Inchiesta: La presunta trattativa fra Mafia Stato (prima parte)
C'è stato un patto tra le istituzioni e la mafia per fermare le stragi del 1992-93? Ripercorriamo i fatti di quegli anni per farci un'idea
Di Claudio Forleo il 6 marzo | ore 18 : 23 PM
SONDAGGIO | Parlare di trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato non significa necessariamente puntare il dito contro questa o quella parte politica. Se la trattativa ha avuto luogo e se un patto è stato stretto, non esiste parte politica immune da colpe. Se una parte dell’arco costituzionale ha accettato il compromesso, la parte avversa ha la colpa di non aver vigilato e/o denunciato e di aver accettato tacitamente un accordo con chi seminava bombe nel nostro Paese. Quasi un dejà vu degli anni di piombo. Quando si ipotizza che lo Stato sia sceso a compromessi con quella che al tempo era la principale organizzazione criminale italiana, il concetto fa talmente rabbrividire che è bene mettere i puntini sulle i. Si, perchè una cosa è pensare o avere la certezza che certi uomini politici possano essere stati votati per decenni dalla mafia, e che in cambio abbiano chiuso gli occhi su affari e traffici vari. Un conto è considerare che lo Stato abbia mandato emissari che abbiano cercato di intraprendere la via della diplomazia o, peggio ancora, del compromesso con gente come Salvatore Riina o Bernardo Provenzano. La storia della presunta trattativa è piena zeppa di omissioni, errori, mezze verità, interrogativi, marce indietro e silenzi imbarazzanti. E fa ancora più impressione pensare che quel dialogo si sarebbe sviluppato e avrebbe proliferato sul sangue di vittime in carne ed ossa. Quello di Paolo Borsellino e delle vittime degli attentati mafiosi di Firenze e Milano del 1993. Procediamo con ordine, mettendo in fila i fatti.
VENIR MENO AI PATTI. Nel gennaio del 1992 la Cassazione, a sorpresa, conferma le condanne inflitte ai mafiosi in quello che è passato alla storia come il maxiprocesso. Cosa nostra attendeva l’annullamento di quella sentenza (come accaduto per anni in processi simili), rassicurata dai propri referenti politici. Con questo termine indichiamo una grossa fetta della Dc siciliana del tempo capeggiata dall’onorevole Salvo Lima, molto vicino a Giulio Andreotti (“prescritto ma colpevole”, così viene scritto nella sentenza della Cassazione, di concorso esterno in associazione mafiosa fino alla primavera del 1980). Per la prima volta un procedimento giudiziario contro dei mafiosi al vertice della Cupola si conclude con le condanne definitive per gli stessi. In seno a Cosa nostra la notizia è simile ad un terremoto e la reazione è rabbiosa. Chi ha disatteso i patti deve essere punito e l’onta deve essere lavata col sangue. In perfetto stile corleonese, l’ala più efferata della mafia palermitana che ha scalato i vertici della Cupola prendendo il posto degli ex boss Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Gaetano Badalamenti che guidarono Cosa Nostra fino agli inizi degli anni Ottanta.
Il primo a cadere è proprio Lima, che nella sua carriera politica a Roma fece prima parte della corrente di Amintore Fanfani, per poi legarsi a doppio filo al senatore Andreotti. Lima durante la sua vita politica fu più volte segnalato come possibile referente politico di Cosa Nostra. Anche nel processo Andreotti si parla più volte dei legami fra l’esponente della Dc e il costruttore mafioso Francesco Vassallo. Ad accusare Lima anche il superpentito Tommaso Buscetta, quello che permise a Falcone e Borsellino di “capire” il funzionamento di Cosa Nostra. Ma di Lima e delle sua vicinanza alla Cupola a ne parlò diverse volte la Commissione Parlamentare Antimafia già negli anni Settanta. Nel 1976 Pio La Torre (ucciso da Cosa Nostra nel 1982) firmò una relazione durissima in cui faceva più volte il nome di Lima e di Vito Ciancimino (lo incontreremo nel prosieguo della nostra ricostruzione).
