E se l’Italia uscisse dall’euro?
Di Gianni Pardo il 11 settembre | ore 13 : 35 PM
Se un’impresa è in difficoltà l’imprenditore si chiede che cosa gli convenga fare: contrarre mutui a tassi altissimi, dal momento che anche le banche conoscono la difficile situazione della società, o dichiarare fallimento, contentandosi di non perdere di più di quello che ha già perso?
Lo schema vale anche per l’euro. Fino ad oggi ci si è posto solo il problema delle condizioni del salvataggio, per esempio della Grecia. Da un lato essa deve fare questo e quello, dall’altro i Paesi che se lo possono permettere devono fare questo e quell’altro. Ma perché non considerare anche costi e ricavi del fallimento?
I governanti si esprimono come se considerassero una bestemmia l’ipotesi della fine dell’euro ma a livello popolare l’ipotesi circola molto e crea problemi politici. In Paesi come la Germania o l’Olanda troppi si chiedono perché mai dovrebbero ripianare i debiti di nazioni spensierate come la Grecia, la Spagna o l’Italia, e ciò che non si osa sussurrare nelle cancellerie viene gridato ad alta voce nelle osterie. Magari da voci rese impastate dalla birra.
L’ipotesi dell’uscita volontaria dall’euro è la meno importante, perché la meno appetita. Secondo Federico Fubini, del Corriere della Sera, che riferisce uno studio dell’Ubs(1), nel caso di Atene “ogni greco pagherebbe tra 9.500 e 11.500 € il primo anno e 3-4.000 € negli anni successivi, [costi] notevolmente superiori ai sacrifici dell’austerità”.
Si vada dunque all’ipotesi delle Kneipe tedesche. La volontà degli ubriachi di non pagare per gli altri è certamente ragionevole ma bisogna vedere se conviene economicamente. Secondo l’Ubs, “il costo della fine dell’euro per un contribuente tedesco o olandese sarebbe otto o dieci volte più alto del più caro dei salvataggi”, quanto meno nel primo anno seguente la rottura.
Ma questo calcolo potrebbero essere aleatorio. Più serie e difficilmente contestabili sono le osservazioni che seguono. Eliminando l’euro, “La moneta dei Paesi periferici si svaluterebbe di circa il 60%, come accaduto ai pesos argentini dopo la fine della parità con il dollaro. Come in Argentina, le banche arriverebbero rapidamente al collasso perché i cittadini cercherebbero di ritirare i loro risparmi per spostarli all’estero” e “Anche le banche tedesche o olandesi andrebbero ricapitalizzate a costi altissimi, per le enormi perdite sui titoli dei Paesi del Sud. Le valute dei Paesi del Nord si rivaluterebbero almeno del 40%, mettendo fuori mercato interi settori industriali. La disoccupazione crescerebbe ovunque in Europa, l’instabilità sociale e politica sarebbe inevitabile”. Dopo undici anni di moneta unica, l’uscita dall’euro di un gigante come l’Italia provocherebbe un enorme sconquasso. Si può ammettere che non bisognava creare l’euro, ma oggi tornare indietro da quell’errore sarebbe più costoso che tentare di andare avanti. Con buona pace dei bevitori tedeschi, i governanti la sanno più lunga di loro.
Dal momento che nessuna teoria vale quanto un esperimento concreto il riferimento all’Argentina è importantissimo. Una moneta debole, cessando la parità artificiale con una moneta forte, va immediatamente a cercare nel mercato il proprio reale punto di equilibrio. E questo punto di equilibrio non può che essere molto al di sotto della precedente parità. Qui si parla del 60% ma, anche limitandoci al 50%, ecco alcune delle conseguenze. La prima è il raddoppio del prezzo di tutti i beni importati. La benzina passerebbe dall’oggi al domani a tre euro al litro. Raddoppierebbe il prezzo di tutto ciò che è importato, per esempio televisori, telefonini, automobili straniere, elettricità dalla Francia, gas dalla Russia, e via dicendo. Perfino senza acquistare nulla di nuovo, ci troveremmo a pagare il doppio i pezzi di ricambio per le Ford, le Renault, le Toyota che abbiamo già comprato. Aumenterebbe anche il costo degli alimentari, perché anche in questo campo importiamo molto, dal grano alla carne. Di botto, sarebbe come se gli stipendi, pur rimanendo nominalmente gli stessi, fossero decurtati, del 30-40% del potere d’acquisto. Non osiamo immaginare le conseguenze politiche e sociali.
Naturalmente ci sarebbe l’altra faccia della medaglia. Innanzi tutto se dopo la svalutazione la moneta italiana valesse la metà di ciò che valeva prima, i titoli del debito pubblico italiani detenuti all’estero varrebbero la metà. Sarebbe come se, invece di “prestarci” del denaro per salvarci, i Paesi virtuosi ci regalassero la metà del valore dei titoli italiani in loro possesso.
