Inchiesta: Il Traffico di droga in Messico
Il conflitto ad alta intensità tra narcos e forze dell'ordine provoca nel Paese una media di venti morti al giorno
Di Claudio Forleo il 26 febbraio | ore 10 : 37 AM
Da alcuni anni a questa parte il Messico è al centro dell’attenzione mediatica per l’incredibile numero di morti ammazzati sul suo territorio. Le cifre che arrivano settimanalmente dal Paese centroamericano sono da bollettino di guerra, un “conflitto ad alta intensità” simile a quello registrato in Colombia tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima parte degli anni Novanta. Anche per il Messico di oggi come per la Colombia di allora questo fiume di sangue viene versato a causa della cocaina. L’Unodoc (United Nations Office on Drugs and Crime) ha calcolato che delle mille tonnellate di bamba prodotte ogni anno nel mondo, circa un terzo passi dal Messico, diventato tappa fondamentale per le rotte del traffico mondiale degli stupefacenti. Qui come in Colombia sono nati e si sono radicati potentissimi cartelli di narcos che, a differenza di quelli colombiani, non producono direttamente la coca, ma ne gestiscono appunto il transito tanto verso gli Stati Uniti che verso l’Europa (direttamente o via Africa). Questi cartelli fino ad una decina di anni fa lavoravano per conto di quelli colombiani, ma una decina di anni fa hanno colto l’occasione di “fare da soli” e, oltre a fare affari con Medellin e Cali per trasportare la preziosa merce, la acquistano direttamente dai cartelitos colombiani per poi gestirne in prima persona l’esportazione negli Usa e nel vecchio continente. Il tributo di sangue che questo lucroso business porta con sè nasce dalle guerre fra cartelli e dagli scontri quotidiani fra questi e le forze dell’ordine messicane. Si sta ripetendo in Messico lo stesso copione già visto in Colombia, tant’è che anche in questo caso gli Stati Uniti stanno finanziando il vicino messicano per contrastare i narcos.
40 MILIARDI DI EURO “SOSPETTI”. Il Messico è una repubblica suddivisa in 32 stati amministrativi che compongono appunto gli Estados Unidos Mexicanos. E’ un Paese tutt’altro che povero dato che il suo Prodotto Interno Lordo nominale occupa la tredicesima posizione mondiale e l’economia è legata a doppio filo a quella degli Usa (85% di importazioni e 65% di esportazioni). La politica economica seguita dal governo messicano è di stampo liberista, filo-statunitense, ed i principali introiti dello Stato vengono dal petrolio e dalle rimesse degli emigrati messicani sparsi nei quattro angoli del globo. Insomma, il Messico non avrebbe molto da invidiare alle economie emergenti in salsa brasiliana o indiana di cui tanto si parla. Ma, a differenza di Brasile ed India, in centroamerica il peso specifico della criminalità ha un effetto maggiore sul territorio. Secondo quanto riferito nel 2009 dalla Global Financial Integrity ogni anno fuoriescono illegalmente dal Messico qualcosa come 40 miliardi di euro (per fare un esempio è più o meno quanto fattura ogni anno la ‘ndrangheta, considerata la mafia più potente operante in Europa). In questa speciale classifica di capitali sospetti il Messico si piazza al terzo posto dietro Cina e Arabia Saudita, ma davanti alla Russia.
Questa montagna di denaro che transita attraverso il Paese permette ai cartelli messicani di mantenere un vero e proprio esercito composto, nel suo complesso, da circa 400mila soldati al soldo dei signori della droga messicani. I primi cartelli del Paese sono nati nella zona del Golfo: Chihuahua, Sinaloa e Tijuana. Sono cresciuti all’ombra dei “fratelli maggiori” colombiani aiutandoli nel trasporto di coca e marijuana verso gli Stati Uniti. Il balzo in avanti avviene sul finire degli anni Novanta quando la pressione investigativa sui colombiani ha permesso loro di affrancarsi da chi li ha “cresciuti” per divenire attori protagonisti.
CARTELLI E SOLDATI. Ha scritto il giornalista Pietro Innocenti sull’Espresso:”La struttura organizzativa di un cartello è molto simile a quella che era un tempo tipica dei cartelli di Medellin, di Cali…Si tratta di una struttura interna di tipo federale costituita da gruppi minori, con legami stretti, ma con margini di iniziativa e responsabilità. Le varie articolazioni del cartello, così come i cartelli nei loro rapporti, svolgono funzioni tra loro complementari, fatto che garantisce, almeno finchè gli interessi coincidiono, l’alleanza”.
