I nuovi Licei italiani saranno davvero al passo con l’Europa?
Di Tommaso De Bianchi il 14 luglio | ore 14 : 52 PM
Ci sono tradizioni che non cambiano, ne’ si adattano con il passare del tempo; chi non ha mai sentito, almeno una volta durante il suo percorso di studi superiori, qualunque sia stato, la solita frase “Chi fa il Liceo, poi va all’Università, per chi vuole lavorare, ci sono i tecnico-professionali” ? Il collegamento fra l’istruzione superiore liceale e il successivo ingresso nelle nostre Facoltà, si dimostra sempre più cementato con il passare del tempo. Le infinite riforme sul sistema scolastico, anziché diminuire il divario fra gli studenti liceali che approdano nel mondo universitario e quelli con diploma tecnico-professionale più preparati per un immediato inserimento nel mondo del lavoro (anche qui, con mille distinguo) lo hanno di fatto aumentato, statistiche alla mano.
L’ultima riforma targata Gelmini, dedicata alle modifiche sui percorsi formativi nei nostri licei, non nasconde certo un obiettivo ambizioso: licei che siano in grado di garantire una solida preparazione di base e di larghe vedute, al contempo in grado di inserire, chi volesse fermarsi, nel mondo del lavoro. Un obiettivo ambizioso certo, conciliare la necessità quanto mai fondante dell’ultra-specializzazione che si richiede dalle aziende per i neo-assunti e una preparazione di grandi orizzonti per chi sceglierà il proprio percorso universitario. Tuttavia proprio per questo a grande rischio fallimento, vista la mancanza di diversi decreti attuativi su varie disposizioni della legge e visto il reale andamento del rapporto fra formazione e lavoro.
Se da una parte è apprezzabile la scelta volta ad aumentare le ore di lingua straniera e materie scientifiche sia al Liceo Classico che, in misura decisamente maggiore, soprattutto per le seconde, nei nuovi Licei Scientifici, non si può dire la stessa cosa sull’efficacia del progetto sulla flessibilità dei percorsi formativi interni, per stare al passo con i modelli europei.
La richiesta sempre più pressante per i neo-laureati stessi, di specializzazioni, master e tirocini in grado di incrementare le proprie competenze settoriali in un ambito specifico, non pone certo bene verso le ambizioni e le prospettive per un giovane diplomato liceale che si affaccia sul mondo del lavoro, rinunciando a percorrere il “tradizionale” percorso universitario. Per chi va controcorrente insomma, c’è poco spazio.
Potrebbe dare un contributo non indifferente, da questo punto di vista, l’impegno del Ministero sulla possibilità per i Licei di sviluppare all’interno della loro offerta formativa degli specifici percorsi che, stavolta soprattutto per il successivo ingresso negli Atenei, possano affiancare alla solida preparazione di base, un forte carico di competenze da sviluppare in un preciso ambito culturale. Insomma, preparare per gli studenti già dai primi anni dei percorsi formativi specializzati rispetto a quello che intenderanno “fare da grandi”. A riguardo, tuttavia, il progetto dei nuovi licei, mostra un grave dislivello fra realtà e volontà. Da una parte si sente l’esigenza di rendere aperta per i singoli istituti la possibilità di creare profili formativi personalizzati sulle qualità dei singoli studenti, al passo con il modello scolastico anglosassone, in particolare, dall’altra, ecco il duro riscontro con ciò che effettivamente deve avvenire: attenersi ai vincoli di bilancio e di assegnazione di organico predisposti dal Ministero. Doccia fredda, soprattutto se questi limiti di organico imposti, spesso in istituti che aspettano da anni risorse che non sono mai arrivate, anche per la copertura finanziaria di esigenze di prima necessità, risultano tanto stretti da impedire qualsiasi margine d’azione per i Licei.
Ancora una volta, fra le ottime intenzioni di partenza, si riscontra l’ennesimo, mancato calcolo con la complessità reale della questione.
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