Formazione e Mercato: Quale futuro per i diplomati tecnico-professionali?

La qualità della formazione in Italia al disotto della media europea

Di Tommaso De Bianchi il 3 luglio | ore 17 : 59 PM


In un Mercato del lavoro dove sempre più difficilmente si riesce a conciliare l’esigenza della flessibilità con la sicurezza, urge un cambiamento strutturale che possa riportare la scuola superiore, in particolar modo il settore spesso maltrattato e ignorato della formazione tecnica, al centro delle dinamiche occupazionali. Sulla qualità che la formazione tecnica e professionale del nostro Paese sa garantire ai suoi studenti, parlano molto chiaro i dati a dir poco imbarazzanti sul livello di abbandono scolastico negli istituti tecnici superiori, molto al di sopra dei livelli di allarme posti dalla Commissione per le politiche giovanili dell’UE. 

La situazione non migliora se si analizza la percentuale di giovani neo-diplomati nel settore tecnico-commerciale o industriale privi di occupazione regolare. La media, in questo caso, è appena al di sotto di quella di Paesi come la Svezia, nei quali i giovani neo-diplomati godono di politiche sociali e assistenziali enormemente superiori addirittura agli standard europei: la consolazione sparisce tuttavia, una volta scoperto che considerando anche i neo-diplomati non inseriti in percorsi di formazione lavorativa ne’ in stage aziendali, la percentuale sale, putroppo, di ben 3 punti.

La formazione tecnico-professionale made in Italy non riesce a riscuotere quella considerazione qualificante e ben collegata con i settori produttivi, che si riscontra negli altri nostri partner europei. Gli strumenti che gli Istituti tecnici del nostro paese mettono in mano ai loro diplomati, vengono sempre più scartati o considerati come seconda scelta dalle famiglie degli studenti.

Ma quali sono le principali cause che portano tanto fuori dalla media europea, la qualità della nostra formazione professionale?

Da un lato sicuramente la scarsa sinergia, anche e soprattutto a livello territoriale, fra gli Istituti e aziende, con i primi che non riescono a coinvolgere i percorsi formativi nelle esigenze che il mercato del lavoro porta quotidianamente sui loro tavoli, a cominciare dalla scarsa attenzione che si presta alle qualità psico-attitudinali dello studente.

La presenza di percorsi formativi specializzati non tanto a fornire pacchetti pre-impostati con tanto di “istruzioni di montaggio”, ma le competenze adeguate per giocarsi il proprio ruolo nel mercato del lavoro con grande flessibilità e capacità di adattamento, potrebbe essere una delle risposte adeguate.

Dall’altro lato, il coinvolgimento delle imprese, deve partire anche e soprattutto dalle realtà politico-amministrative del territorio, favorendo corsi e processi formativi di integrazione, che non gravino unicamente sulle casse delle aziende. La preparazione all’impiego aziendale dovrebbe inoltre proseguire, guardando all’esempio di altri vicini europei, a cominciare da Olanda e Germania, anche nel corso dei momenti di ”stasi” del percorso lavorativo dei neo-diplomati, in riferimento in particolar modo, ai momenti in cui si è privi di occupazione.

Il grave rischio dietro l’angolo sarà, altrimenti, quello di andare ad infoltire la fitta schiera di disoccupati che dopo anni spesso di inattività (o attività in lavori “d’emergenza”) non trova più il giusto ri-assorbimento nel mercato.

Giovani ,

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