Finalmente l’Onu contro la Siria. Il Punto della situazione
Di Paolo Gallazzi il 4 agosto | ore 16 : 17 PM
Il mondo ha visto il deterioramento della situazione in Siria con profonda inquietudine. Ma gli avvenimenti di questi ultimi giorni sono oltremodo rivoltanti
La situazione non è più sostenibile e Ban Ki-moon, il segretario generale dell’Onu, esprime così il proprio sdegno nei confronti della violenza con la quale il regime di Damasco reprime le proteste del proprio popolo. Finalmente l’Onu, con una dichiarazione formale del Consiglio di Sicurezza, fa sentire la propria voce. La condanna delle Nazioni Unite alla Siria appare perentoria. Si chiede la “fine immediata delle violenze”, delle “diffuse violazioni dei diritti umani”, dell’“uso della forza contro i civili da parte delle autorità siriane” e, per una sorta di par condicio, si “esorta le due parti ad agire con la massima moderazione e ad astenersi da rappresaglie, inclusi gli attacchi alle istituzioni dello Stato”.
Il documento è stato approvato quasi all’unanimità (il Libano, filosiriano, si è dissociato), superando lo stallo che per tre giorni aveva tenuto bloccati i lavori. Russia, Cina, Sudafrica, Brasile ed India si opponevano infatti ad una risposta formale dell’Onu alle violenze del governo siriano, ma, dopo la violenta repressione nella città di Hama degli scorsi giorni, la posizione assunta dai cinque Paesi si è fatta più accomodante. Si è tuttavia rivelato necessario raggiungere un compromesso: dal testo è stata rimossa la richiesta di avvio di un indagine del Consiglio Onu per I Diritti Umani sulle violenze degli ultimi giorni di repressione.
Bisogna comprendere, però, che il documento uscito dal Palazzo di Vetro, per quanto formale, non rappresenta altro che un “ammonimento”. Una dichiarazione è qualcosa di molto diverso da una risoluzione, non presuppone l’utilizzo di misure attive e non si tratta di un un atto vincolante. Ha uno scopo di carattere preventivo, per evitare l’aggravarsi od il perpetrarsi di una situazione ritenuta illegale secondo il diritto internazionale. Un invito, quindi, che le Nazioni Unite hanno rivolto alla Siria affinché modifichi la propria linea d’azione interna prima che l’inevitabile escalation della situazione porti l’Onu ad un intervento più incisivo.
Ma facciamo allora il punto della situazione e cerchiamo di capire quali effetti potrà ottenere il documento del Palazzo di Vetro. Stando all’attuale costituzione la Siria è una repubblica parlamentare (non dissimile da quella italiana) il cui Presidente viene eletto attraverso un referendum e mantiene la carica per sette anni. Il potere esecutivo è affidato ad un Primo Ministro, coadiuvato da un certo numero di ministri, mentre quello legislativo si trova nelle mani di un’Assemblea Popolare, composta da duecentocinquanta membri eletti per quattro anni. Tuttavia dal 1963, anno del colpo di stato del partito panarabo Ba’ath, è in vigore la legge marziale che, di fatto, elimina quasi tutte le garanzie costituzionali ed aumenta i poteri del Presidente, rendendo tra l’altro la carica ereditaria. La necessarietà della legge marziale viene giustificata dallo stato di guerra con Israele (il quale tutt’oggi occupa militarmente le alture del Golan).
Sull’onda della “Primavera Araba”, che ha investito quasi tutte le regioni del Medio Oriente e del Nord Africa, anche la Siria si ritrova coinvolta nei tumulti che caratterizzano il momento storico. Le prime manifestazioni di protesta iniziano nella zona meridionale del Paese, sul confine con Israele, per poi dilagare in tutta la Nazione fino alla capitale, Damasco. L’obiettivo principale è quello di ottenere dal governo il riconoscimento formale e la partecipazione attiva ad una politica democratica dei partiti d’opposizione, ponendo fine alla dittatura del partito Ba’ath.
Il Presidente Bashar al Assad in un primo momento promette l’avvio di una serie di riforme che avrebbero cambiato il volto del Paese, tuttavia quasi subito lancia una serie di operazioni di repressione delle proteste, che sfociano in atti di sanguinosa violenza. Le vittime, secondo le organizzazioni non governative operanti sul suolo siriano sarebbero circa 1.600, i prigionieri, molti dei quali detenuti clandestinamente, oltre 12.000. L’esercito viene utilizzato su vasta scala, così come i servizi segreti (i più efficienti del mondo arabo) operano arresti illegali ed utilizzano sistematicamente la tortura per ottenere informazione e spargere il terrore tra i dissidenti. Alcune voci parlano addirittura di fosse comuni disseminate in tutto il Paese.
Con l’inizio dell’estate il governo sembra riprendere il controllo della situazione, costringendo molti ribelli, circa 1.600 a fuggire e riparare oltre il confine, in Turchia. Ma nei giorni scorsi l’escalation della situazione e la ferocia dell’intervento del regime ha provocato al morte di 155 persone nella città di Hama, cannoneggiata dai tanks dell’esercito.
Il regime di Damasco nega qualunque forma di violenza nei confronti della popolazione, affermando che esercito e forze di polizia agiscono solo nel tentativo di arginare l’attività di “gruppi di terroristi” che sistematicamente prendono di mira sedi istituzionali.
Il Presidente Bashar al Assad, pungolato dalla dichiarazione dell’Onu, ha promulgato un decreto che, con effetto immediato e senza la necessità alcun passaggio parlamentare, autorizza il multipartitismo in Siria ed ha indetto, per domenica 7 agosto, una seduta parlamentare straordinaria per discutere di “questioni relative agli interessi del Paese e dei cittadini”.
Ma tutto questo potrebbe rivelarsi soltanto una mossa per prendere tempo. La repressione in Siria non si è arrestata. Notizie di scontri e violenze giungono da tutto il Paese. A Damasco, Doa e Palmyra le truppe governative hanno aperto il fuoco sulla folla, mentre nella città di Hama i carri armati dell’esercito hanno di nuovo occupato il centro e sparato sui civili.
“È un passo importante, che mostra come stia crescendo la coesione della comunità internazionale nel chiedere a voce alta la fine delle repressioni violente contro i civili in Siria”, ha commentato questa mattina il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. “Ci auguriamo – aveva poi aggiunto – che questo messaggio venga recepito positivamente e immediatamente dalle autorità di Damasco per la cessazione immediata delle violenze e che le autorità siriane diano corso concreto a riforme che rispondano alle legittime aspettative della popolazione”. Parole che, alla luce degli ultimi avvenimenti, suonano ironiche.
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