La prima ha portato alla cattura a Toronto di Giuseppe Coluccio, tra i trenta latitanti più ricercati, per traffico di droga. La seconda ha messo a nudo i rapporti della ‘ndrangheta con il braccio armato del potentissimo cartello messicano Los Zetas. Nel blitz sono state arrestate 200 persone, sequestrate 16 tonnellate di cocaina e recuperati 57 milioni di dollari”. Ad oggi, secondo l’Fbi, negli Stati Uniti vivrebbero duecento persone direttamente riconducibili alla ‘ndrangheta, soprattutto negli stati di New York e Florida.
SUDAMERICA. In America Latina ormai la ‘ndrangheta è di casa. Il filo diretto che li lega ai narcos è fondamentale per i traffici di stupefacenti. Sono decine le inchieste della magistratura che hanno evidenziato questo legame. Una di queste si chiama Zappa e ha permesso di ricostruire le reti dei collegamenti fra Calabria, Colombia e Venezuela in cui narcos e ‘ndrine non trafficavano solo in stupefacenti quanto anche in armi. L’operazione Decollo, forse una fra le più importanti fra quelle condotte negli ultimi dieci anni, ha permesso di sequestrare cinque tonnellate di cocaina e di ricostruire i grandi flussi delle partite di droga gestite dai Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia) e dai Pesce di Rosarno, due fra le ‘ndrine più potenti presenti in Calabria. Nicaso spiega dove e come venivano nascosti gli stupefacenti, infilati in un container e spediti in Europa: ”La droga veniva confenzionata in panetti circolari da un chilo , simili a forme di formaggio, che successivamente venivano inseriti in tubi di plastica e nascosti dentro fori praticati in blocchi di marmo da venti tonnellate”. La magistratura e le forze dell’ordine italiane, ma anche la Dea statunitense e i servizi antidroga della Colombia, del Perù e di altri paesi sudamericani, hanno condotto nel corso degli ultimi vent’anni centinaia di operazioni per contrastarne il traffico. Il problema è che per ogni carico che viene scoperto, ve ne sono dieci che sfuggono ai controlli. Per ogni nuova rotta per il trasporto che viene individuata e controllata, ve ne sono altre tre che devono essere ancora scoperte ma vengono già utilizzate. Non vi sono locali di ‘ndrangheta in Sudamerica, non ce n’è bisogno. Il territorio lo controllano già i cartelli della droga. Qui si ricicla il denaro, si comprano terreni o case, si mantengono i contatti con gli amici narcos tramite figure come quella dei broker, intermediari che vestono in giacca e cravatta, che conoscono le lingue e che aiutano la comunicazione tra Platì e Medellin. Personaggi come Roberto Pannunzi, calabrese di origine, che, dopo aver fatto affari con Cosa Nostra negli anni Ottanta, ha intuito per primo che la coca avrebbe soppiantato l’eroina e si è messo in affari con la ‘ndrangheta. Un business trasmesso al figlio Alessandro, come spiega Vincenzo Spagnolo nel libro Cocaina Spa, che “per rinsaldare i legami con i narcos ha sposato la figlia di un affiliato ai cartelli colombiani”.
AFRICA E MEDIORIENTE. Già negli anni Ottanta alcune ‘ndrine originarie di Siderno compravano eroina dal Libano per poi dirottarlo verso gli Stati Uniti. Sempre dal Libano altre cosche di San Luca e Natile di Careri importavano marijuana da spacciare sul mercato del Nord Italia. Dalla Turchia facevano affari i Papalia di Platì che avevano contatti diretti con la mafia turca per importare eroina. Uno degli interlocutori era Ismet Kostu, facente parte dell’organizzazione dei Lupi Grigi dalla quale proveniva Alì Agca che nel 1981 attentò alla vita di Giovanni Paolo II. Dal Marocco si gestiva invece l’importazione di imponenti quantitativi di hashish. Nel 1991 tra Isola Capo Rizzuto e Steccato di Cutro, tra le provincie di Crotone e Catanzaro, i carabinieri sequestrarono uno dei maggiori carichi di sempre provenienti dal Marocco, che veniva fornito da Bou Ghebel Ghassan, inquisito per la strage che nel 1980 portò all’uccisione di Rocco Chinnici da parte di Cosa Nostra. Già negli anni Ottanta venne segnalata in Sudafrica la presenza di un locale di ‘ndrangheta. E dopo la fine dell’apartheid agli inizi degli anni Novanta, i flussi di attività illeciti non si arrestarono dato che le ‘ndrine utilizzavano i diamanti estratti nel Paese come moneta per pagare i carichi di droga. Inoltre negli ultimi dieci anni l’Africa è diventata sempre più luogo di transito e stoccaggio per grandi partite di cocaina. Paesi come Guinea Bissau, Niger, Ghana, Liberia, ma anche altri in cui la situazione socio-politica è delicata e la corruzione dilaga, sono mete perfette per il traffico di stupefacenti. Senza dimenticare che l’Africa è stata (e potrebbe esserlo ancora) meta di sversamento per rifiuti tossici e radioattivi provenienti dall’Europa. Impossibile dimenticare il caso di Ilaria Alpi e Miram Hrovatin, la giornalista e l’operatore del Tg3 uccisi in Somalia nel 1993 proprio perchè potrebbero aver scoperto qualcosa di troppo su un’imponente attività illegale sui rifiuti tossici. Un traffico che, secondo gli inquirenti, avrebbe visto coinvolta anche la ‘ndrangheta. Un affare da svariati miliardi di vecchie lire che, secondo diverse inchieste, vedeva le cosche impegnate a interrare veleni in Somalia e a far colare a picco nel Mediterraneo vecchie carrette del mare ricolme di rifiuti pericolosi per la salute. Una storia tutta ancora da scoprire.
