Dove il cibo non arriva
Di Paolo Gallazzi il 31 agosto | ore 07 : 41 AM
Il futuro di un’intera generazione si trova in bilico
Il Corno D’Africa, quella penisola a forma di triangolo sul bordo centro-orientale del continente e che comprende Etiopia, Eritrea, Gibuti, Somalia e parte del Kenya, è allo stremo. Una delle più devastanti carestie degli ultimi decenni, che ha colpito prevalentemente la Somalia, ha portato alla morte di decine di migliaia di uomini, donne e bambini (più della metà) e ridotto 12,4 milioni di persone in una condizione di povertà totale. E la crisi potrebbe espandersi, coinvolgendo altre Nazioni, altri popoli.
“Se non reagiamo, le conseguenze si ripercuoteranno per anni”, ha affermato Asha-Rose Migiro, vice-segretario generale dell’Onu, durante una conferenza organizzata il 25 agosto per la raccolta fondi ad Addis Abeba dall’Unione Africana. “Ci chiederanno – ha continuato – come abbiamo potuto restare in disparte a vedere morire una generazione e permettere all’emergenza di trasformarsi in catastrofe, pur avendo i mezzi per fermarla”.
Partiamo da qualche dato. In Somalia più del 20% delle famiglie sta facendo i conti con una gravissima carenza di cibo, tanto seria che circa il 30% delle persone vive in uno stato di malnutrizione acuta, con un tasso di mortalità che raggiunge i 2 decessi al giorno ogni 10.000 individui.
Stiamo parlando, per la sola Somalia, di 3,7 milioni di persone coinvolte. La malnutrizione colpisce soprattutto i bambini ed i casi di malnutrizione infantile mostrano un preoccupante incremento del 15%. Secondo le ultime stime della OCHA (l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari) si è passati dai 390.000 ai 450.000 casi, 190.000 dei quali costituiti da soggetti affetti da malnutrizione acuta grave.
La siccità, causa principale della carestia, ha inoltre generato un’enorme massa di sfollati. Si parla di 1,7 milioni di somali, ovvero di un quarto dell’intera popolazione, trasferiti in zone del Paese non ancora raggiunte dalla carestia oppure in Nazioni confinanti. Secondo la FAO (l’Organizzazione dell’Onu per l’Alimentazione e l’Agricoltura le previsioni prospettano assenza di precipitazioni nella regione nota come “triangolo di Mandera” (che rappresenta la zona tra i confini di Kenya, Etiopia e Somalia) per i mesi di ottobre e novembre ed un ulteriore periodo di siccità nel sud della Somalia tra novembre e gennaio. Fortunatamente nel resto del Corno d’Africa la situazione migliorerà grazie alle precipitazioni previste per i prossimi mesi e il raccolto del primo trimestre 2012 dovrebbe garantire, se non un netto miglioramento, almeno lo stabilizzarsi dell’emergenza.
Come affrontare la crisi? “Chiediamo a tutti – sono le parole del vice-segretario generale dell’Onu Migiro, rivolgendosi a governi, l’opinione pubblica, le organizzazioni non governative e il settore privato – di fare delle donazioni per sforzi multilaterali, fondi internazionali congiunti, per poter localizzare i bisogni maggiori e usare i fondi”. Il problema, tuttavia, è che i fondi finora destinati alla crisi alimentare del Corno d’Africa, secondo l’OCHA, rappresentano soltanto il 57% dei finanziamenti necessari. Inoltre molte aree, soprattutto della Somalia, a causa di restrizioni collegate a motivi di sicurezza, non possono essere raggiunte dalle agenzie occidentali dell’Onu. Problema in parte aggirato dall’intervento di organizzazioni islamiche, tuttavia una buona parte delle aree soggette ad emergenza, soprattutto nella Somalia meridionale, non sono state ancora raggiunte dagli aiuti internazionali.
Per questo il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, continua a sollecitare affinché si compia uno sforzo internazionale a sostegno delle popolazioni colpite dalla crisi alimentare. “Abbiamo ancora bisogno di oltre un miliardo di dollari per le nostre operazioni di aiuto“, sostiene. “Tutti possono fare la differenza, i governi, le organizzazioni civili e i comuni cittadini. Uniti possiamo salvare una generazione di persone nel Corno d’Africa e contribuire ad assicurare loro un futuro”.
Intanto anche i centri di accoglienza per i profughi, allestiti in Etiopia ed in Kenya si stanno rivelando essere delle trappole mortali. Nel campo di Kobe, in Etiopia meridionale, che attualmente ospita circa 25.000 sfollati in aumento, si è diffusa una devastante epidemia di morbillo che rappresenta una delle maggiori cause di mortalità tra i rifugiati. Nel campo di Daab, in Kenya, hanno trovato ospitalità 440.000 persone, con una media di 1.200 arrivi ogni giorno. Le condizioni igieniche e la malnutrizione, anche laddove non si siano sviluppate epidemie, falciano i profughi con un ritmo costante.
Insomma, la situazione appare davvero critica ed ancora molto lontana dalla stabilizzazione. Soprattutto perché per uscirne sono necessarie due cose: l’incremento dei fondi (all’incirca il doppio di quanto stanziato finora) e la possibilità di raggiungere con gli aiuti tutte le popolazioni coinvolte. La risposta internazionale, secondo l’Onu, sta accelerando ma gli obiettivi da raggiungere sono ancora molto lontani ed è di fondamentale importanza che il mondo intero si mobiliti e non perda “slancio” nella lotta alla carestia, alle malattie ed alla fame.
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ale g, 8 meses fa
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