L’onorevole viene ucciso il 12 marzo 1992. Un agguato volutamente spettacolare per le vie di Palermo. Il messaggio per tutti i referenti di Cosa Nostra è chiaro: “Avete disatteso gli impegni e ora pagate”. Il secondo nome sulla lista è quello di Giovanni Falcone, il simbolo della Sicilia che vuole sbarazzarsi della mafia. La sua è una storia tutta particolare che va raccontata in alcuni suoi aspetti per capire come si arriva allo svincolo di Capaci e a quel 23 maggio 1992, giorno in cui viene ucciso.
L’ADDAURA E FALCONE AL MINISTERO. Durante l’estate del 1989 il magistrato, che assieme a Paolo Borsellino aveva istruito il maxiprocesso, è ancora a Palermo a svolgere il suo ruolo in Procura. Per le vacanze ha affittato una villa all’Addaura, in provincia del capoluogo siciliano. Il 21 giugno Falcone è in compagnia dei colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann con i quali sta collaborando ad un’inchiesta sul riciclaggio di denaro sporco nel procedimento passato alla storia come Pizza Connection. Quella mattina gli agenti della scorta trovano sulla scogliera antistante la villa 54 candelotti di dinamite, non esplosi (lo si scoprirà dopo) per un difetto nell’innesco. Immediatamente vengono fatte girare strane voci che sostengono che Falcone quell’attentato se lo sia “fatto da solo per fare carriera”. Fra questi quella di un certo Mario Mori (lo ritroveremo più volte in questa vicenda), facente parte del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale) dei Carabinieri. Secondo Mori quella non era una tentata strage ma un’intimidazione perchè l’ordigno non poteva esplodere. Un’analisi falsa smentita da una sentenza della Cassazione nella quale si legge: “Resta il dato sconcertante costituito dalla circostanza che autorevoli personaggi pubblici investiti di alte cariche si siano lasciati andare a così imprudenti dichiarazioni”. Una sentenza definitiva che condanna anche un maresciallo dei Carabinieri, colpevole di “aver messo in atto una serie di falsi materiali che hanno pregiudicato le indagini” sull’attentato. Giovanni Falcone era certo che non ci fosse solo la mafia dietro a quei candelotti. In un’intervista rilasciata al giornalista Saverio Lodato diceva: “Menti raffinatissime tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi… Sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa… Il copione è quello. Basta avere gli occhi per vedere”.
Nel 1990 Falcone lascia la Sicilia, dove l’aria per lui si è fatta irrespirabile a causa di continui tentativi di delegittimazione del suo operato, e si trasferisce a Roma dove accetta il posto, offertogli dal Ministro della Giustizia Claudio Martelli, di dirigere la sezione Affari penali del ministero. Una scelta criticata da chi considererà Falcone un “venduto” della politica. Qui lavora a diversi progetti. Due su tutti: la creazione della Superprocura (oggi conosciuta come Procura Nazionale Antimafia) e l’introduzione del criterio di rotazione dei giudici in Cassazione. Lo scopo del secondo progetto è evitare che sia Corrado Carnevale a giudicare le sentenze di condanna del maxiprocesso che stanno appunto arrivando in Cassazione. Carnevale è infatti stato ribattezzato dai suoi detrattori l’ammazzasentenze. Falcone riesce nel suo intento e la condanna del maxiprocesso diventa definitiva.
Quando Lima viene assassinato a Palermo il progetto per creare la “Superprocura”, inizialmente criticata anche da Paolo Borsellino, è in dirittura d’arrivo. E Falcone è il principale (e naturale) candidato ad occupare quel posto. Non farà in tempo. Il 23 maggio Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta vengono trucidati da una bomba sull’autostrada Palermo-Punta Raisi, posizionata nei pressi dello svincolo di Capaci. Un altro omicidio eccellente e volutamente spettacolare. Il messaggio è chiaro: Cosa Nostra ha dichiarato guerra allo Stato. L’Italia è attonita e durante i funerali tutte le personalità politiche presenti a Palermo per le esequie vengono apertamente contestate. E’ in questa situazione di emergenza, di paura e smarrimento che, secondo diverse procure, inizia la trattativa.
