Darfur: che sia la volta buona

Il nuovo accordo di pace sarà duraturo?

Di Roberto De Ficis il 1 marzo | ore 10 : 01 AM


I territori interessati dal conflitto

I territori interessati dal conflitto

Che sia la volta buona, mi verrebbe da dire. Che sia questa davvero una data storica, mi verrebbe da sperare. Lo scorso 23 febbraio e’ stato firmato, dal governo del Sudan e dal gruppo di ribelli “Justice and Equality Movement” del Darfur, un accordo di pace. Uno dei tanti? Forse sì. L’ennesimo? Vedremo.

Ma cosa prevede questo accordo? Tutto ruota attorno a quello che sembra un risultato altamente sperato, sia dalla Comunità Internazionale che dalle organizzazioni di aiuto e, specialmente dai civili sudanesi, ovvero la cessazione delle ostilità. Inoltre, e’ previsto il rilascio di numerosi prigionieri, tra questi molti minorenni, che sistematicamente venivano mandati a combattere e a morire (una condanna a morte occulta? Velata? Certo.). Questo periodo di pace apparente si spera apra ad un dialogo vero e interessato che potrebbe essere davvero utile per arrivare, entro il prossimo mese di marzo, al raggiungimento di un accordo politico ed istituzionale del territorio del Darfur che possa dare un equilibrio duraturo che metta da parte, per una buona volta, le continue ripercussioni violente sia tra i militari che tra i civili. Ma questa pace e’ stabile? Mi verrebbe da chiedere. Forse che sì, forse che no. E’ chiaro, e’ stato fatto un importante passo tra le due fazioni nemiche verso una pace così tanto sperata ma non bisogna dimenticare che c’e’ la possibilità che si sia raggiunto questo accordo solo in vista delle prossime elezioni politiche che si terranno in Sudan. Una mossa politica più che umanitaria e di buon senso? Forse sì. Una quiete prima di una nuova tempesta? Spero proprio che sia una quiete duratura, ma per ambire davvero a questo sarebbe indispensabile che la comunità internazionale si metta in gioco di più, con più coerenza, e che, magari, tutti i paesi occidentali che si schierano giustamente a favore della pace in Darfur ci pensino più volte prima di vendere le armi al Darfur stesso e al Sudan. Un cane che si morde la coda? Sicuramente sì. La vendita di armi viene prima del sogno di pace? Forse sì. Ma questa sarebbe, solo e sempre, la stessa identica e ancestrale storia di disinteresse verso il continente africano.

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