I cinesi vogliono tornare in Cina

"Abbiamo paura, ci aggrediscono per rubare, in Cina queste cose non succedono: non ci sono pistole, ci sono vigili e polizia."

Di Salvatore Giambelluca il 6 gennaio | ore 08 : 54 AM


Dopo il duplice omicidio avvenuto l’altra sera a Roma, nel quartiere Torpignattara, dove due uomini a volto coperto hanno ucciso un commerciante cinese e la figlia di circa 10 mesi, la comunità cinese ha paura.

L’ambasciata cinese a Roma ha lanciato un appello all’Italia perché siano catturati presto gli assassini, mentre il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri ha promesso più polizia nella capitale e azioni contro obiettivi mirati per contrastare la criminalità.

“Chiediamo alle autorità competenti italiane di applicare tutte le misure necessarie alla cura e all’assistenza della donna ferita, di individuare tempestivamente gli assassini garantendoli quando prima alla giustizia”, si legge in un comunicato sul sito dell’ambasciata cinese.

C’è un bel pezzo de Linkiesta che è andato all’Esquilino – quartiere asiatico Romano -, raccogliendo testimonianze di alcuni che vorrebbero tornare dopo tanti anni nel proprio paese d’origine.

Al mercato rionale dell’Esquilino, il quartiere più multietnico della capitale, di banchi cinesi se ne contano a malapena quattro. «Non c’è da sorprendersi – ci confida un signore sulla sessantina, accento romano, da oltre dieci anni specializzato nell’import-export tra Italia e Cina – i cinesi sono imprenditori, non si abbassano a vendere frutta e verdura per strada. Molti di questi banchi – continua l’uomo, che preferisce conservare l’anonimato – sono proprietà dei cinesi, che poi assumono manodopera a bassocosto, soprattutto bengalesi e cingalesi».

Eppure, a cercarla bene, qualche venditrice con gli occhi a mandorla esce fuori. Si chiama Jin, 42 anni, arrivata in Italia negli anni Novanta. Sul suo bancone trovano spazio frutti italiani e primizie asiatiche. La clientela di Jin non ha razza: «Asia, Africa, America Latina, i miei consumatori provengono da ogni dove». Spuntano – a sorpresa – anche gli italiani: «Sono dieci anni che lavoro in questo mercato, la gente del quartiere mi conosce, ed anche le casalinghe italiane si fidano della qualità dei miei prodotti».

Poco distante da quello di Jin c’è un altro banco a tenere alta la bandiera rossa a cinque stelle. È una macelleria, a gestirla una coppia di giovani sposi cinesi, affiancati da un filippino e, grembiuli bianchi alla vita; hanno un gran da fare tra spuntature, guanciale e braciole da tagliare. Il loro banco è preso d’assalto in continuazione dai connazionali che fanno acquisti in grandi quantità. Però qui di italiani non se ne vede neanche l’ombra malgrado i prezzi concorrenziali e la carne esposta in bella vista: le leggende metropolitane sulla cucina cinese non sono affatto superate.

A ridosso dell’uscita principale del mercato poi c’è il banco di Hu e sua moglie Zeng. Hanno 48 anni (uno in più secondo il calendario cinese). Hu è venuto in Italia da solo, sedici anni fa, per fare fortuna, lasciando in patria una famiglia appena formata e tre figli piccoli. Difficile il primo periodo, la ricerca di lavoro e tutta l’epopea burocratica da seguire; poi, pian piano, è riuscito a far quadrare il cerchio, ottenendo il ricongiungimento familiare. I figli di Hu e Zeng sono diplomati, hanno un’occupazione e uno stipendio fisso. Di tanto in tanto vengono a Piazza Vittorio ad aiutare i genitori, perché loro vivono in un altro quartiere, ed hanno amici più italiani che cinesi. Hu non si lamenta della sua condizione, anche se ammette un calo brusco di vendite negli ultimi mesi: «La crisi a Roma noi cinesi la percepiamo più degli italiani».

Jiang fa il punto sulla condizione dei cinesi di seconda generazione: «L’80% dei ragazzi è nato qui, sono giovani che parlano romano, vestono occidentale, amano la cultura italiana, ma hanno la cittadinanza cinese, e non devono dimenticare le proprie origini. Rappresentano un ponte tra le due culture». Interrogata sul suo futuro, la giovane insegnante resta un po’ interdetta: «Fino a cinque anni fa avrei risposto Italia, senza esitare. Oggi non la penso più così: sono tanti i cinesi che vogliono tornare nel proprio paese d’origine, in Cina c’è più speranza che in Italia».

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