Che ne dite, promuoviamo tutti?
Di Gianni Pardo il 26 luglio | ore 14 : 55 PM
“La Repubblica”(1) riporta un consiglio dell’Ocse: “Non bocciate, è dannoso”. E l’articolo spiega compiutamente i motivi per promuovere tutti. Purtroppo, le argomentazioni sociologiche di sapore progressista, anche ben formulate, di solito suonano allarmanti: chiunque abbia l’età per ricordare il mitico Sessantotto è ampiamente vaccinato contro ogni forma di buonismo idealistico: soprattutto a scuola e all’università. Se dunque l’Ocse si limitasse all’imperativo: “Promuovete!”, otterrebbe da molti, come risposta, un rotondo e semplice: “No”. Ma l’articolo riporta anche una precisazione: “Se anziché bocciare si organizzano corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno, allora l’efficienza nello studio migliora e il ritardo didattico può scomparire”. E allora si può discutere seriamente.
Se si parla di ricuperare il ritardo didattico, è segno che si ritiene ancora che il profitto dell’anno (cioè il “non-ritardo didattico”) sia necessario. E allora si pone subito un problema: se il discente non frequenta assiduamente il corso di recupero, o se, pur avendolo frequentato, non ha fatto lo sforzo necessario per trarne profitto; se – in altre parole – a fine agosto è ancora lo stesso somaro di giugno, bisognerà promuoverlo o bisognerà bocciarlo e fargli ripetere la classe?
Al riguardo non si può essere ambigui. È allarmante che si scriva: “il ritardo didattico può scomparire”. Può? E se non scompare, che si fa, si boccia o si promuove? Da questi interrogativi non si scappa. E il quesito fondamentale diviene: bisogna sì o no promuovere anche chi durante l’anno non ha appreso il minimo di ciò che doveva apprendere?
Se si risponde di sì, è segno che non si parlerà più di interrogazioni ed esami (con grande sollievo dei professori) e che si trasformerà la scuola in un’istituzione la cui sola frequenza è sufficiente per il titolo finale. Al riguardo non si manifesta nessuna opposizione di principio, purché ci si intenda. Attuata la riforma, le lezioni somiglieranno alle attuali ore di religione, quando il docente non ha carisma. Se un alunno non sarà in grado di esprimersi nella lingua nazionale; se non sarà in grado di scrivere due righe; se ignorerà quale sia la capitale della Francia; se non avrà il concetto di frazione o di percentuale; se non conoscerà una parola d’inglese; se non saprà se l’Italia è unita da più o da meno tempo della Spagna, qualunque dato “culturale” gli manchi, non bisognerà meravigliarsi. La sua ignoranza sarà legittima. Il suo non sarà più un titolo di studio ma un attestato di frequenza. Se è questo che si vuole, che si proceda. E poi i politici manderanno i figli a studiare dai preti o nella Svizzera italiana.
Se invece si risponde di no, e cioè che l’alunno che non si boccia a giugno lo si può bocciare ad agosto, tutto il discorso diviene insignificante: si sarebbe soltanto tornati agli esami di riparazione, con le lezioni impartite, in estate, dagli stessi docenti. Non tutti, però: gli ingenui boccerebbero e farebbero lezione in estate, facendosi odiare dagli alunni e dalle famiglie; mentre i furbi promuoverebbero tutti a giugno, facendo felici gli alunni, le famiglie, i presidi e l’Ocse. Per non parlare di mariti o mogli e figli, con i quali potrebbero partire in vacanza anche per settimane.
La cosa più triste, in materia di scuola, è che ne parlino con la massima autorevolezza coloro che non hanno mai seduto in cattedra. Che della scuola parlano in teoria, per sentito dire, occupandosi di alunni immaginari.
Chi ha studiato in tempi lontani, con accettabile profitto, potrebbe dire, moderno Luigi XV: “A me è andata bene. Ho avuto ottimi professori, in una scuola seria. Se ora vogliono cambiare, che si accomodino. Dopo di me il diluvio”.








