Come sta andando la “primavera araba”

Di Ennio Emanuele Piano il 4 agosto | ore 14 : 29 PM


Miope è pensare che le rivolte cominciate il gennaio scorso nel maghreb riguardino solamente il mondo arabo. Al contrario, un’intera civiltà si è mossa, dopo decenni di immobilismo che sembravano secoli, ed infine i cittadini di Tunisia, Egitto, Yemen e Siria hanno deciso di riprendere in mano parte dei diritti che gli autocrati avevano loro portato via. Europa e Nordamenrica hanno quasi all’unanimità plaudito al vento di cambiamento, senza però dar seguito alle belle parole di appoggio, lasciando le piazze in balia di islamisti e militari. E’ così che la “primavera” è andata tramutandosi in qualcosa di più imperscrutabile, i diritti non sono venuti e le violenze continuano, comunque qualcosa è cambiato per sempre.

La Tunisia sette mesi fa si pose alla testa del cambiamento con la sua “rivoluzione dei gelsomini”, nata un po’ per caso dopo l’ennesimo episodio di inutile autoritarismo da parte del regime.  Oggi si prepara alle elezioni per l’assemblea costituente del prossimo 23 ottobre (anche se, per ora, si profilano come un fallimento, su 7,5 milioni di aventi diritto solo 2 si sono registrati, tanto che il termine ultimo è stato spostato dal 2 agosto al 18 dello stesso mese). Inoltre sono riprese le violenze, in particolar modo nelle zone rurali, cosa che ha costretto il Primo Ministro provvisorio ad attaccare fortemente, nel luglio scorso, i partiti di ispirazione confessionale rei di attentare alla stabilità del Paese per impedire la realizzazione degli intenti rivoluzionari. A farla da padrone nell’attuale panorama politico tunisino è il partito della “Rinascita Islamica”, Ennahda, guidato da Rashid Ghannouchi islamista costretto all’esilio durante i decenni di regime del laico Ben Ali. Ennahda è dato come sicuro vincente alle prossime elezioni, anche per via della sua presa sulle classi meno abbienti, grazie ad una rete assistenziale di stampo religioso che il partito islamista ha saputo creare negli ultimi mesi facendo appoggio sulle moschee nelòle quali ha impiantato suoi uomini a sostituzione degli Imam fedeli al regime che fu. Negli ultimi giorni il movimento di Ghannouchi è stato anche fortemente attaccato per aver ricevuto fondi da parte di istituzioni saudite.

Peggio se la passa la rivoluzione egiziana che dopo aver costretto Mubarak alle dimissioni si trova ancora l’esercito alle postazioni di comando dello stato, mentre la fortissima Fratellanza Musulmana egemonizza le piazze dalla quali si odono scandire slogan a favore dell’introduzione della Sharia. Proprio ieri è cominciato il processo all’ex Rais, a suo figlio, ed ai più stretti collaboratori ritenuti colpevoli delle violenze contro i manifestanti di piazza Tahrir del febbraio scorso. Le violenze nella terra dei faraoni non sono esclusiva dei militari, nei mesi passati si sono fatti frequenti gli attacchi a chiese copte, sinagoghe, donne che stavano in spiaggia in bikini ed altri “simboli” del pluralismo della società egiziana, tutti aventi come artefici i gruppi di ispirazione salafita e le frange più intransigenti della Fratellanza. Anche in Egitto, il prossimo autunno dovrebbero tenersi le elezioni per eleggere una Costituente, dalle quali, pare ormai conclamato, usciranno vincenti le forze islamiste, mentre i pochi movimenti liberali (osteggiati dal regime prima e dai fanatici religiosi oggi, come nel caso di Tarek Heggy) godono di scarso gradimento.

La Sira è il Paese che più attira le attenzioni della stampa internazionale a causa delle continue ed incredibilmente feroci violenze perpetrate dal regime alawita. Ricapitolando, in circa quaranta settimane i morti sarebbero (secondo alcune ONG operanti a Damasco) oltre 1600, mentre supererebbero i 12000 i prigionieri fatti dalle forze lealiste. Nella giornata di ieri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato le violenze che affliggono il Paese, per motivi politici interni al CdS sono state condannate anche le azioni violente aventi per oggetto le forze dello Stato e messe in atto dai rivoltosi, il compromesso non è comunque bastato a impedire la presa di distanza del Libano (membro provvisorio) il cui governo è oggi controllato da partiti marcatamente filosiriani. Nella stessa giornata i carri armati occupavano il centro della città “capitale della rivolta” Hama, e l’agenzia ufficiale Sana ha annunciato l’apertura al multipartitismo da parte del governo monopartitico del Baath (la qual cosa, a dire il vero, non significa maggiore libertà o democraticità: aveva un sistema multipartitico l’Egitto di Mubarak e l’ha oggi l’Iran Khomeinista).

Ad esclusione della Siria, il Paese del medio oriente che naviga nelle peggiori condizioni è ad oggi lo Yemen. Laura Silvia Battaglia su Avvenire ha definito la situazione del Paese arabo “una guerriglia tra fazioni complicata da una rivolta, resa pericolosa da un vuoti di potere”. La guerriglia è quella che vede opporsi numerose tribù al governo centrale di Sana’a, la rivolta è quella cominciata dai giovani studenti nel marzo scorso e che per poche settimane era sembrata la grande speranza della primavera araba per via del carattere assolutamente pacifico e non confessionale. Il vuoto politico nasce col ferimento del presidente yemenita e membro dell’esercito Ali Abdullah Saleh, ferito il 3 giugno durante un attacca e riparato in Arabia Saudita. Il 16 luglio le opposizioni hanno dichiarato la volontà di riunirsi in un “Consiglio di transizione” con l’obbiettivo di convincere Saleh a gettare la spugna; dieci giorni dopo il Vicepresidente Hadi ha invece affermato che “le parti” sarebbero vicine ad un’intesa che ponga fine alla “crisi politica”  che ha scosso il Paese. Evidentemente però nessuna intesa dev’esserci stata, viste le continue violenze sfociate, il 30 luglio, nella morte di 42 persone durante gli scontri tra gruppi islamisti ed esercito nei pressi del golfo di Aden. Altro elemento non marginale è la presenza nello Yemen di una delle cellule di Al Qaeda più attive degli ultimi anni, l’AQPA (al Qaeda per la penisola arabica) guidata dal giovane imam yemeno-americano Anwar al Awlaki, oltre che i moti secessionisti della minoranza sciita del nord del Paese rinvigorita dai lauti finanziamenti dell’Iran.

Altri Paesi del MO come Libano, Algeria, Arabia Saudita, Iran, Marocco e Giordania, pur con molte differenze (gli ultimi due alle violenze hanno preferito le riforme sostanziali e liberali) non hanno incontrato rivolte imponenti negli ultimi mesi, ma non vuol dire che la “primavera araba” non abbiano scosso anche nel profondo le loro società. Comunque vada a finire questo ciclo di proteste ha per sempre compromesso lo status quo del mondo arabo, che (citando le parole di Emma Bonino) potrà forse (e gradualmente) “passare da una stabilità formale ad una stabilità democratica e praticabile”. Naturalmente a meno che Europa e Stati Uniti non perdano (come invece sembra stiano facendo) l’occasione.

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