Ci sarebbe poi un altro vantaggio, anche se non immediato. Se è vero che in Italia la Golf dall’oggi al domani costerebbe il doppio, e non sarebbe venduta, è anche vero che la Punto, in Germania, costerebbe la metà e farebbe una concorrenza spietata alla Polo. La svalutazione ci porterebbe di nuovo ad una situazione che un tempo abbiamo conosciuto bene: avendo, a parità di livello tecnologico, un costo del lavoro più basso di quello dei concorrenti, l’Italia diverrebbe un temibile avversario economico. Le imprese pagherebbero una miseria gli operai (non nominalmente, ma come potere d’acquisto) e assumerebbero molti dipendenti, perché i beni si vendono bene all’estero. In Italia i turisti arriverebbero in folla, perché sarebbe come se ristoranti, alberghi ecc. fornissero i loro servizi a metà prezzo e probabilmente ci sarebbe una ripresa dell’economia: naturalmente partendo da un livello economico notevolmente inferiore e sempre che si fosse riusciti ad evitare la rivoluzione.
Anche il debito pubblico italiano sarebbe favorito dal nuovo allineamento della moneta italiana. Se la svalutazione interna fosse, poniamo, del 40%, i detentori di risparmi perderebbero in termini di potere d’acquisto il 40% dei loro averi. Sarebbe una boccata d’ossigeno per uno Stato scialacquatore e una severissima punizione per i risparmiatori, che avrebbero ignorato l’aureo consiglio degli economisti secondo i quali il migliore investimento del proprio denaro è goderselo. Subito.
E se queste sono le osservazioni che può fare un profano, chissà quante altre ne potrebbe fare un competente. La conclusione è che forse, malgrado la debolezza del nostro governo, ci salveremo.
giannipardo@libero.it
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max, 8 meses fa
Non arriveremmo da nessuna parte, ci sarebbe solo una rivolta popolare!!
che ipotesi assurda, per me questa ipotesi è da pazzi, se avviene per cause di forza maggiore c’è poco da fare, ma pensarla a tavolino è da malati mentali
Gianni Pardo, 8 meses fa
M i permetta di esprimere un sospetto: lei non ha letto l’articolo e commenta il titolo.
gianni, 8 meses fa
Passare all’euro per ritrovarsi più poveri della metà ? No grazie !
Chi lo dice che FIAT (dato che si parla di auto nell’articolo) assumerebbe tanti dipendenti perchè li pagherebbe molto meno ?
Continuerà semplicemente a tenere i proprio operai una cifra ancora più ridicola!
a fare soldi saranno sempre gli stessi e le amministrazioni continueranno a fare le loro malefatte…anzi, potrebbero farle ancora più a cuor leggero, dato che non c’è da rendere conto ai paesi esteri dei propri conti.
E poi la sparata sugli alberghi che offrirebbero i propri servizi a metà prezzo per i turisti ?
Praticamente si sta istigando l’italia e gli italiani a fare una gigantesca truffa nei confronti di chi ha acquistato i nostri titolo di stato…
Bel modo di risolvere i problemi, un modo proprio all’italiana!
Se mai dovesse succedere una cosa simile, ci odierebbe il mondo intero…
basta articoli del genere per distogliere l’attenzione dai veri sprechi del nostro paese!!!
Gianni Pardo, 8 meses fa
Commento ammirevole, il suo. Ammirevole in quanto modello di assoluta incomprensione del testo.
1) La Fiat non paghebbe di meno gli impiegati. Il punto è che con lo stesso stipendio di oggi potrebbero comprare la metà di quello che comprano oggi. Mai sentito parlare di potere d’acquisto?
2) Idem per gli alberghi ecc. Semplicemente perché il cambio euro-moneta italiana non sarebbe di parità, ma con un rapporto 2/1. Mai sentito parlare di cambi?
3) Nessuno istiga nessuno a far niente, soprattutto non ad uscire dall’euro. Io posseggo alcuni Btp e mi piacerebbe che non fossero svalutati.
4) “Bel modo di risolvere i problemi, un modo proprio all’italiana!” Ma chi l’ha indicato, questo modo? Me la fa un favore: lo legge l’articolo?
