Inchiesta su iniziativa popolare: Che fine hanno fatto le firme del V-Day?

336mila cittadini hanno chiesto al Parlamento di legiferare su tre argomenti: Candidati al parlamento non devono avere condanne definitive; in Parlamento massimo per due legislature; i parlamentari devono essere scelti dai cittadini. Ma la classe politica si è girata dall'altra parte

Di Claudio Forleo il 4 marzo | ore 21 : 22 PM


Tre anni fa Beppe Grillo irrompeva sulla scena politica nazionale. O meglio, irrompeva nelle case degli italiani che non hanno dimestichezza con internet. Il nostro è un Paese demograficamente anziano e una larga fetta dell’elettorato non “mastica” parole quali blog, wi-fi e affini. E quando naviga al massimo lo fa su un’imbarcazione, non certo seduto su una sedia o in poltrona. Quindi tre anni fa Beppe Grillo era “solo” conosciuto dagli internauti italiani e mondiali. Il suo era già il blog più letto del nostro Paese e stazionava fra i primi cento al mondo (74.mo posto già nel 2005). L’irriverente V-Day organizzato l’8 e il 9 settembre 2007 in oltre cento piazze italiane ha sconquassato, almeno per qualche settimana, il panorama politico del nostro Paese. In quei giorni non c’era deputato o senatore, di destra o di sinistra non faceva alcuna importanza,  che non dicesse la sua sul presunto “qualunquismo” di Grillo o sui toni “eccessivi” usati dal comico genovese nei confronti della classe politica italiana. Gli italiani hanno imparato così a conoscere il nuovo Grillo. La prima versione l’avevano lasciata in Rai vent’anni prima a “parlar male” dei socialisti. Ora se lo ritrovano più sboccato e certamente più corrosivo di prima. Etichettato senza troppa fantasia come “antipolitica” , il movimento dei “grillini” si è ampliato nel corso del tempo tanto da diventare decisivo nelle elezioni regionali dello scorso anno in Piemonte quando il Pd ha accusato il Movimento Cinque Stelle di avergli sottratto quella manciata di voti che ha permesso a Roberto Cota di spuntarla sul candidato del centrosinistra Mercedes Bresso.  Il V-Day si è ripetuto anche l’anno successivo (il 25 aprile), mentre lo scorso settembre a Cesena è andata “in onda” una sorta di parte terza, la Woodstock  del Movimento Cinque Stelle.

OLTRE TRECENTOMILA FIRME. Ma non vogliamo andare a ripercorrere le tappe dell’ascesa dei “grillini”. Qui torniamo a quei giorni di settembre del 2007 per chiederci che fine hanno fatto le firme apposte da oltre trecentomila italiani in sostegno di tre leggi di iniziativa popolare, poi presentate in Parlamento, e raccolte da quelli che al tempo venivano semplicisticamente considerati i fan di Grillo. Le tre leggi vertevano sui seguenti argomenti: 1) Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale. 2) Nessun cittadino italiano può essere eletto in Parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente. 3) I candidati al Parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta. Procediamo per gradi. Cos’è una legge di iniziativa popolare? E’ un istituto di democrazia diretta (come il referendum) ed è un diritto dei cittadini sancito dall’articolo 71 della Costituzione (“Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli“). La legge n.352 del 25 maggio 1970 prevede inoltre che “il progetto, accompagnato dalle firme degli elettori proponenti, deve essere presentato a uno dei Presidenti delle due Camere, il quale lo presenta alla Camera di competenza, la quale deve verificare il computo delle firme e accertare la regolarità della richiesta”.

Le firme raccolte furono 336.114 e il 14 dicembre 2007 Grillo arriva in Senato per consegnare i diciotto scatoloni che contengono quelle firme nelle mani dell’allora presidente di Palazzo Madama Franco Marini. Tre anni dopo il presidente del Senato è Renato Schifani, ma da allora  un gelido silenzio è sceso attorno quelle firme che riposano in pace in qualche cassetto di Palazzo Madama. Perchè? Perchè leggi di quel genere farebbero un male cane alla classe dirigente del nostro Paese. Se quelle normative fossero in vigore non è azzardato dire che il Parlamento italiano (630 deputati, 315 senatori), come lo conosciamo oggi, verrebbe dimezzato di punto in bianco. Nei giorni successivi al V-Day Il Sole 24 Ore pubblicò un articolo nel quale teorizzò i cambiamenti reali che quelle leggi avrebbero portato. Ebbene, il risultato è che 119 senatori e 181 deputati di quella legislatura (governo Prodi) sarebbero stati ineleggibili o incandidabili. Ma andiamo ad analizzare le leggi e capire davvero perchè facevano e fanno in un certo senso paura.