EUROPA. La Germania pare aver scoperto la ‘ndrangheta solo nel 2007 dopo la strage di Ferragosto operata a Duisburg, quando sei componenti delle famiglie Pelle-Vottari-Romeo vennero trucidati dai rivali della cosca Nirta-Strangio. Un eccidio compiuto all’interno della faida che vede le due fazioni di San Luca misurarsi fra sangue e pallottole. In realtà i Land tedeschi sono da anni appettiti dalle ‘ndrine che vi reinvestono i proventi dei traffici illeciti. Secondo un rapprto dell’intelligence tedesca la ‘ndrangheta sarebbe arrivata addirittura ad investire nelle azioni di Gazprom, il colosso dell’energia russo. Sempre stando allo stesso rapporto alcuni clan crotonesi e cosentini gestirebbero in Germania un lucroso traffico di armi in co-gestione con la mafia albanese. E in Germania, oltre ai clan di San Luca, sono presenti da anni le ‘ndrine di Africo, Bova Marina, Marina di Gioiosa Jonica e Cirò. Scrive Nicaso: “Mario Lavorato, prestanome della famiglia Farao-Marincola originaria di Cirò, sosteneva finanziariamente Gunther Gettinger, uno dei leader della Cdu (lo stesso partito della cancelliera Angela Merkel, nda). Questo rapporto mise nei guai anche Thomas Schaube, ministro della Giustizia nel Land del Baden-Wurtennberg, amico di Gettinger. L’uomo di governo avvisò Gettinger circa i sospetti di polizia e magistratura sul conto di Lavorato, compromettendo le indagini”.
Anche in Francia la ‘ndrangheta è fortemente radicata stando a quanto dichiarato dal pentito Francesco Fonti: ”Locali di ‘ndrangheta esistono Tolone, a Clermont-Ferrand e a Marsiglia”. Nell’Europa dell’Est (Ungheria, Polonia, Romania e Russia soprattutto) le ‘ndrine hanno iniziato a investire e riciclare il denaro sin dopo la caduta del Muro di Berlino. In Svizzera e in Austria le ‘ndrine hanno conservato i profitti dei traffici di cocaina. In Inghilterra hanno operato le famiglie Ursino e Macrì, originari della Locride. In Olanda i clan investono nel settore immobiliare e nella ristorazione e ad Amsterdam venne catturato un componente della famiglia Strangio, accusato di essere uno degli esecutori della strage di Duisburg. La Spagna è da anni un punto di riferimento per il traffico di stupefacenti. Un sito di transito e stoccaggio che ne fanno, per citare le parole degli esperti, “il ventre molle dell’Europa”. Proprio in Spagna furono arrestati nel 2004 Roberto e Alessandro Pannunzi, i broker che abbiamo citato in precedenza. Chiosa Nicaso: ”La Spagna è lo Stato dove circola un quarto delle banconote da 500 euro esistenti in Europa, quasi il 60 per cento del valore di tutta la moneta messa in circolazione nell’area dell’Euro. Tutto ciò unito al forte boom immobiliare che ha vissuto la Spagna, ha offerto ai narcotrafficanti opportunità straordinarie”. Nel solo 2005 la polizia spagnola ha portato a termine qualcosa come 800 maxioperazioni antidroga sequestrando 46 tonnellate di cocaina e 650 tonnellate di hashish.
Consiglio al lettore che vuole approfondire di seguire l’inchiesta, co-prodotta dal nostro quotidiano online, Toxic Europe, che mira a scoprire i meccanismi mafiosi e i flussi del traffico di rifiuti tossici in Europa. L’inchiesta sarà resa pubblica in occasione del concorso “Best International Organised Crime Report 2011”.
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