I dibattiti insopportabili

Di Gianni Pardo il 5 novembre | ore 10 : 47 AM


Chi tiene gli occhi aperti rischia lo strano destino di essere a volte in ritardo e a volte in anticipo. Dal momento che seguo l’attualità, mi accorsi fra i primi dell’esistenza del computer: ma quando alcuni cominciarono a parlarne anche per i privati (erano gli Anni Ottanta) mi dissi che a me non serviva. La mia macchina per scrivere, una Olivetti Studio 44 che conservo come una gloriosa reliquia, mi bastava e mi avanzava. Fra l’altro, a detta di tutti, quel computer era costoso e difficile da usare: e allora perché procurarsi un problema? Non feci parte dell’avanguardia.
Poi invece me ne prestarono uno e me ne innamorai. Il progresso, rispetto alla Studio 44, era impressionante. Prima, per elaborare un testo o per spostare un paragrafo, magari ritagliavo la pagina, fino ad avere delle striscioline. Col bel risultato che alla fine, come premio, dovevo ricopiare tutto. E se battendo commettevo un errore, c’era poco da fare, rimaneva lì: non ero disposto a ribattere l’intera pagina. Il computer invece risolveva tutto: si dava l’ordine di stampa solo quando il testo era soddisfacente. Ed io, pur vergognandomi di far parte della retroguardia, di coloro che non avevano capito subito le potenzialità del nuovo mezzo, mi legai ad esso per sempre.
Con mia sorpresa poi scoprii che, mentre mi consideravo un ritardatario, per altri ero un precursore. Uno dei primi che si erano convertiti. E in effetti la valanga del computer si è avuta dopo gli Anni Ottanta. Come si vede, il presto e il tardi a volte sono relativi.
Questo genere di vicenda si è riproposto recentemente a proposito dei dibattiti televisivi. Quando molti anni fa Maurizio Costanzo lanciò “Bontà loro”, in molti seguimmo con passione questo tipo di spettacolo. Finalmente non si offriva più un programma artificiale e preconfezionato, ma una conversazione fra persone reali, che parlavano di argomenti di attualità. Era come se si fosse abbattuto il dislivello fra il palcoscenico e la platea, come se si fosse attuato un pareggiamento per il quale anche noi potessimo sentirci protagonisti dentro quella scatola magica, e i personaggi della scatola magica finalmente si rivelassero esseri umani come noi. La cosa fece valanga. E infatti il talk show, soprattutto quello politico, è divenuto una colonna portante di tutti i palinsesti.
Ma oggi ho ancora una volta l’occasione di chiedermi se sono in anticipo o in ritardo sui tempi. Perché personalmente, da molto tempo ormai, i dibattiti non li sopporto più. Se ce n’è uno e mi si chiede: “Che c’è stasera, su quel canale?”, rispondo: “Niente”. Come se lo schermo fosse nero. L’idiosincrasia è giunta così lontano che neanche provo a seguirli per cinque minuti. Nemmeno se stanno parlando uno che la pensa come me e un altro che la pensa come me. È la voce umana, l’inciampo. E poi la demagogia, la mancanza di rispetto per la verità, la superficialità, la volgarità espressiva, l’eccesso di passione, le continue, insopportabili interruzioni, la gara a chi parla più forte e più a lungo. Oh, Madonna!
Non fanno per me, questi spettacoli. E così mi chiedo: per i computer non sono stato né fra gli ultimi né fra i primi. Vuoi vedere che sarò fra i primi per i talk show? Non fra i primi come spettatore – in centinaia di migliaia abbiamo seguito immediatamente questo genere di spettacoli – ma fra i primi che li abbandonano per sempre.
Quante sono le persone che ne sono tanto mortalmente stanche da preferire a qualunque conversazione politica (o, peggio ancora, a qualunque stupido dibattito su un delitto di moda) un documentario sugli orsi polari o la replica di un poliziesco americano, perfino se ne ricordano la trama? Mi piacerebbe voltarmi indietro e vedere quanti mi seguono. Non per capeggiare il gruppo – capeggiare è un verbo che non fa per me – solo per consolarmi. Per poter dire che non sono il solo che non ne può più, non sono il solo ad avere cattivo carattere, non sono il solo ad avere questi accessi di misantropia e di orrore della parola umana.
Allora, c’è qualcuno?
giannipardo@libero.it

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