CONDANNATI IN PARLAMENTO. Il primo punto prevede l’impossibilità di candidare condannati in via definitiva, ma anche quelli in primo e/o in secondo grado in attesa di pronuncia della Cassazione. Per capire il perchè è improbabile pensare che le Camere possano davvero discutere tale legge, è necessario fare l’elenco di quei politici che rientrano in tale casistica. Per semplificare citeremo solo i nomi dei deputati e senatori per così dire “più in vista”: Umberto Bossi, attualmente deputato e Ministro delle Riforme per il Federalismo, condannato in via definitiva ad otto mesi per la “maxi-tangente” Enimont; Enzo Carra, eletto senatore nelle file del Pd ma lo scorso anno passato all’Udc, un anno e 4 mesi definitivi per false dichiarazioni al pubblico ministero sempre sulla “maxitangente” Enimont; Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl, condannato definitivamente a due anni per frode fiscale e false fatturazioni a Torino e con una condanna in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa; Giorgio La Malfa, eletto alla Camera nelle file del Pdl ma attualmente facente parte del grupp Misto, condanna definitiva a 6 mesi e 20 giorni per finanziamento illecito Enimont; Roberto Maroni, deputato della Lega Nord e Ministro degli Interni, condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale durante la perquisizione della polizia nella sede di via Bellerio a Milano.

Altri nomi “pesanti” non è possibile citarli per questa legislatura (almeno per quanto concerne i condannati in via definitiva) perchè alcuni di essi hanno lasciato la politica o non siedono più in Parlamento (come l’ex senatore dell’allora Forza Italia Lino Jannuzzi o l’ex vice-ministro delle Finanze, il diessino Vincenzo Visco, entrambi condannati in via definitiva rispettivamente per diffamazione e abusivismo edilizio).

TETTO DI DUE LEGISLATURE. Ancora più dirompente sarebbe una legge che fissa a due il tetto massimo di legislature per ogni parlamentare. In pratica Pdl, Fli, Pd e Udc sarebbero interamente decapitati nei vertici.  Pensare di porre un tetto massimo di legislature sarebbe impensabile soprattutto a sinistra,  dove parte dell’establishment viene direttamente dalla Prima Repubblica. Massimo D’Alema (eletto sette volte), Walter Veltroni (sei) o Rosy Bindi (cinque) sarebbero “in pensione” da almeno dieci anni. Ma anche a destra o al “centro” vale lo stesso discorso per Berlusconi, Fini, Casini, Rutelli…  La ratio della legge proposta è semplice: i politici hanno due legislature (dieci anni in tutto se queste arrivano a compimento) per fare qualcosa per il loro Paese. Fanno bene o fanno male non importa, avanti i prossimi. Essere pro o contro questa proposta non significa essere di questa o quella parte politica. Significa accettare una concezione della poltica diversa da quella italiana, forse più simile ad altre democrazie occidentali. Il Presidente degli Stati Uniti ha un limite massimo di due mandati (otto anni). Quello francese “ha un limite di due mandati consecutivi” (dieci anni in tutto). E’ vero che una cosa è essere parlamentari, un’altra è guidare un governo. Ma se quindici anni fa i leader dei principali partiti italiani erano Berlusconi, Fini, D’Alema, Veltroni ed oggi sono praticamente gli stessi c’è qualcosa che non va. Quindici anni fa alla Casa Bianca c’era Bill Clinton ed oggi non fa più il politico. In Francia il presidente ( che iniziava il suo primo mandato, al tempo ancora di sette annI) era Jacques Chirac ed oggi non fa più il politico. In Inghilterra non era ancora iniziata l’era di Tony Blair, che oggi non fa più il politico. Forse è la concezione del sistema politico italiano che deve cambiare oltre agli uomini. Perchè nel nostro Paese è sempre stato così. La Prima Repubblica è girata per mezzo secolo attorno agli stessi uomini o ai “delfini” di quegli uomini, nel bene o nel male. Il sistema Italia è un eccesso, ma forse anche la legge in questione ne rappresenta un altro di segno opposto. Un cambiamento nelle radici per un Paese che non è bravo a digerire i cambiamenti.