IL “CONTATTO”. Per arginare la situazione e per dare un segnale ad un’opinione pubblica sconvolta, il governo è pronto ad emanare un decreto che prevede il 41bis (il regime di carcere duro) anche per gli esponenti della criminalità organizzata (fino ad allora era previsto solo per i terroristi). Pessima notizia per Cosa Nostra. Ma un decreto legge ha bisogno di essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla sua emanazione, altrimenti decade. E il Parlamento, nonostante passino i giorni, se la prende comoda. Intanto, nel silenzio, accade qualcos’altro. Almeno stando a quanto dichiara nel 2009 Claudio Martelli: “Mi fu comunicato dal direttore degli Affari penali del ministero, Liliana Ferraro, che era venuta a trovarla l’allora capitano Giuseppe De Donno, che l’aveva informata che Vito Ciancimino aveva volontà di collaborare”. Chi è Vito Ciancimino? E’ stato un “uomo d’onore” per quasi mezzo secolo. Se Cosa Nostra a Palermo è riuscita a fare una montagna di denaro lo deve anche a don Vito che, da assessore ai Lavori Pubblici (con Salvo Lima sindaco), concesse in quattro anni oltre 4mila concessioni edilizie, tutte alle stesse ditte legate alla mafia: è il cosiddetto “sacco di Palermo”. Ciancimino è legato a doppio filo ai corleonesi, in particolar modo a Bernardo Provenzano di cui apprezza il fare pragmatico mentre è contrario al modus operandi di Riina, più impulsivo. Nel giugno 1992 Ciancimino si trova agli arresti domiciliari nella sua casa di Roma. Sia Martelli che la Ferraro vengono interrogati nell’aprile del 2010 dal tribunale di Palermo nell’ambito del procedimento contro Mori per favoreggiamento alla mafia per la mancata cattura di Provenzano (ancora lui, ne riparleremo nella seconda parte dell’inchiesta). La Ferraro dice di aver informato Paolo Borsellino di quello che sapeva sulle iniziative di De Donno, braccio destro del generale Mori. Il 28 giugno 1992 lo avrebbe incrociato all’aereoporto di Fiumicino. “ll dottor Borsellino – ha detto la Ferraro – non ebbe alcuna reazione, mostrandosi per nulla sorpreso e quasi indifferente alla notizia, dicendomi comunque che se ne sarebbe occupato lui”. Martelli è più ambiguo: “Se solo avessi avuto sentore di una trattativa di un pezzo dello Stato con un pezzo della mafia, avrei fatto l’inferno e l’avrei denunciato pubblicamente… La Ferraro – ha sostenuto Martelli – mi raccontò di avere invitato De Donno a rivolgersi a Paolo Borsellino, come magistrato competente in materia… mi fece capire che il Ros voleva il supporto politico del ministero a questa iniziativa. Io mi adirai perchè trovavo una sorta di volontà di insubordinazione della condotta dei carabinieri… Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni – dice – ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato… Sono convinto – aggiunge nel controesame dei legali dell’imputato – che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato, cioè contattare Ciancimino senza informare l’autorità giudiziaria, fosse inaccettabile… mi lamentai del comportamento del Ros con il ministro dell’Interno dell’epoca”.