5) “basta articoli del genere per distogliere l’attenzione dai veri sprechi del nostro paese!!!” Ah, ecco perché ho scritto l’articolo! Meno male che me l’ha rivelato.
marco, 8 meses fa
Un articolo da bar sport. Un’economia come quella italiana semplicemente non sopravviverebbe, con tutti i rischi di ordine pubblico e sociale che questo comporterebbe. E con buona pace delle kneipe tedesche e degli improbabili blogger di Libero.
paolo ali, 8 meses fa
tutto vero caro signor pardo ma ha tralasciato un piccolo particolare, se le punto come dice lei vengono prodotte in italia nn potranno mai fare concorrenza alle polo tedesche e lei lo sa bene perchè nell’analisi comunicativa ha tralasciato un piccolo particolare” il costo di produzione” che in italia paese senza materie prime come minimo raddoppierebbe secondo i suoi calcoli mettendo fuori mercato o per lo meno sullo stesso livello tutti i nostri prodotti rispetto quelli dei paesi cosidetti forti o furbi… l’errore è vero è stato l’euro ma l’errore peggiore è stato labbattimento dei dazi senza creare prima regole e costi uguali per tutti buttando in questo modo via la nostra civiltà industriale e agricola… mi fermo potremmo continuare per ore ma purtroppo devo lavorare … sa devo creare debito. Paolo Alì
mimmo, 8 meses fa
in merito all’uscita dell’italia dall’euro,secondo me sarebbe una buona soluzione,anche soffrendo il primo anno le esportazioni volerebbero,saremmo una seconda cina,si avrebbe un boom di assunzioni anche se il salario varrebbe la metà,in una famiglia non lavorerebbe solo il genitore magari precario,ma lavorerebbero tutti i componenti familiari compensando il mancato introito..i consumi volerebbero, e le aziende respirerebbero,e non dovrebbero attenersi a quelle stupide,ed inutili direttive europee che fanno spendere alle aziende centinaia di migliaia di euro in adeguamenti atti a favorire determinate industrie di vari settori.spero che cio’ accada domani mattina,altrimenti le aziende italiane si trasferiranno oltre oceano.fo mimmo.
Gianni Pardo, 8 meses fa
Per marco. Lei forse ha capito che l’articolo esprimeva il desiderio di uscire dall’euro?
E se no, di che parla?
Mauro Bianchi, 8 meses fa
Bell’articolo …. sono un imprenditore con una società che lavora al 99% con clienti esteri; sono sempre stato dell’idea che entrare nell’euro è stato un errore che si doveva stare fuori ma noi abbiamo una classe politica di persone senza spina dorsale, senza visione del futuro, impegnata a salvaguardare esclusivamente i propri interessi. Ora uscire dall’euro è difficile ma io sono convinto che può essere una strada percorribile in quanto più stiamo dentro più andiamo a incasinarci fino a che di fatto finanziariamente diventeremo il feudo di qualcuno. Ma il problema è sempre la nostra classe politica e le banche che remano contro. Un futuro di sempre più tasse, privilegi politici consolidati, spesa pubblica sempre difesa e aumentata.
Marcantonio, 8 meses fa
…..e poi ci sono quelli che votano. E come votano!!!
Gianni Pardo, 8 meses fa
Egregio Bianchi,
la ringrazio del commento ma mi permetta di dissentire su alcuni punti. È vero, entrare nell’euro è stato un errore. Talmente chiaro che l’ho scritto io stesso, a suo tempo, con la semplice osservazione che una moneta unica consegue all’unificazione politica, non la precede. Mantenendo differenti la legislazione fiscale, sindacale, sul lavoro ecc. non si possono che creare insanabili differenziali. Lei scrive che: “noi abbiamo una classe politica di persone senza spina dorsale, senza visione del futuro, impegnata a salvaguardare esclusivamente i propri interessi”. E qui dissento. L’entrata nell’euro fu opera del governo Prodi (che impose anche una speciale tassa, a questo scopo) e probabilmente quella maggioranza voleva solo far parte di un grandioso progetto ed evitare che l’Italia ne fosse esclusa, come “inferiore”. Ma gli errori erano molti. A parte quello già segnalato (e di cui oggi paghiamo il fio), in primo luogo fu un errore farne una questione di prestigio. Se veramente di questo si fosse trattato, come mai la Gran Bretagna se ne teneva accuratamente fuori? In secondo luogo fu un errore il tasso di cambio (1936,27, errore tecnico) e soprattutto l’incapacità di vedere che l’Unione, pur di averci dentro, ci perdonava un rapporto debito-pil che era quasi il doppio di quello massimo (60%) di quello consentito. Pensavano forse che lo facessero per i nostri begli occhi? Hanno voluto legare le mani ad un Paese che si poteva difendere con svalutazioni competitive e, sostanzialmente, con un minore costo del lavoro.
Dunque a mio parere è peggio di ciò che dice lei: quei politici non guardavano esclusivamente ai propri interessi (cosa immorale ma almeno razionale), guardavano ai loro ideali, dimostrandosi inetti.