Il caso Femen: manifestare spogliandosi conviene?

Di Giacomo Caniparoli il 29 agosto | ore 01 : 07 AM


Sotto un punto di vista meramente formale, giuridico, il mondo occidentale europeo, presenta ormai una parità sessuale tra maschio e femmina del tutto completata. Stessi diritti, stessi doveri, addirittura le poche disparità normative riguardano il tentativo di favorire forzatamente la presenza femminile in ogni ambito (fenomeno delle Quote Rosa, che obbligano in ambito politico all’introduzione di tot soggetti femminili ogni tot soggetti maschili). Quindi nessun reclamo possibile. Così le recriminazioni del mondo femminile si sono spostate sul campo invisibile e meno gestibile, delle considerazioni, delle ostruzioni, delle violenze psicologiche o meno, non solo in ambito lavorativo (la nascita del concetto di: mobbing, stalking, lo stupro) e tutte collegate da un minimo comune divisore: il corpo.

Il corpo fisico, gioca nella nostra società una parte prioritaria, sono diffusi gli studi che sostengono quanto a parità di conoscenze e curriculum, venga preferito chi è dotato di “buona presenza”, maniera edulcorata per specificare quanto la bellezza sia parte integrante dei requisiti per essere accettati\arruolati.
E’ proprio la predominanza del corpo come fattore discriminante che evidenzia la cecità tutta femminile nei riguardi delle loro stesse richieste. L’ossessione per il corpo, vera fonte di disuguaglianze, è l’ossessione tutta femminile per eccellenza, e viene da domandarsi come sia possibile combattere lo stupro spogliandosi, o invocare parità sessuale mostrando il seno: esiste in questi gesti, in questa femminile mostra\ossessione per il fisico, un’automatica ammissione di sottomissione, l’auto-riduzione femminile a corpo, fisico, seno, fondoschiena, corpo oggetto sessuale, e niente di più, nessuna protesta, nessuno scandalo, tutto si riduce al massimo a spettacolo da club privè.

Ad oggi 2011, quello che si vede, è la convergenza universale delle diverse categorie femminili, dalla showgirl, alla casalinga, alla donna in carriera, alla sportiva, in un unico comportamento standardizzante: quello della manifestazione del loro corpo\sesso.
Basta pensare alla foga sessuale delle femmine di Sex and the city, ai calendari delle pallavoliste, ai diffusi corsi di burlesque per casalinghe, a tutto il materiale pornografico amatoriale presente su internet, alla disinibizione riguardo l’acquisto\sfoggio di intimo o accessori sessuali.
La libertà sessuale femminile è oggi mera ossessione sessuale femminile, quale risultato di puro, drastico, assoggettamento, subordinazione della categoria femminile a quella maschile; oggi molto più che ieri, perchè attuata (alla stregua delle dittature silenziose) con il consenso inconsapevole dell’altro.

Esattamente come la “doxa” di Bourdieu in ambito politico, dove si prevede che un suddito accetti il suo ruolo subordinato ad una categoria dominante, inconsapevolmente per automatismo e mantenendo l’illusione di essere libero, alla stessa maniera il mondo femminile di oggi accetta il suo ruolo di subordinazione alla categoria maschile, inconsapevolmente, per automatismo e mantenendo in se l’illusione di agire in libertà.
Pensandosi nella libertà di esprimere il proprio essere, la propria sessualità, le donne odierne non si accorgono di aderire alla volontà della cultura dominante maschile.
In ogni seno sfoggiato per protesta, in ogni perizoma indossato, in ogni rossetto malizioso, in ogni minigonna che lasci intravedere, in ogni atto sessuale dettato dalla propria presunta volontà di compiere un atto sessuale, la donna riafferma, dichiara, sottolinea, definisce, impone, per trecento volte e più, la sua sudditanza, il suo assoggettamento, la dipendenza e subordinazione diretta all’universo maschile del quale non è che una pedina, che una mera scenografia passiva, immobile, semplicemente: un oggetto.