BORSELLINO SAPEVA? In questo quadro già poco chiaro, si inserisce un vero e proprio giallo. Nicola Mancino, fino a pochi mesi fa vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, nel 1992 era il ministro degli Interni. Fra i mesi di giugno e luglio Mancino aveva da poco preso il posto di Vincenzo Scotti alla guida del dicastero. Il 1°luglio del 1992 Paolo Borsellino sta interrogando il pentito Gaspare Mutolo, il quale gli sta ripetendo quello che aveva già detto a Falcone prima della strage di Capaci: i legami di una parte delle istituzioni con Cosa Nostra e in particolare la storia di Bruno Contrada, al tempo numero tre dei servizi segreti del Sisde. Secondo Mutolo Contrada è una talpa della mafia (nel maggio del 2007 la Corte di Cassazione lo ha condannato in maniera definitiva a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa). Ma le accuse di Mutolo nel 1992 non erano nuove. Già altri avevano spiegato a Giovanni Falcone il ruolo di Contrada in seno a Cosa Nostra ben prima della strage di Capaci. Mentre sta interrogando Mutolo, Borsellino viene convocato al ministero degli Interni. Quando ritorna dal pentito questi lo descrive come agitatissimo (“fumava due sigarette per volta”). Ma l’agitazione del magistrato in quei giorni verrà raccontata più volte anche dai familiari (la moglie, il fratello) e dai colleghi (il pm Antonio Ingroia). Cosa è successo? Borsellino avrebbe incontrato proprio Contrada (che verrà arrestato sei mesi più tardi), Vincenzo Parisi (allora Capo della Polizia) e Nicola Mancino, appena insediatosi. Perchè Borsellino è nervoso? Forse perchè si è trovato davanti Contrada. Oppure qualcuno gli aveva parlato del “contatto” già avviato con Vito Ciancimino? Ma a rendere ancora più paradossale quel primo luglio è un particolare che sarebbe ridicolo se non fosse indicativo: Nicola Mancino non “ricorda” di aver incontrato Borsellino. Come sia possibile “non ricordare” di aver incontrato quello che, dopo l’uccisione di Falcone, era il magistrato più famoso d’Italia non è dato saperlo. Ma questo è quanto ha dichiarato più di una volta Mancino. C’è un però. Borsellino in quel periodo portava con sè due agende: una rossa, scomparsa dal luogo della strage di via d’Amelio e sulla quale scriveva le sue intuizioni e spunti d’indagine, e un’altra in cui segnava gli appuntamenti. Sulla seconda il magistrato scrive di aver incontrato Mancino quel primo luglio. Che Borsellino mentisse alla sua agenda?
Ricapitoliamo. Dopo Capaci, secondo Martelli e la Ferraro, il capitano del Ros De Donno avvia dei contatti con Vito Ciancimino. A che scopo? Davvero pensano che possa aiutarli a catturare i boss? Oppure De Donno chiede a Ciancimino di contattare Riina e Provenzano per chiedere una sorta di tregua? E se cosi’ fosse per conto di chi parla De Donno? Dello Stato, di qualche politico? E ancora. Borsellino sapeva davvero di questo incontro? Perchè era agitato al suo ritorno dal ministero dell’Interno? Stando a quanto dichiarato dalla moglie Agnese, proprio in quei giorni il marito gli confidò le sue preoccupazioni pronunciando una frase terribile: “Sto vedendo la mafia in diretta”. Borsellino ha incontrato Mancino? C’era anche Contrada? Perchè Mancino da quasi vent’anni ripete di non ricordare? Se l’incontro c’è stato di cosa si è parlato? Quel che è certo è che meno di tre settimane dopo dal presunto incontro Paolo Borsellino viene fatto saltare in aria assieme ai cinque agenti di scorta mentre sta andando a prendere la madre che abita in via d’Amelio. Perchè uccidere anche Borsellino, a meno di due mesi di distanza da Falcone? Borsellino sapeva o aveva intuito qualcosa? E’ solo una delle “punizioni” per il maxiprocesso o il magistrato era stato informato della trattativa e si era messo di traverso?
Da quel 19 luglio 1992 tutta la storia diventerà, se possibile, ancora più oscura. L’agenda rossa che scompare, le indagini “troppo facili” sulla strage di via D’Amelio, il presunto papello con le richieste di Cosa Nostra per fermare la stagione delle stragi, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del covo, le bombe a Firenze, Roma e Milano del 1993, la fine delle stragi e la lunga “pax mafiosa” che dura ancora oggi, la strana ed infinita latitanza di Bernardo Provenzano. Ne parleremo nella seconda parte dell’inchiesta.
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