LA PREFERENZA DIRETTA. Altro punto poco recepibile per la nostra classe dirigente è il ritorno alla preferenza diretta nella normativa che regola le elezioni politiche. La legge n. 270 del 21 dicembre 2005 meglio conosciuta come legge Calderoli (o Porcellum, copyright del politologo Giovanni Sartori che la ribattezzò così dopo che lo stesso firmatario la definì “una porcata”) ha introdotto il sistema delle liste bloccate. Con questo sistema “l’elettore si limita a votare solo per delle liste di candidati, senza la possibilità, a differenza di quanto si verifica per le elezioni europee, regionali e comunali, di indicare preferenze. L’elezione dei parlamentari dipende quindi completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti”.  Con la legge precedente, il Mattarellum (dal nome di Sergio Mattarella, relatore della normativa) il cittadino sceglieva oltre che un partito anche un nome tra quelli presentati dal partito. L’elettore aveva in un certo senso un suo deputato e un suo senatore di riferimento e i parlamentari potevano definirsi compiutamente degli “eletti dal popolo”. Ora questa definizione è, per così dire, stiracchiata. A decidere chi siede in Parlamento sono le segreterie dei partiti. Sono loro a compilare l’ordine della lista del partito X. Quando il cittadino indicherà col suo voto tale partito, per determinare chi di quella lista diventerà parlamentare si procederà per ordine, dal primo in giù.  Con questo sistema si scippa il cittadino non solo della scelta ma anche della possibilità di punire quel parlamentare che secondo lui ha agito male durante il suo precedente mandato. Infatti è difficile che un elettore del partito X per punire il candidato sgradito in cima alla lista preferisca votare altri o non votare affatto. Ed ecco spiegata la riluttanza dei politici nostrani anche nei confronti di questa legge. Deputati e senatori ben visti dai dirigenti dei partiti, o politicamente legati a questi, possono aver “paura” di affrontare un’elezione in cui devono essere scelti dal cittadino che magari non li conosce proprio. Infatti molto spesso capita che nella circoscrizione X possa essere inserito ai primi posti della lista un candidato di tutt’altra provenienza che niente ha a che fare con il territorio e con i cittadini di quella circoscrizione, ma viene inserito in quel contesto per essere sicuro dell’elezione dato che il suo partito sa già che in quel contesto ne eleggerà certamente un “tot”.

FINITA LA LEGISLATURA, CANCELLATE LE FIRME. Ora, per tornare alla domanda che ci siamo posti all’inizio, che fine hanno fatto quelle firme? Sono archiviate nell’ufficio atti legislativi del Senato. Inutile dire che nessun partito ha mosso un muscolo per portarle in discussione. Ma adesso il problema è un altro. La legge stabilisce che, se dal momento della consegna delle firme passano due legislature senza che le norme proposte vengano approvate o respinte, queste diventano inutilizzabili per la legislatura successiva. In pratica o si discute il tutto entro la fine di questa legislatura (in teoria c’è tempo fino al 2013) oppure quelle firme sono come se non fossero mai esistite e bisogna iniziare daccapo. Lo scorso settembre il presidente della Commissione Affari Costituzionali Carlo Vizzini aveva reso noto che si era deliberato che “la materia” sarebbe stata trattata se il Parlamento “avesse deciso  di affrontare il tema di una riforma della legge elettorale”. Questo cosa significa?  Significa che se vengono sciolte le Camere e si va al voto, addio alle firme. Se invece dovesse cadere il governo Berlusconi (che, a quanto dice, non ha nessuna intenzione di cambiare la legge elettorale) e il Presidente della Repubblica indicasse un nome attorno al quale possa nascere un “governo a tempo” con lo scopo di riformare la legge elettorale (se n’è discusso nei mesi precedenti), a quel punto i parlamentari sarebbero obbligati, dalla deliberazione della commissione, a discutere delle richieste contenute in quelle 336mila e rotte firme. Se così fosse la classe politica dovrebbe approvarle o respingerle, non più ignorarle. E se dovesse decretare il suo no dovrebbe prendersi la responsabilità di farlo dinnanzi all’opinione pubblica proprio qualche settimana prima di nuove elezioni. Uno scenario quantomeno remoto.

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