I giovani pagano il prezzo più caro della crisi

Di Alessia Fezza il 16 settembre | ore 07 : 56 AM


L’ultimo rapporto sul mercato del lavoro pubblicato oggi dall’OCSE, dipinge un quadro a tinte scure soprattutto per i giovani. Sono questi infatti a pagare il prezzo più alto della crisi in Occidente, con la magra consolazione di qualche misero contratto a termine. Nella prima metà del 2011, il numero di persone senza lavoro è cresciuto a oltre 44 milioni, triplicandosi addirittura negli Stati Uniti dove Obama si sta facendo in quattro per creare nuovi posti di lavoro at

traverso la politica delle infrastrutture. Fra le principali economie OCSE solo la Germania ha visto calare la disoccupazione di lungo periodo, confermandosi ben messa rispetto alle sorelle europee. Allarmato il segretario generale dell’OCSE Angel Gurria, secondo il quale “i governi non possono stare fermi. Le sfide per contrastare la disoccupazione elevata e persistente e migliorare le opportunità di lavoro dovrebbero essere in cima all’agenda politica”. “Questo è il volto umano della crisi” ha precisato Gurria.

E l’Italia? Le cose non vanno bene nemmeno nel Bel Paese, dove il mercato del lavoro non dà segni di ripresa. A crescere sono solo le file dei precari mentre il numero dei contratti a tempo indeterminato resta sostanzialmente stabile. A tutto questo si aggiunge un’altra chicca: i salari dei lavoratori italiani si confermano sotto la media europea. Secondo l’Ocse anche se la “legislazione restrittiva sui contratti da lavoro a tempo indeterminato potrebbe aver aiutato il paese a contenere l’impatto della recessione sul mercato del lavoro, nella fase attuale tale legislazione potrebbe scoraggiare le assunzioni, soprattutto con contratti permanenti, mettendo dunque a repentaglio la ripresa. Di conseguenza, per promuovere una più rapida creazione di posti di lavoro e ridurre il dualismo, si dovrebbe varare un’ampia riforma dei contratti di lavoro. Tuttavia, tale riforma dovrebbe essere rivolta, in particolare, a ridurre l’incertezza rispetto alle conseguenze del quadro regolamentare sugli esiti delle procedure di licenziamento”.

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