Da una prima classificazione le formazioni che rispondono alle caratteristiche citate sono sette. I Los Zetas , attivi nell’area del Golfo, sarebbero stati creati da un gruppo di 31 ex militari appartenenti all’esercito messicano che hanno ricevuto un addestramento in materia di antiterrorismo (uso degli esplosivi ed armi tattiche)direttamente dagli Stati Uniti quando questi aiutavano il governo messicano a fronteggiare l’insurrezione zapatista in Chapas (1994). Terminata la guerra queste “teste di cuoio” si sarebbero riciclate così. Secondo l’Fbi i Los Zetas attualmente conterebbero su almeno 4mila paramilitari, la stragrande maggioranza dei quali ex appartenenti ai corpi scelti delle forze armate messicane. Il Cartel de Tijuana domina la zona attorno alla frontiera con gli Stati Uniti (circa 3.500 chilometri), a Sinaloa invece comanda il Cartel del Pacifico (il braccio armato si fa chiamare Los Negros) guidato da Joaquin Guzman Loera, inserito nel 2009 dalla rivista Forbes al numero 701 nella classifica degli uomini più ricchi del mondo…
Una larga fetta del Messico del Nord è sotto il diretto controllo del cartello di Juarez (Las Linces è il nome del braccio armato) che recentemente si sarebbe unito ad altri gruppi della zona di Chihuahua e Durango (vicino al confine col Texas) e avrebbe creato la Alianza del Triangulo de Oro. La zona di Guadalajara è “governata” dal Cartel Milenio. A Colima a guidare i narcos della zona sono i Contreras mente a Oaxaca comanda una formazione guidata da Pedro Diaz Parada. Accanto a questi sette stanno emergendo nuove realtà criminali. Fra queste La Familia, insediatasi nello stato del Michoacan. Conta circa 9mila soldati e ha basi operative per il traffico di stupefacenti sparse negli Stati Uniti (San Diego, Los Angeles, Houston e Atlanta), Europa (Olanda e Belgio) e Cina. Il nome Familia viene dal particolare modus operandi del cartello che recluta i nuovi affilliati nei barrios (le baraccopoli messicane). Se questi sono tossicodipendenti li fa curare e mantiene economicamente anche i parenti. Una sorta di stato sociale dal basso che garantisce al cartello un grande seguito popolare.
LA MATTANZA. I cartelli investono in armi una quota di quanto incassato nel traffico di stupefacenti. Lo scambio tra Messico e Stati Uniti in questo senso è biunivoco. Cocaina, droghe sintetiche e marijuana negli Stati Uniti, armi ai narcos messicani. Un arsenale immenso quello a disposizione dei cartelli che non prende certo polvere in qualche nascondiglio. Quella che si sta consumando nel “giardino di casa degli Stati Uniti” è un’autentica mattanza che procede al ritmo di venti morti al giorno. “Negli ultimi quattro anni – scrive Vincenzo Spagnolo nel libro Cocaina Spa – i cartelli hanno iniziato una feroce guerra fratricida , innalzando in parallelo il livello dello scontro armato con le forze dell’ordine. Una sorta di caotico tutti contro tutti shakerato nel sangue e amplificato da un rabbioso tutti contro lo Stato che sta causando un massacro senza precedenti nella recente storia messicana”.
I numeri sottolineano un crescendo impressionante: 2.000 vittime nel 2006, 6.300 nel 2008, oltre 7mila nel 2009. In Messico tutti ricordano il 3 novembre 2008 (ribattezzato el dia mas negro). Nel giro di 24 ore tra Tijuana, Ciudad Juarez e Culiacan sono morte 58 persone nello scontro fra narcos e forze dell’ordine. Fino al 2006 i cartelli evitavano lo scontro diretto con la polizia, preferendo la corruzione e l’infiltrazione prima di arrivare alle estreme conseguenze. Da quando Felipe Calderon è subentrato a Vicente Fox sulla poltrona di presidente della repubblica federale, il governo messicano ha scelto la strada della guerra senza quartiere ai cartelli. Offensiva alla quale i narcos si sono subito adeguati. Ogni settimana i presidi militari e le truppe inviate in zone calde sono aumentate fino ad arrivare alle attuali 40-50mila unità. La strategia ha avuto in parte successo se è vero che le autorità sono arrivate ad arrestare qualcosa come 22mila persone e sono state sequestrate niente meno che 36mila armi di grosso calibro, oltre a cinque milioni di proiettili. E’ stata fatta piazza pulita di migliaia di ufficiali di dogana in odore di corruzione, ed è stato affidato all’esercito il compito di sorvegliare l’infinita frontiera con gli Stati Uniti. Ma la risposta dei narcos è stata color rosso sangue: rapimenti, attentati, agguati ed uccisioni indiscriminate di poliziotti, deputati ed amministratori locali. “La ferocia può raggiungere abissi disumani – ricorda ancora Vincenzo Spagnolo in Cocaina Spa – Nella cittadina di Chilpancingo, pochi giorni prima del Natale 2008, è stato fatto recapitare un ‘dono’ raccapricciante alle autorità locali: le teste di otto agenti e dell’ex capo della Polizia. Accanto, un biglietto che annunciava future rappresaglie:’Per ognuno dei nostri che ucciderete, noi elimineremo dieci soldati”. In tutto il mondo ha suscitato orrore anche la storia del Pazolero. Santiago Mesa Lopez, prima del suo arresto nel gennaio del 2009, era fra i venti narcotrafficanti più ricercati dall’Fbi. Legato al gruppo degli Aurellano-Felix aveva il compito di pulitore (Pazolero appunto): far sparire, squagliandoli nella soda caustica, i corpi delle vittime del suo cartello.