Ed è il caso della ragazza che passeggia senza reggiseno in spiaggia con l’illusione di avere la libertà di mostrare il seno, quando invece adempie semplicemente alla necessità maschile di godere di un oggetto spogliato, ma ancora di più si tratta della popolarissima iniziativa di “FEMEN” che combatte le discriminazioni sessuali con dei topless pubblici: il ritorno di immagine, il successo di queste iniziative è dovuto solamente al fatto che tali discriminazioni esistono davvero ma sono perpetuate specialmente con queste manifestazioni di dissenso stesse. Se l’organizzazione è nota, lo deve proprio alla modalità che utilizza per pubblicizzarsi, si pone in via teorica di combattere quanto invece esattamente diffonde; il fatto che la scelta di questa modalità di manifestazione sia cosciente, sia voluta, non cambia la dinamica, ci sono ancora corpi che finiscono per essere un mero spettacolo tutto maschile.

A nessuno dei tanti che aprono le foto di FEMEN interessa minimamente la questione che sollevano (tant’è che a conti fatti non hanno cambiato praticamente niente), e questo è dato da una somma di fattori: dal fatto che la società sia una società di impronta maschile, ma che sia maschile soprattutto la modalità femminile, in ogni sua esposizione, sia di protesta, sia di accondiscendenza, non riesce a cambiare comunque il linguaggio, quello del corpo.
Se da una parte può essere riprovevole il fatto che la società occidentale sia improntata su una forte predominanza maschile invisibile, è doppiamente riprovevole l’idiozia femminile che non comprende, nemmeno nelle sue manifestazioni di giustificata protesta, di utilizzare e rafforzare la dialettica della società vigente quale dialettica tutta maschile, fallica, fisica, di femmina oggetto subordinata alle necessità sessuali maschili.

Con la nudità, la femmina gioca ad un gioco tutto maschile, e perde.
Questa cecità che porta a fare la piaga ancora più infetta di quanto non lo sia normalmente, è condensabile nell’esempio di chi per farsi sentire durante un dialogo in un locale pubblico rumoroso, alza il volume della voce, generando una spirale che porta per contro all’incremento ulteriore del caos già presente. Per far passare un messaggio, si riconferma e si acuisce il rumore che si vorrebbe combattere.

Si troverebbe probabilmente d’accordo con noi anche Sigmund Freud, che considera la bambina nella fase fallica “un ometto dal pene più piccolo. Un ometto svantaggiato. Un ometto la cui libido subirà una più forte repressione, più narcisista, più pudico, perché si vergogna del confronto svantaggioso. Più invidioso e geloso perché meno dotato, un ometto il cui unico desiderio sarebbe quello d’essere o di restare un uomo” (Irigaray, Dell’altro in quanto donna).
Da qui una doppia tendenza femminile: La volontà inconscia di palesare con la manifestazione pubblica della propria nudità, la sua posizione sociale di inferiorità, ponendosi ad una dimostrazione pratica, fisica, che definisca, che certifichi la propria sudditanza; e offrendo anche la giustificazione recondita a quel comportamento, quale desiderio invidioso dell’avere come proprio il fisico del maschio e da qui la tendenza ad imitare il suo linguaggio.

A questo punto non resta che suggerire all’universo femminile di non sentirsi solo, in quanto tutto questo si tratta solamente dell’ennesimo caso in cui la presunta cura è la malattia stessa, l’ennesimo caso in cui la vittima è il carnefice stesso e viceversa, l’ennesima dimostrazione di una straordinaria inconsapevolezza autolesionistica.
Quanto ai maschi: godetevi lo spettacolo.

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2 Commenti

  1. Francesca, 8 meses fa Replica

    Presto nei cinema “A Dangerous Method”.

    Consigliato alle femministe…

  2. ivabellini, 8 meses fa Replica

    Le FEMEN sono in gamba e di strada ne faranno parecchia! altro che autolesionismo!


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