PLAN MERIDA E “NARCOTUNNEL”. Accanto alla strategia terroristica dei narcos, le autorità messicane si trovano a dover fronteggiare la difficoltà ad intaccare gli immensi patrimoni dei cartelli. “La maggior parte degli agenti della Polizia Nazionale non ha un’istruzione adeguata – spiega il sottosegretario alla Pubblica Sicurezza Garcia Luna in un’intervista rilasciata a Vincenzo Spagnolo - Sei su dieci hanno frequentato al massimo le elementari”. Un problema oggettivo dato che seguire il flusso di denaro nell’era delle comunicazioni globali è diventata materia da esperti. Ed ecco che, come accaduto con il Plan Colombia, i messicani vengono aiutati dagli Stati Uniti (diretti interessati) tramite il Plan Merida. Un impegno da parte dell’amministrazione americana a fornire aiuti tecnologici al Messico per una cifra pari a 1, 4 miliardi di dollari. Dagli Stati Uniti sperano che ottenga gli stessi risultati che ha avuto in Colombia ma senza effetti collaterali, dato che una delle cause dell’avanzata dei narcos messicani è stata proprio la repressione che ha costretto i narcos colombiani a “cedere” parte del controllo della lunga filiera che porta la cocaina dalle zone di produzione alle piazze di spaccio di tutto il mondo.
Riuscire a fronteggiare il traffico mondiale della cocaina rappresenta un’impresa, nel vero senso della parola. Una lunga ed estenuante partita a scacchi giocata anche sul campo dell’astuzia. Un esempio su tutti viene proprio dal Messico. Anni fa la notizia che i colombiani usavano dei piccoli sommergibili per trasportare la droga in Europa colpì molto l’opinione pubblica mondiale. Altrettanto scalpore ha suscitato la scoperta dei cosiddetti narcotunnel. Il 3 settembre 2008 la Polizia messicana irrompe in una casa di Mexicali, capitale dello stato di Baja California. Nella cantina di quest’anonima abitazione le forze dell’ordine trovano un passaggio sotteraneo lungo circa 140 metri , largo un metro e mezzo e alto poco più di uno. Un tunnel organizzato con ascensore, aria condizionata, luci e una piccola ferrovia alimentata elettricamente che trasportava i carichi di droga. Il passaggio non era ancora operativo a tutti gli effetti perchè doveva essere completato. I lavori erano giunti fino a sessanta metri dal confine con gli Stati Uniti. Il progetto prevedeva di far partire questo tunnel da Mexicali e farlo arrivare a Calexico, in California. Come i colombiani sott’acqua o gli ‘ndranghetisti che sotto la città di Platì in Calabria ne costruirono un’altra per sfuggire agli arresti, i messicani, stavolta sotto terra, passano la frontiera con gli Stati Uniti. Quando gli “operai” della tratta Mexicali-Calexico sono stati interrogati dalla polizia non hanno potuto fare nomi importanti alle indagini:”Ogni notte una persona ci pagava per andare avanti con gli scavi, ma aveva sempre il viso coperto da un passamontagna” hanno dichiarato praticamente in coro. La storia non è unica nel suo genere, come riportato dall’autore di Cocaina Spa, dato che già nel 2007 la Dea scopri un tunnel analogo che collegava l’Arizona allo stato messicano del Sonora. E ancora nel 2009 ne venne alla luce un altro che collegava un bagno di Tijuana ad Otay, vicino alla frontiera con la California.
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